Diego Fasolis, Direttore d’orchestra svizzero, riconosciuto nel mondo come uno degli interpreti di riferimento per la musica storicamente informata, è un testimone prezioso riguardo all’importanza della cultura musicale di cui Lugano è portatrice, ma anche dei problemi connessi ad una programmazione artistica adeguate alle aspettative e alle potenzialità del TicinoIn oltre cinquant’anni di attività, lei ha suonato e diretto in tutti i teatri e le sale da concerto del pianeta. Possiamo ricordare quali sono stati i suoi primi passi nel mondo della musica?

«Vengo da una famiglia di musicisti, mio nonno e i suoi fratelli erano tutti interpreti strumentali apprezzati, mio padre professore al Liceo dedicava anche tempo alla critica musicale. Da parte di mia mamma il nonno costruttore di barche suonava la fisarmonica e mia mamma Flavia aveva una voce da usignolo. Ho iniziato a 4 anni a suonare il pianoforte, a 10 anni il mio primo concerto in pubblico alla sala Carlo Cattaneo di Lugano. Amavo l’organo della mia chiesa a Pazzalino (Pregassona) ma per raggiungere i pedali dovevo suonare in piedi…  Mi sono poi formato musicalmente a Zurigo studiando Organo con Eric Vollenwyder, Pianoforte con Verena Schaufelberger e Jürg Von Vintschger, Canto con Carol Smith e Direzione con Klaus Knall. Successivamente ho perfezionato lo studio dell’organo e prassi interpretative storiche con Gaston Litaize a Parigi e con Michael Radulescu a Vienna e Cremona.

Negli anni Ottanta ho intrapreso una intensa carriera di organista con mille concerti e nel 1993 sono stato nominato direttore stabile dei complessi vocali e strumentali della Radiotelevisione della Svizzera italiana. In oltre trent’anni di collaborazione la RSI mi ha permesso di realizzare il progetto di creare una compagine di persone altamente dotate e desiderose di lavorare assieme unendo alla professionalità ideali di arte e fratellanza. Festeggiamo nel 2026, 90 anni di Coro e 30 anni di Barocchisti e il lavoro continua integrando sempre nuove e giovani leve. Quello che negli anni `50 sembrava una moda si è ormai consolidata e molte orchestre si sono indirizzate all’esecuzioni su strumenti e con prassi storicamente informate HIP (historically informed performance). Ho fondato al Teatro alla Scala l’orchestra su strumenti storici, altrettanto sto facendo da dieci anni con il progetto Vivaldi al Teatro la Fenice di Venezia e sono regolarmente inviato da molte orchestre europee che desiderano aggiornarsi su questi aspetti».

Il complesso I Barocchisti costituisce la realizzazione di un progetto a cui ha dedicato grandi energie, risorse umane e idee. Quali difficoltà comporta il suonare con strumenti storici?

«Le esecuzioni “storicamente informate” impongono il ricorso a strumenti originali o copie fedeli. Il timbro degli strumenti a fiato così come degli archi montati con corde di budello (non di metallo) è assolutamente non paragonabile al suono di un’orchestra con strumenti moderni. Certamente lo strumento storico presenta insidie in relazione all’intonazione e alla necessità, per quanto riguarda i fiati, di cambiare strumento a seconda delle tonalità dei brani. Il lavoro portato avanti nel corso di tanti anni ha consentito a questo complesso di acquisire tutta la competenza, unita e all’amore verso gli autori e per i brani eseguiti, necessaria per raggiungere una precisione tecnica, una visione ispirata e il contatto con l’anima del pubblico. L’obbiettivo è quello di commuovere ed educare».

Lei si è espresso più volte in modo critico nei confronti della politica in campo musicale portata avanti nel Cantone. Quali sono, in particolare, le sue perplessità?

«Lugano può essere in un certo senso definita la città delle occasioni perdute. Nonostante abbia a disposizione tutte le condizioni necessarie per diventare una “capitale europea della musica” (il clima, la piacevolezza del paesaggio, le strutture alberghiere, la posizione intermedia tra Zurigo e Milano, ecc.) si dimostra poi spesso incapace di sfruttare appieno tutte le potenzialità di cui dispone. Si pensi alle difficoltà incontrate dalla “Primavera concertistica” sul finire degli anni ’90, che, sostenuta fermamente da molti privati, tra cui un ruolo di primo piano lo ha avuto senza dubbio la famiglia Mantegazza, non ha trovato lo sbocco internazionale che meritava. Ancora più clamoroso il caso di Marta Argerich che il Ticino si è lasciata scappare senza comprendere che il suo festival era un modello assolutamente da seguire. Un vero peccato perché non vi è una valida motivazione per cui Lugano (ma si dovrebbe parlare della Città Ticino unendo le forze e le caratteristiche di città che distano una dall’altra meno che due quartieri di Milano) non possa essere una Salisburgo del sud. Esiste un turismo musicale di alto livello culturale e spesso facoltoso che attende solo di scoprire nuove mete. Il Canton Ticino deve solo decidere di emanciparsi. Prima con l’educazione e poi con l’azione».

Che cosa manca dunque a Lugano per allinearsi ad una programmazione musicale di assoluto livello internazionale?

«La nostra realtà culturale dovrebbe guardare, e non solo per un fatto linguistico, all’Italia che non sempre valorizza il suo repertorio e  Lugano potrebbe diventare, attraverso un suo festival operistico-strumentale, il riferimento musicale della grande tradizione italiana dimenticata: si pensi alle decine di autori di opere musicali quasi del tutto abbondonate che invece meriterebbero una riscoperta ed una adeguata valorizzazione. Quando la programmazione luganese fa uno scatto in avanti in termini di coraggio e voglia di innovare, il successo è quasi sempre assicurato. Faccio il recente esempio dell’opera Anna Bolena di Gaetano Donizetti, con la regia di Carmelo Refici e l’esecuzione dei Barocchisti, che ha riscosso un vivo apprezzamento non solo al LAC ma anche in tournée in Italia nei teatri di tradizione belcantistica.

Dobbiamo dunque lavorare ancora molto per valorizzare appieno tutte le potenzialità che il LAC, il Conservatorio e la prossima entusiasmante Città della Musica sono in grado di esprimere».

Le prospettive dell’Orchestra della Svizzera Italiana e de I Barocchisti non sembrano al momento essere delle più rosee…

«Come è noto l’Orchestra della Svizzera italiana (già Radiorchestra)  che nel 2025 ha festeggiato il novantesimo giubileo è una delle quindici orchestre professionali riconosciute a livello svizzero. Quest’orchestra svolge un ruolo importante nel panorama culturale, turistico ed economico del Cantone e negli ultimi anni ha aumentato la propria offerta concertistica e le relative ricadute sul territorio ticinese. Inoltre, grazie alla qualità del suo lavoro, funge da ambasciatrice culturale d’eccellenza nel resto della Svizzera e a livello internazionale. Il progetto di rinnovo della convenzione sull’erogazione di aiuti finanziari annuali alla Fondazione OSI costituisce dunque un passaggio fondamentale per assicurare la continuità dell’attività delle Orchestre e delle numerose altre iniziative ad essa collegate. Da sempre aspiro ad  unire le forze tra Coro RSI, Barocchisti e OSI per farne un centro di produzione sinergico con a disposizione quasi un millennio di repertorio e farlo con la strumentazione e lo stile adeguato.

Bisogna altresì dire che queste istituzioni sono care ai ticinesi e i privati hanno concorso in più occasione al suo sostegno per garantire il suo funzionamento e lo sviluppo di ambiziosi progetti. Geo Mantegazza, ne sono certo, non avrebbe mai fatto mancare il suo sostegno, non soltanto economico: lui era un costruttore di “ponti” capace si stabilire i collegamenti necessari al raggiungimento dei risultati prefissi» 

La Civica è un’altra istituzione che vive in parte grazie al contributo dei privati…

«Assolutamente sì. La Civica Filarmonica di Lugano è nata addirittura nel 1830 dall’iniziativa di una ventina di musicanti dilettanti luganesi. Un sodalizio che oggi rappresenta l’associazione più longeva della città La sua storia musicale è contraddistinta da un impegno continuo a fare sempre meglio e a perseverare nel solco dell’eccellenza, promuovendo anche, assieme alle società musicali di Bellinzona, Chiasso e Locarno, la cultura musicale tra i giovani e i cittadini. Ma la Civica Filarmonica di Lugano non sarebbe ciò che è oggi se nel suo più recente passato, non avesse saputo sviluppare e integrare attività complementari che qualificano le proprie visioni, tra cui l’insegnamento di uno strumento musicale è una delle principali. A tal fine, dal 1977 ha valorizzato la propria attività didattica dando avvio alla creazione di una Scuola di avviamento musicale, poi divenuta Scuola Musicale di Lugano».

Riguardo alla formazione musicale di giovani talenti un importante contributo proviene anche dalla Fondazione da lei creata per ricordare sua moglie Adriana Brambilla…

«Pensi che fu Claudio Mantegazza e presentarmi Adriana che sposai nel 1989. Adriana era una persona molto discreta e profondamente generosa. Durante la sua lunga malattia abbiamo avuto il tempo di decidere come valorizzare il nostro lascito. Con mia mamma Flavia Brivio e i genitori Jeannine e Adriano Brambilla (ora tutti purtroppo defunti) abbiamo deciso di onorare la memoria di Adriana tramite una fondazione “pro musica et natura” che aiutasse giovani studenti di musica sulla difficile via dell’impegno professionale e che lo facesse nel rispetto della Natura.  Mi piace definire la nostra un’attività di “mecenatismo taciturno” e abbiamo già aiutato una trentina di studenti a diplomarsi al Conservatorio della Svizzera italiana. In particolare alcuni giovani molto talentuosi provenienti dall’america latina.

E per quanto riguarda la natura…

« Sempre lavoriamo per compensare l’inquinamento generato dalla nostra attività. Questo è importante perché anche la cultura genera inquinamento ed è doveroso porre rimedi. Ho di recente concluso la prima fase di un progetto che mi ha visto fortemente impegnato, anche emotivamente, nel corso degli ultimi anni. Dopo varie peripezie burocratiche sono riuscito ad acquistare una grande proprietà a Vernate, appartenuta all’attore, matematico e intellettuale austriaco Prof. Otto W. Fisher. Si tratta di una sorta di ampio chalet circondato da un parco di 20’000 metri quadrati. Uno straordinario ambiente naturale che induce immediatamente alla pace, alla riflessione e alla meditazione ma anche ideale per dedicarsi pienamente alla musica. In questo contesto ho curato il restauro di alcuni immobili annessi destinati ad ospitare musicisti, direttori, compositori e allievi che abbiano voglia di vivere nuove esperienze musicali. Mi piace pensare a questo luogo, che rispecchia appieno l’aspirazione ad un benessere spirituale tra il bosco, le piante e gli animali – ci sono cerbiatti, volpi, cinghiali oltre ad una grande varietà di uccelli e insetti – come ad una sorta di piccolo Monte Verità nel cuore del Malcantone».

Quando pensate di inaugurare questo luogo così affascinante e stimolante per lo spirito delle persone?

Dopo aver trascorso cinque anni in cui ogni mattina, di buon’ora, mi sono personalmente dedicato, con il solo aiuto di un assistente, ad ogni genere di opere murarie e risanatorie, il 21 dicembre scorso, dopo aver acquistato un pianoforte mozartiano, abbiamo tenuto un concerto con i membri della nostra fondazione: erano 10 anni esatti dalla sua costituzione ed è stato un momento di autentica partecipazione e commozione. In settembre presenteremo la nuova Stagione  e in autunno un altro concerto che oltre ad un momento di festa rappresenterà l’inaugurazione ufficiale di questo luogo speciale.

Sarai molto felice, in accordo con Mario, di organizzare prossimamente in questo ambiente unico che induce al raccoglimento e al silenzio, un concerto espressamente dedicato al ricordo di Sergio e Geo Mantegazza».

Da ultimo, quale è la personale gioia che, dopo molteplici attività in campo musicale e innumerevoli successi a livello internazionale, prova ancora oggi nel fare musica?

«Mio nonno Michelangelo Fasolis, musicista, co-fondatore della Radiorchestra, mi sconsigliava di diventare musicista. Poi si è arreso constatando che anch’io ero affetto dal “virus della musica”, una malattia in verità inguaribile e meravigliosa. La musica è sempre stata la mia ragione di vita nel senso che è l’unica arte che mette in relazione le anime con una vibrazione fisica e, secondo le circostanze, è in grado di educare, innalzare, curare o consolare e tanto altre ancora. Ma per me, al di là della presenza di un pubblico di ascoltatori o della sua condivisione con altri musicisti, resta soprattutto il piacere intimo di studiare e suonare da solo, senza compromessi e condizionamenti, a tu per tu con uno strumento e uno spartito, ascoltando soltanto il suo respiro, abbandonandomi al senso entusiasmo, libertà, rifugio o conforto con cui essa sola riesce ad inondare l’animo umano».

Il mio ricordo di Geo

Ho iniziato a conoscere Geo Mantegazza sin da bambino molto piccolo per una particolare circostanza familiare. La mia madrina di battesimo, Anita Poma Mantegazza, era sua zia e talvolta, quando andavo a trovarla, capitava che mi parlasse di questa persona che in famiglia era così stimata e apprezzata per la sua intelligenza e i suoi modi gentili e raffinati.

Qualche anno dopo, ormai adolescente, ero un giovane che all’epoca si sarebbe detto “scapestrato” e al momento della sua morte la mia madrina volle ricordarsi di me nel suo testamento con un lascito, che tuttavia subordinò al controllo affidato appunto a Geo Mantegazza. In quell’occasione iniziai dunque a conoscerlo in prima persona, mi conquistai la sua fiducia, ed ebbi modo di riscuotere senza problemi quella donazione che mi aiutò molto nei miei studi musicali. Si prese il ruolo di padrino passatogli da Zia Anita.

Un altro episodio che mi lega a Geo Mantegazza risale agli esordi della mia passione per la musica. Come molti giovani ero giocatore di hockey ma soprattutto gran tifoso dell’Hockey Club Lugano che in quel periodo conosceva i suoi maggiori successi e, insieme a mio cugino Flavio Maspoli, realizzammo l’arrangiamento di alcune casette di musica leggera, dal tono trascinante e celebrativo, che venivano suonate in occasione delle partite ed ebbero un buon successo: quasi una sorta di We Are the Champions ante litteram.

La mia più profonda conoscenza e una continuativa frequentazione di Geo Mantegazza sono tuttavia connesse alla sua passione per la musica classica e al suo intimo piacere di assistere a importanti rappresentazioni, soprattutto di opere liriche con il palco al Teatro alla Scala. Certamente era orgoglioso della mia attività all’interno del grande teatro. Era un conoscitore della musica sinfonica, come testimonia il sostegno offerto in più circostanze alle istituzioni musicali luganesi. Ma la sua più autentica passiona era per i grandi autori operistici italiani, Verdi e Puccini in primo luogo. Dell’opera apprezzava la capacità di coniugare scene, costumi e balletti. Ma, in particolare, la straordinaria forza delle voci liriche capaci, pur senza microfoni e amplificazioni, di penetrare migliaia di spettatori, parlando direttamente al loro cuore e alla loro anima.

 Negli anni è nato uno stretto legame che si è poi consolidato attraverso varie ricorrenze in cui ho avuto l’onore di suonare, in particolare l’organo, per celebrare eventi della sua Famiglia, soprattutto matrimoni.

Quando Mario mi ha chiesto di suonare al funerale di Geo non ho esitato a lasciare le prove in tour per arrivare e ripartire in tempo e non mancare l’ultimo (ma non ultimo) commiato. Vedere fuori dal cimitero la sua Rolls- Royce con l’autista alla guida mi aveva ricordato che qualche tempo prima lo avevo “inseguito” in bicicletta mentre usciva dalla sua villa di Figino. Non avevo però avuto il coraggio di affiancarmi e bussare al vetro per salutarlo ma ho questo tenero ricordo. Grazie Geo!