il direttore della Pinacoteca Züst Elio Schenini«In ambito museale, in Ticino, ma anche fuori dal Ticino, la presenza dell’AI è però ancora abbastanza limitata e in via di sperimentazione. Lo sviluppo e l’implementazione di sistemi basati sull’AI richiedono del resto investimenti in termini di tempo e di risorse non sempre facili da trovare», fa notare Elio Schenini, direttore della Pinateca Zuest. In Ticino, l’utilizzo prevalente al momento pare essere quello legato a processi interni, dal marketing e comunicazione alla gestione, più che ad uno connesso all’interazione col pubblico e con le opere.

Il MASI sta adottando quella che ritiene essere «un’integrazione consapevole, non una sostituzione dei processi esistenti ma un’evoluzione che rafforza le competenze e apre nuove possibilità di lavoro e di ricerca», e sta definendo un percorso formativo rivolto ai dipendenti, come spiega l’Head of Marketing, Communication and Fundraising, Sarah Greenwood.

Il LAC impiega dell’AI nelle attività di gestione, con una forte attenzione a sviluppi e integrazioni. «Direi che al momento stiamo lavorando su tre livelli di crescente complessità», analizza il Direttore esecutivo Gregory Birth. «Lo staff usa abitualmente svariati chatbot e strumenti AI come supporto per migliorare l’efficienza e la qualità di alcune attività quotidiane. Gli ambiti sono svariati: traduzioni, copywriting, ricerche… A questo aggiungo che diversi software che utilizziamo stanno integrando sempre maggiori funzionalità AI, ad esempio in ambito finanziario o di produzione video/grafica. Abbiamo già creato un nostro strumento nell’ambito del servizio clienti, si tratta di un collega “digitale” che risponde alle domande e fornisce un primo livello di supporto via Whastapp. Per ora l’esperienza è stata positiva e in futuro svilupperemo lo strumento dandogli anche la possibilità di effettuare operazioni come, ad esempio, la vendita di un biglietto, un cambio di un posto in sala ecc… Il progetto più significativo che stiamo realizzando in ambito AI è ancora in corso e consiste nell’automazione di diversi processi di lavoro che oggi avvengono manualmente».

Il Festival di Locarno esclude «qualsiasi utilizzo dell’intelligenza artificiale nella scelta dei film e nei rapporti con gli artisti», ma il direttore di Locarno Factory, Stefano Knuchel ritiene che «potrebbe rivelarsi uno strumento interessante nel rapporto con il pubblico. In prospettiva,  potrebbe aiutare a rendere più comprensibile il funzionamento del Festival, facilitare l’orientamento all’interno del programma e proporre percorsi o suggerimenti più mirati in base agli interessi degli spettatori».

Di certo ha lanciato un tema: l’AI in molti ambiti dà il suo contributo per la creazione di percorsi altamente di customer e esperienze altamente personalizzate. In merito, per Greenwood il punto centrale è la differenza di livello di interazione dei visitatori con le opere d’arte. Il MASI sta lavorando allo sviluppo di un sistema per la personalizzazione dell’esperienza di visita, nell’ambito di un progetto internazionale di scambio tra Svizzera e West Coast statunitense, legato alla mediazione e alla curatela delle mostre e vincitore della fellowship Future Museums Lab, co-organizzata da Swissnex e Max Kohler Stiftung. «Sarà realizzato in collaborazione con professionisti e istituzioni della Bay Area di San Francisco, attivi tra cultura, design e tecnologia e avrà l’obiettivo è definire un prototipo e un piano di implementazione, da testare al MASI – anche attraverso una fase dedicata all’osservazione delle reazioni degli utenti – e successivamente sviluppare e adattare in vista di un utilizzo concreto», racconta.

Gregory Birth sottolinea come l’offerta del LAC sia caratterizzata, e continuerà ad esserlo come tratto distintivo, da esperienze umane e dal vivo. Dunque, «pur riconoscendo il potenziale dell’AI nel migliorare tutto ciò che attiene la sfera gestionale della nostra attività, l’offerta al pubblico resterà un’esperienza prettamente a dimensione umana». Non è un caso, a suo dire, che negli ultimi cinque anni l’istituzione luganese abbia assistito a un aumento di spettatori, che apprezzano, in un’epica sempre più digitale, il posizionamento del LAC.

Anche Schenini mette l’accento su come «il museo è, e deve essere soprattutto, il luogo dove il pubblico incontrando l’opera fa esperienza della sua irriducibile unicità». Sulla stessa lunghezza d’onda rispetto al ruolo dell’intelligenza artificiale nell’esperienza del pubblico anche Knuchel. «Se si parla della possibilità di coinvolgere un pubblico più ampio, la questione di fondo resta quella dell’educazione all’immagine e al racconto, quindi, in sostanza, una questione culturale. Da questo punto di vista, l’intelligenza artificiale non rappresenta un elemento determinante». Anche Greenwood concorda su come «resta invariata la dimensione centrale dell’esperienza artistica: l’incontro diretto con l’opera, che rimane fisico e insostituibile. L’AI può supportare l’accesso e l’interpretazione, ma non sostituisce l’esperienza museale».

Per quanto concerne l’uso diretto nella creazione di opere d’arte, per tutti l’AI deve essere uno strumento a supporto dell’artista. «Può contribuire alla creazione e che porta con sé anche un potenziale di democratizzazione dell’espressione cinematografica. In questo senso, siamo interessati alle sperimentazioni più consapevoli e creative legate al suo utilizzo», è la posizione di Knuchel. Il Festival è invece «contrario a un uso dell’intelligenza artificiale che non rispetta il diritto d’autore, la creatività umana e l’ecosistema lavorativo del cinema».

Roberta Nicolò, Responsabile Pool Cultura TV  della RSI; porta alcuni esempi di come l’AI sia entrata nella cultura e nell’arte: «Nella letteratura, oggi, alcuni autori la utilizzano per fare ricerche, per la redazione di schede tecniche o la stesura di sinossi. Gli artisti digitali sono quotati e hanno un mercato. C’è la manipolazione di opere d’arte che vengono animate e diventano virali sui social network. Nel cinema è molto usata, ci sono film interamente realizzati con l’intelligenza artificiale. È uno strumento che rivoluziona letteralmente il modo di lavorare, anche in campo artistico, ma che ci pone di fronte a degli interrogativi etici da non sottovalutare».

Essi chiamano in causa anche il modo di raccontare l’arte. «Il giornalismo culturale non segue logiche sue, ma si inserisce nella rivoluzione che questo settore sta affrontando. I temi sono molti, dal copyright alla raccolta di informazioni, dall’editing alla distribuzione e la personalizzazione di contenuti». Serve una regolamentazione e la SSR ha deciso di dotarsi di un regolamento interno definito come «attento e preciso che si basa su principi di responsabilità, trasparenza e riservatezza». Il ruolo del giornalista culturale è «offrire uno sguardo competente e analitico. È la base del nostro mestiere. Deve proporre una chiave di lettura al pubblico». È convinta che, a servizio anche dell’arte, sia positivo «abbassare le soglie d’accesso, perchè la cultura può e deve saper parlare a tutti. Se qualcuno si avvicina all’arte passando da un reel di instagram e sceglie poi di andare a vedere una mostra, leggere la biografia di un regista, o ascoltare un approfondimento sulla musica jazz alla radio ebbene direi “evviva!”».

A livello di futuro, Schenini, ritiene che «più che per la produzione di immagini, in ambito museale l’AI può contribuire in maniera sicuramente determinante nell’analisi e nell’interpretazione di grandi quantità di dati (con tempistiche sicuramente inferiori a quelle umane). E mi riferisco non solo a dati testuali ma anche visivi», in particolare nell’attribuzione delle opere d’arte. Al momento la Pinateca Zuest usa l’AI con «forme di intelligenza artificiale trasversali che sono ormai comuni a tutti i settori, come la traduzione automatizzata» e, verso il pubblico, con «un sistema di guida alle mostre che può essere fruita direttamente dal proprio telefono».