Professor Aaron Ciechanover, potrebbe raccontarci come è nata la sua passione per la biochimica e se c’è stato un momento particolare – ad esempio quando ha ricevuto il suo primo microscopio – che l’ha spinto a esplorare il mondo della scienza?
Sono sempre stato affascinato dalla natura e dai suoi meccanismi più nascosti. Fin da ragazzo ero incuriosito da come le cose viventi funzionassero “dietro le quinte”. All’epoca, la biochimica era la regina della biologia: non esistevano ancora la biologia molecolare moderna, la genetica murina, né gli strumenti avanzati come la microscopia confocale o a fluorescenza. Per me, quel primo microscopio rappresentò una porta d’ingresso in un mondo nuovo. La biochimica si rivelò presto lo strumento perfetto per svelare i processi fondamentali della vita, tra cui il sistema dell’ubiquitina, che avrei poi contribuito a decifrare. Col tempo ho capito che ciò che mi appassionava non era solo osservare, ma comprendere le regole profonde che governano la cellula».
Quali esperienze o insegnamenti hanno influenzato maggiormente la sua carriera accademica e come ha deciso di concentrare i suoi studi sulle cellule e sui processi che eliminano le proteine superflue?
«Sono un medico di formazione e, fin dall’inizio, cercavo strumenti che mi permettessero di capire i meccanismi alla base delle malattie. La scoperta arriva sempre da una buona combinazione di curiosità, metodo e mentori illuminati. Ho scelto come supervisore il professor Avram Hershko, un medico che aveva deciso di dedicarsi alla ricerca biochimica e che, con straordinaria intuizione, propose di studiare la distruzione delle proteine, un processo allora quasi ignoto. Da lui ho imparato che le grandi scoperte nascono quando si osa esplorare ciò che non è ancora stato spiegato, quando si accetta il rischio dell’incertezza scientifica. Il tema della degradazione proteica mi affascinò subito perché intuivo che, per comprendere davvero la vita e le sue disfunzioni, non bastava studiare la costruzione delle molecole: bisognava capire anche come e perché vengono eliminate».
Potrebbe spiegare, in parole semplici, come ha scoperto il funzionamento del sistema cellulare che elimina le proteine superflue e quali sono stati i momenti più entusiasmanti della sua ricerca?
«Abbiamo utilizzato come modello il reticolocita, un globulo rosso immaturo che, durante la sua maturazione, degrada quasi tutte le macchine cellulari tranne quelle essenziali per trasportare l’ossigeno. Sapevamo quindi che doveva possedere un sistema proteolitico estremamente efficiente. Studiandolo, abbiamo identificato un meccanismo elegante e di grande precisione: l’ubiquitina, una piccola proteina che funge da “etichetta”, marca le proteine destinate alla distruzione e ne permette il riconoscimento da parte del proteasoma, il complesso che le degrada. Il momento più emozionante fu rendersi conto che non stavamo semplicemente descrivendo un fenomeno biochimico isolato, ma un sistema universale di controllo della qualità cellulare, fondamentale per processi vitali come la divisione cellulare, la risposta allo stress e lo sviluppo».
Cosa ha significato per lei ricevere il Premio Nobel, sia a livello personale che professionale, e cosa ha rappresentato questo prestigioso riconoscimento per il suo team di ricerca?
«Il Nobel è stato soprattutto il riconoscimento del lavoro di un team che, per anni, ha condiviso dedizione, disciplina e creatività. La nostra scoperta ha aperto la strada alla comprensione dei meccanismi di base delle malattie e allo sviluppo di strategie terapeutiche innovative, come i farmaci contro il mieloma multiplo, una neoplasia del sistema immunitario. A livello personale, è stato un onore immenso, ma anche una responsabilità: diventi una voce ascoltata non solo per ciò che hai scoperto, ma per ciò che puoi ancora contribuire alla comunità scientifica e alla società».
In che modo lo studio della biochimica e dei processi cellulari può contribuire concretamente al miglioramento della salute umana e alla prevenzione delle malattie?
«Non è possibile comprendere i meccanismi delle patologie né sviluppare farmaci efficaci senza conoscere a fondo come funzionano le cellule sane. La biochimica permette di decifrare le anomalie molecolari che causano le malattie e di progettare interventi mirati. Oggi, molte terapie innovative – dall’oncologia alla neurologia – si basano sulla modulazione di processi cellulari che abbiamo iniziato a comprendere proprio grazie alla ricerca sul sistema ubiquitina-proteasoma. Studiare come la cellula mantiene il proprio equilibrio interno è la chiave per prevenire e curare numerose condizioni degenerative e tumorali».
Quale consiglio darebbe ai giovani o a chi è interessato alla scienza e come vede il ruolo della biochimica nel miglioramento della qualità della vita quotidiana?
«Direi di seguire il proprio istinto, coltivare ciò in cui ci si sente naturalmente portati, ma scegliere sempre un ambiente positivo, con mentori capaci e generosi. La scienza non è mai un percorso solitario: è una comunità, un linguaggio condiviso, un impegno collettivo. La biochimica continuerà ad avere un impatto enorme sulla nostra vita quotidiana, dall’alimentazione alla medicina personalizzata, dalle biotecnologie alla sostenibilità. Comprendere la chimica della vita significa capire come migliorarla».
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