Werner Kropik e l’elogio del viaggiare lentamente Da Lugano a Hong Kong in bicicletta, dall'Austria all'India con le tasche vuote: Werner Kropik Werner Kropik, ci vuole raccontare come è nata la sua passione per il viaggio e attraverso quali tappe personali è diventato un viaggiatore solitario?

«La mia voglia di viaggiare non è tanto una passione ma piuttosto una curiosità innata. Un modo di conoscere il mondo fuori della nostra “comfort zone”, che in certe situazioni ci fa toccare i nostri limiti, non solo quelli fisici. Viaggiare ci permette di conoscere noi stessi, non solo altri paesi e altre culture. C’entra anche quel desiderio d’indipendenza che ogni adolescente prova, infatti il mio primo viaggio in bici lo feci a 16 anni, da solo, senza chiedere il permesso ai miei genitori, senza soldi e con poco cibo preso dalla dispensa di casa. Ammiro i viaggiatori solitari ma col tempo ho preferito vivere certe esperienze in compagnia di un amico o un’amica, anche se le emozioni vissute – sia quelle positive, sia quelle negative – perdono d’intensità.  Dei ricordi che ho di alcuni viaggi in solitaria mi sono rimasti solo i momenti magici, rivelatesi preziosi soprattutto a distanza di anni, quando non si può tornare indietro e si capisce l’unicità di quanto si è fatto».

Qual è lo spirto con cui, nel frenetico mondo contemporaneo è possibile ritrovare una più autentica dimensione del viaggio?

«Nei viaggi ti capitano sempre momenti per cui ti chiedi “ma chi me lo fa fare?”.  Per questo devi avere una buona ragione per affrontare disagi che alla fine rivelano sempre una visione del mondo altrimenti inafferrabile. La probabilità di trovarsi in situazioni non previste aumenta considerevolmente durante un viaggio non organizzato. Le agenzie viaggio pianificano ogni cosa: ti informano dove ti troverai in un giorno determinato, cosa vedrai, dove mangerai e quante stelle ha l’albergo dove passerei la notte. Durante i miei viaggi non sapevo mai dove sarei arrivato la sera, se avrei dovuto passare la notte in tenda nel deserto o in uno di quegli ostelli scomodi, da condividere magari con qualche pantegana. In bici dovevo spesso riparare la camera d’aria arrangiandomi con le spine delle acace e fare i conti con il vento a favore o contrario, con il gelo o il caldo rovente. Mille situazioni che non si scelgono in anticipo ma per questo è un vero viaggio, che ti obbliga ad adattarti e ti regala mille emozioni, come la felicità quando un camionista impietosito ti offre un po’ della sua acqua dopo aver finito la tua già da ore».  

Werner Kropik Nel corso di un viaggio, quando uno di ritrova solo con sé stesso, quali sono i momenti più difficili da superare e per contro quelli di più intensa esaltazione?

«I momenti difficili, e persino rischiosi, sono stati tantissimi ma alla fine, una volta superati, li ricordo con tenerezza e vincono sempre quelli di gioia pura. Durante il viaggio Lugano-Hong Kong, nel 1994, mi ritrovai con la mia amica ospite in una piccola cascina di un contadino, in Rajastan: fuori solo il silenzio della notte, le stelle e i cammelli dei nostri accompagnatori. All’improvviso, ci siamo accorti che era il 24 dicembre, era la notte di Natale! Non avevamo niente per festeggiare ma eravamo felici e sentivamo di avere tutto il necessario per gioire. Lo stesso successe per la fine dell’anno, niente spumante ma tanta felicità. Ecco, queste apparenti banalità hanno rappresentato per me vere e proprie esaltazioni. Così come camminare lungo la Via della Seta, ripercorrendo millenni di storia ancora palpabili, o ascoltare le musiche nei templi Sikh dove mi è capitato di entrare realmente in una sorta di trance spirituale che ancora a ripensarci mi dà i brividi. Io penso che basti aprirsi con la mente e i momenti magici arriveranno da soli, trasformando anche le difficoltà in opportunità». 

Werner Kropik Lei ha affidato ad un il libro dal titolo “Una vita in viaggio”, a cura di Paola Cerana, il racconto delle esperienze vissute. Come è nata l’idea di questa pubblicazione e quali sono le ragioni per cui ne consiglierebbe la lettura?

«Con una certa età – ho 83 anni – si sente il bisogno di lasciare qualche traccia della propria esperienza e, nonostante i 300 documentari prodotti, ho sentito il bisogno di raccontare episodi vissuti attraverso le parole. Momenti, a volte anche imbarazzanti, che mettono a nudo la natura del genere umano e se un lettore del mio libro scoprirà sè stesso nei miei racconti, di sicuro si divertirà, anche senza mettersi personalmente in sella a una bici per raggiungere Hong Kong. Lo stesso editore, Fabio Casagrande, quando lesse la primissima stesura, disse di essersi divertito moltissimo e questo per me era già una grande soddisfazione. Già anni fa avevo scritto le prime 40 pagine, ma fui prontamente scoraggiato da una mia amica, la quale riteneva – non senza ragione – che il mio italiano non fosse sufficiente, essendo di madrelingua tedesca. Caso vuole che, cinque anni fa, ho incontrato la giornalista Paola Cerana sulla vetta del Monte Boglia, e dopo altri incontri e lunghe chiacchierate mi propose di darmi una mano. E così è stato, ne è nata una bella amicizia coronata da questo libro. Oggi so, che senza quest’incontro casuale – o forse predestinato – quelle prime 40 pagine sarebbero rimaste in un cassetto e non avrei mai provato la gioia che mi ha dato il lato creativo dello scrivere. In queste pagine ho rinunciato a luoghi comuni e cose scontate. Del resto, non potrei mai raccontare una storia non vissuta personalmente. Oggi, sfogliandolo, penso che un libro sia come un figlio: una volta nato non appartiene più a chi lo ha creato ma al mondo. Perciò, spero che le storie raccontate in questo libro possano arricchire il lettore, e non solo divertire».

Werner Kropik Dopo aver viaggiato in tutto il mondo a piedi, in bicicletta, su treni a vapore e in autostop: quale altro mezzo di locomozione lenta vorrebbe ancora provare?

«Dopo aver esperimentato tutti i vari modi di viaggiare, ognuno con le sue opportunità specifiche di conoscere il mondo, camminare resta il mio mezzo ideale. Ancora oggi raggiungo a piedi le rive di un fiumiciattolo di quella che chiamo la “mia valle segreta” – nel nostro bellissimo Ticino – e amo identificarmi con una foglia di una betulla trascinata dalla corrente a valle e vedere nella sua casuale meta anche la mia vita. Noi non siamo i registi della nostra vita, al massimo comparse. Le cose capitano. Se paragoniamo il modo di viaggiare di oggi – con in mano il telefonino –  rispetto a quando ho attraversato nel 1962 tutta l’Asia via terra, senza alcuna informazione né Gps, dubito che oggi la tecnologia possa dare le stesse emozioni della scoperta, della sorpresa, dell’imprevedibilità. La polvere delle strade sterrate, l’odore delle locomotive a vapore, i tempi d’attesa per prendere navi o treni. A Penang ho dovuto aspettare un mese per il traghetto che mi portasse in India, e a Zahedan ho dovuto aspettare una settimana intera per il treno per Quetta. Chi oggi sarebbe disposto a sacrificare settimane delle sue vacanze per aspettare un traghetto? Poi i contatti con i famigliari o gli amici raggiungibili allora solo con lettere e infinite attese. Oggi via WhatsApp si condivide tutto in tempo reale. Tutto ciò lo riteniamo un progresso ma se non sappiamo nemmeno dove vogliamo arrivare, a cosa ci serve progredire? Pochi si rendono conto che con tutto questo progresso tecnologico siamo diventati anche estremamente vulnerabili, come ha dimostrato l’ultimo black out nel Sud della Francia, in Spagna e Portogallo. Tutto si è fermato. In quel senso sono grato di aver visto il mondo senza ancora l’elettricità, le strade asfaltate, i cellulari … persino l’Afghanistan 60 anni fa senza Talebani!».   

Werner Kropik Una componente fondamentale del viaggio è determinata dal racconto del viaggio stesso. A quali strumenti affida solitamente la testimonianza delle sue esperienze?

«Mi sono reso conto che il nostro cervello ha una capacità limitata di immagazzinare tutto il vissuto e per questo sono grato di poter consultare i miei diari. Loro, insieme a un enorme archivio di fotografie e video, sono la mia memoria. Come un cuoco attingo a questi ingredienti per preparare i miei documentari, allo stesso modo mi sono serviti per raccogliere i racconti di “Una vita in viaggio”. Conservo ancora una pagina di diario con l’impronta della zampa di un cagnolino, tutta infangata, che mi aveva fatto visita nella tenda una notte di pioggia torrenziale. Ha cancellato quello che avevo scritto ma ha impresso nella mia memoria quella notte ormai lontana».

Infine, quale sarà la destinazione del suo prossimo viaggio e perché questa scelta?

«D’estate non sento il bisogno di mettermi in viaggio, preferisco restare a Lugano e giocare a tennis al Tennis Club Campo Marzio, che frequento ormai da oltre 60 anni. In Ticino abbiamo un paradiso dietro casa, una natura splendida. Passare qualche giorno in montagna, dormendo la notte in tenda sulle rive di un laghetto alpino, mi fa sentire parte della natura, che purtroppo in vaste regioni della Terra soffre la presenza dell’uomo. D’inverno visiterò probabilmente il Bangladesh un’altra volta. Un Paese che vive la sua povertà con una dignità incredibile. Chissà, forse lo racconterò nel prossimo libro».