“Io sono un pittore”. Jannis Kounellis ha ripetuto più volte questa affermazione nel corso della sua lunga attività, anche quando nelle sue opere non comparivano più tele, pennelli e colori, ma lastre di ferro, sacchi di juta, carbone, pietre, fiamme, cappotti, frammenti di mobili e tracce di fumo. È proprio da questa dichiarazione, semplice e radicale, che prende avvio la mostra organizzata dalla Collezione Giancarlo e Danna Olgiati di Lugano, in programma dal 20 settembre 2026 al 17 gennaio 2027.

Il progetto assume per la prima volta in maniera sistematica la pittura come principale chiave interpretativa dell’opera dell’artista greco naturalizzato italiano. Non si tratta di ricondurre il suo lavoro entro i confini di una tecnica tradizionale, quanto di riconoscere nella pittura un modo di osservare, organizzare e trasformare il reale, attribuendo alle cose un nuovo peso visivo, simbolico ed emotivo.

Nato al Pireo nel 1936, Kounellis si trasferì a Roma nel 1956, scegliendo l’Italia come luogo della propria formazione e della successiva attività artistica. Nella capitale frequentò l’Accademia di Belle Arti e si confrontò con una scena culturale attraversata dalle eredità dell’avanguardia e dalle prime ricerche orientate al superamento della pittura tradizionale.

Le sue opere giovanili erano ancora realizzate su tela, ma già contenevano i presupposti degli sviluppi successivi. Lettere, numeri e segni ingranditi, ispirati alle scritte osservate sulle casse da imballaggio e sulle fiancate delle navi nel porto del Pireo, entravano nella composizione come frammenti di un alfabeto urbano, anonimo e universale.

Dalla metà degli anni Sessanta, la pittura cominciò progressivamente a uscire dalla superficie del quadro, occupando lo spazio reale e coinvolgendo materiali, architetture e presenze vive. È in questa fase che l’artista si avvicinò alle esperienze poi riunite sotto la definizione di Arte Povera, il movimento teorizzato da Germano Celant nel 1967, del quale Kounellis divenne uno degli interpreti più autorevoli.

La sua ricerca, tuttavia, non si esaurisce in quella stagione e non può essere circoscritta al solo impiego di materiali “poveri”. Ferro, carbone, lana, caffè, legno, piombo e juta non erano scelti per la loro umiltà, ma per la capacità di conservare memoria, evocare il lavoro, il viaggio, l’industria, la fatica, il Mediterraneo e la storia europea.

La mostra luganese intende dunque superare la lettura più consueta di Kounellis come protagonista dell’Arte Povera, maestro dell’installazione o poeta della materia, restituendo continuità a un percorso rimasto, nella sua essenza, profondamente pittorico. Come suggerisce il curatore, il termine greco zográfos, traducibile come “pittore”, indica letteralmente colui che scrive o descrive la vita.

Da questa suggestione nasce l’idea di un artista che ha continuato a dipingere anche dopo aver abbandonato la tela: con il ferro e il carbone, con il fuoco e il fumo, con i sacchi di juta e il profumo del caffè, ma soprattutto con lo spazio, il silenzio e la memoria.

Il percorso riunisce oltre trentacinque lavori, alcuni dei quali inediti, realizzati dalla fine degli anni Cinquanta fino al 2016, poco prima della morte dell’artista, avvenuta a Roma nel febbraio 2017. Non si tratta di una retrospettiva costruita secondo una successione rigidamente cronologica, ma di una costellazione di opere e rimandi.

Jannis KounellisL’allestimento mette in relazione momenti lontani della carriera di Kounellis, facendo emergere temi che ritornano, si trasformano e assumono significati diversi: il rapporto tra materia e peso, linguaggio e segno, memoria e silenzio, teatro e immagine, presenza e assenza.

Anche quando rinunciava alla rappresentazione tradizionale, Kounellis continuava infatti a comporre immagini. Le lastre metalliche diventavano superfici pittoriche; il carbone introduceva nello spazio un nero denso e assoluto; il fuoco produceva luce, calore e trasformazione; i sacchi e i cappotti evocavano corpi non più presenti; porte e finestre mettevano in scena una soglia, un passaggio, una separazione.

Gli oggetti conservavano la propria identità, ma venivano sottratti all’uso quotidiano e inseriti in una nuova sintassi visiva. Anche le installazioni acquistavano così una forte dimensione teatrale. Kounellis guardava alla tragedia greca, alla musica e alla cultura mediterranea come a un patrimonio ancora vivo, capace di interrogare il presente.

Jannis Kounellis, a Lugano la pittura torna al centro dell’opera Sottotitolo: Alla Collezione Giancarlo e Danna Olgiati una mostra rilegge il lavoro dell’artista attraverso oltre 35 opere e quattro nuclei tematici Meta description: Mostra Kounellis a Lugano: oltreLe opere non sono scenografie da osservare a distanza, ma luoghi nei quali lo spettatore è chiamato a entrare, misurandosi fisicamente con la materia, con la scala dell’ambiente e con il peso della storia. Il visitatore non si limita quindi a guardare, ma attraversa uno spazio costruito dall’artista e diviene parte della composizione.

“Io sono un pittore” offre l’occasione per avvicinarsi a una figura centrale dell’arte del secondo Novecento attraverso una prospettiva critica nuova e, al tempo stesso, fedele alle sue parole. La pittura evocata dal titolo non coincide con una disciplina o con un insieme di strumenti, ma con la volontà di dare forma all’esperienza, rendendo visibile ciò che normalmente resta nascosto: il trascorrere del tempo, la stratificazione della memoria, la fragilità della civiltà e la forza silenziosa delle cose.