Emilio Martinenghi, ricordando Geo Mantegazza, lei ha citato la facilità di contatto data dalla piccola realtà ticinese come un elemento importante all’interno delle relazioni sociali cittadine. Possiamo approfondire questo aspetto?
«È senza dubbio un fatto che, in una comunità dalle limitate dimensioni come era quella luganese ancora alla metà del secolo scorso, le famiglie con un forte legame con il territorio per tradizione, professione o attività intraprese, fossero numericamente abbastanza ridotte e, di conseguenza, più frequenti i legami o quantomeno le occasioni di incontro. A ciò si aggiunga la condizione affatto particolare della famiglia Mantegazza, già molto nota per il successo delle attività imprenditoriali dei due fratelli e divenuta poi popolarissima in seguito al ruolo di Geo come presidente dell’Hockey Club Lugano».
L’ambiente sportivo non era tuttavia legato solo al tifo per una squadra vincente…
«È questo un aspetto che merita di essere sottolineato. Nel contesto ticinese la pratica di uno sport o di più discipline non era fatto raro. In particolare, prima dell’avvento di altri fenomeni sportivi era frequente incontrarsi sui campi giovanili di calcio e in altre vesti sul ghiaccio della Resega ora Corner Arena o della Valascia. Ciò significava anche entrare in contatto con un mondo che veniva preso a modello di comportamento e trasmissione di valori. Anche in questo senso la figura di Geo Mantegazza è emblematica: dopo essere stato un campione in campo calcistico e un ottimo sciatore, ha legata il suo nome al mondo dell’hockey. E la Resega, così come era stato il campo di calcio del vecchio Lugano, diventava grazie ai suoi campioni, ai suoi personaggi, agli allenatori e ai dirigenti, una vera e propria palestra di vita per i più giovani, un punto di riferimento non solo sportivo in quanto ambiente sano e positivo, momento di formazione e di avviamento all’ attività lavorativa. È sicuramente questa la grande forza e il rilevante impatto sociale che possono ancora oggi esprimere i giochi di squadra con un forte legame territoriale».
Parlando del percorso imprenditoriale di Geo Mantegazza e delle sue realizzazioni, è possibile riconoscere un suo particolare stile nel portare avanti i suoi progetti?
«Direi che Geo, così come suo fratello Sergio, hanno dimostrato senza dubbio di avere una marcia in più. Va infatti a loro riconosciuta la capacita di sviluppare una mentalità imprenditoriale, cioè un atteggiamento che dà priorità alla visione a lungo termine. Significa anche avere una mente aperta, utilizzare il pensiero critico ed essere capaci cercare soluzioni, non problemi. Cosi nelle grandi opere private ed anche pubbliche nelle quali Geo in particolare è stato promotore anche nella sua qualità di ingegnere.
Un altro elemento che si può poi collegare forse al loro modo di essere autenticamente ticinesi, è la grande discrezione con cui hanno di norma condotto i loro affari, evitando inutili situazioni concorrenziali e mantenendo sempre un distacco e un grande riservatezza, pur facendo avvertire la lora presenza in tutte le circostanze in cui veniva richiesta la loro partecipazione e il loro sostegno».
La grande discrezione è anche la cifra del suo percorso professionale….
«La ritengo un valore imprescindibile, anche se nell’era della mediatizzazione e digitale sembra un limite. In realtà la discrezione e la riservatezza appartengono e devono sempre appartenere alla nostra cultura svizzera. Ho inoltre sempre cercato di applicare alle cose che ho fatto una dose di piacere e passione, coniugate da un comune denominatore e cioè il modo di esprimermi nei vari ambiti, restando se possibile autentico e non condizionato dall’eventuale risultato delle mie attività. In altre parole, sono più preoccupato dal modo in cui agisco che da quanto penso di ottenere. A questo spirito ho cercato con i soci e con tutti i colleghi di conformare WMM Group che dal 1972 offre servizi nei settori della consulenza fiscale e aziendale, della gestione patrimoniale, della gestione e dell’intermediazione immobiliare. Accanto alla passione per il nostro lavoro, ritengo che la competenza e legame con il territorio debbano essere punti fermi alla base quotidiana delle attività di consulenza. Quando un cliente si rivolge al professionista, non affida soltanto la gestione dei suoi beni affida la sua storia, i suoi valori personali e aziendali».
In base alla sua esperienza, questa sua filosofia è riuscita ad applicarla anche nel campo dell’attività politica?
«Un bilancio non può essere mai definitivo. L’attività politica mi ha permesso di conoscere le persone e il territorio e di ricevere stimoli e critiche e anche di partecipare alla vita sociale del Cantone. Ho iniziato a fare politica in un’epoca in cui c’era un sistema preordinato, di paese, dove tutti si conoscono e dove ti senti parte direttamente coinvolta. In ogni caso, ho militato per 28 anni tra Consiglio comunale e varie altre funzioni, tra cui quella di sindaco di Cureglia per 8 anni. Pensavo fosse giunto il momento di lasciare spazio a chi veniva dopo di me e aveva voglia di impegnarsi. Così per dieci anni non ho più pensato alla politica, naturalmente la seguivo, ma mai attivamente e senza esporre in pubblico le mie idee. Più tardi e per un periodo di 4 anni ho avuto l’opportunità di partecipare all’ufficio presidenziale del PLRT, e questo su invito dell’attuale presidente, Alessandro Speziali, mio antagonista nel 2020 nella sfida per la presidenza».
Che cosa vorrebbe contribuire a realizzare nel corso dei prossimi anni?
«Da semplice cittadino conta l’esempio e con questo mi auguro potere concorrere a formare una mentalità coraggiosa e non rinunciataria, con spirito e rischio di impresa ove i principi di solidarietà siano posti in primo piano e questo attraverso il riconoscimento e rispetto del benessere individuale e della sua formazione. Ognuno deve potere aspirare alla sua affermazione anche economica. Dunque un Cantone ove sia possibile sognare il miglioramento della propria condizione sociale e che abbia un profondo senso di rispetto per tutti i cittadini».
Entrando nel campo del concreto, qual è a scelta prioritaria che andrebbe fatta per far crescere e consolidare il tessuto economico del Cantone?
«Un intervento sicuramente necessario ha interessato la fiscalità delle persone fisiche in Ticino. Questo ha significato mantenere la progressività del carico fiscale riportandola però a livelli proporzionali nella media degli altri Cantoni confederati. Oggi il Ticino non si trova più nelle ultime posizioni per le fasce alte di contribuenti, è invece in media per quanto riguarda il ceto medio e molto attrattivo per i bassi redditi. Basta questo dato a far riflettere sulla necessità di aver riformato anche in modo leggero il sistema tributario. Alcuni Cantoni hanno già compreso che i buoni contribuenti non vanno fatti scappare. La ricchezza del singolo va a beneficio della collettività, crea indotto economico e genera una forza ridistributiva a favore delle fasce economicamente fragili.
La mia attenzione ora cade su un tema più di politica economica e finanziaria, In modo discontinuo rispetto ad un pensiero di centro destra, sono persuaso che il debito pubblico non debba e non possa costituire un dogma intoccabile. Tutt’altro; la funzione dei debiti è di permettere la realizzazione di investimenti, sia per infrastrutture ma anche nella ricerca, formazione e cultura che possano dotare la nostra società di quanto necessario per emanciparsi. Il debito va gestito e non rifiutato di base. Cosi lasceremo beni tangibili, non fermeremo il ciclo economico e promoveremo l’interesse per il nostro territorio e la qualità di vita dei cittadini».
Nella sua vita, piena di interessi e attività che hanno il fine di arricchire anche lo spirito, un posto importante è occupato dalla pittura…
«Ho iniziato a dipingere intorno al 2010, ricercando una tecnica che mi consentisse di esprimere con vigore un rapporto dinamico con la tela. Di conseguenza, ho scelto di lavorare con acrilico e olio, sovrapponendo più strati, che spesso sono cancellati e modificati ricavandone profondità e spessore. Ma è un percorso lungo e laborioso, il lavoro può durare anche mesi e lo ritengo concluso solo quando l’energia impressa nella tela mi ritorna nella percezione visiva e materica. Questa mia vena artistica è nata in modo assolutamente casuale e si è sviluppata come forma di espressione che potesse raccontare chi sono e quello che penso. È un’indagine che si rinnova ogni volta che il pennello o la spatola toccano la tela e che mi porta ad una destinazione sconosciuta. Continuerò così sino a quando riuscirò ad eludere la ricerca di un risultato prestabilito. È questa la mia indole e ad essa voglio mantenermi fedele».
Il mio ricordo di Geo
La mia storia personale si è intrecciata in più occasioni con quella di Geo Mantegazza. I primi ricordi risalgono addirittura agli anni della scuola perché insieme a suo figlio Claudio frequentavamo la medesima classe. Fu poi lo sport a farmi incontrare Mario nelle squadre giovanili dell’Hockey Club Lugano e, nell’ultimo periodo, nel ruolo di membro della Fondazione Academy, ho conosciuto meglio Vicky, di cui apprezzo la passione e la dedizione per la causa sportiva. Sono riconoscente a Fabio Gaggini, persona molto vicina a Geo, per avermi coinvolto nelle attività della fondazione, cosa che ha riacceso in me la passione per questo sport e riportato in contatto con tanti amici di un tempo e sempre sotto la luce di Geo.
Di amici comuni e che posso con piacere citare sono le famiglie di Cuccio Viglezio e di Tullio Righinetti. commerciante il primo e farmacista il secondo, persone della Lugano che fu, molto vicini a Geo e che lo portarono ad assumere la carica di presidente.
A tal proposito un episodio che ho il piacere di raccontare riguarda una cena, organizzata in Engadina a casa di Tullio Righinetti. Cena alla quale partecipai in sostituzione di mio padre e ove mi trovai a sedere a fianco di Geo. Ero da pochi anni nel mondo del lavoro e naturalmente un po’ in soggezione di fronte ad una persona come lui che trasmetteva una grande autorevolezza, ma rimasi fortemente colpito dalla sua capacità di mettere le persone subito a proprio agio grazie al suo modo diretto e cordiale di comunicare. Con Geo era perciò facile e naturale darsi del tu, cosa che lui volle da subito.
Geo Mantegazza è stato per me un Signore, un amico della gente e della sua città. Una personalità che sempre con molta attenzione e sensibilità ha conquistato la stima ed il cuore di molte persone. Un imprenditore che ha mostrato esempio di coraggio nel rischio non solo economico quanto piuttosto personale.



