Franco Citterio, nato nel 1962 a Lugano, è da oltre vent’anni il punto di riferimento della piazza finanziaria ticinese come direttore dell’Associazione Bancaria Ticinese – incarico che ricopre dal 2003, dopo un percorso professionale che lo ha portato dal giornalismo economico al mondo bancario – e per dodici anni anche sindaco di Porza, oltre a presiedere Ticino for Finance. Una lunga stagione di impegno pubblico, fatta di riunioni, dossier e delibere. Ma fuori dall’ufficio, chi è davvero?
Arrivo a Villa Negroni a metà mattinata. Sempre vista ed ammirata unicamente dall’esterno, devo ammettere che fosse la mia prima visita all’interno dell’edificio, sede della Fondazione Centro Studi Villa Negroni, di cui Citterio è peraltro membro del Consiglio. Entro nel silenzio più totale, tra sale, imponenti statue, corridoi e scalinate, salgo affascinata alla ricerca degli uffici dove, sentendomi parlare con la sua assistente, il Direttore Franco Citterio fa capolino. Dopo qualche minuto di presentazioni e aggiornamenti, ci sediamo per quella che sarà una mezz’oretta di chiacchierata davvero scorrevole ed interessante. A grandi linee, eccola.
Lei incarna da oltre vent’anni la trasformazione della piazza finanziaria ticinese. Ma chi è Franco Citterio quando si toglie la giacca, nel senso figurato, e torna ad essere un cittadino qualunque?
«Direi una persona assolutamente normale. Sono nato e cresciuto qui, ho fatto le scuole in Ticino, sono sposato, ho due figlie». Le figlie hanno ventisei e ventinove anni «sono già grandicelle», precisa. Una vita costruita con radici solide, senza particolari strappi. Ticinese doc, insomma, ma con un piccolo dettaglio: gli anni universitari trascorsi a San Gallo per studiare economia lo hanno lasciato con qualcosa in più di una laurea. «Mi ha dato una struttura mentale», dice. «Una certa sistematicità nel pensiero che poi ti porti dietro anche nella vita di tutti i giorni».
In effetti San Gallo è sinonimo di rigore elvetico, il Ticino piuttosto di solarità. Nel suo carattere prevale una o l’altra?
«Credo di essere più latino. Però è vero che l’educazione tedesca mi ha portato ad un certo rigore». Un rigore che non è ottusità, tiene a chiarire, non si tratta di essere inquadrati, ma di avere un obiettivo e seguirlo senza perdersi nei meandri dell’attualità. «Nel mondo finanziario, se non hai una strada da seguire, rischi di farti trascinare dal breve termine. Serve una certa stabilità». Della città di San Gallo conserva un ricordo affettuoso ma anche assai concreto: «Tutto sommato abbastanza provinciale. Non aveva la vivacità internazionale di Zurigo». Però, mi racconta, è lì che ha incontrato sua moglie. «Eravamo tutti e due studenti ticinesi, lei di Losone, io di Lugano. Ci siamo conosciuti a San Gallo, nonostante al sud delle Alpi fossimo praticamente vicini di casa». Il destino ha sempre i suoi piani.
Mi sembra di intuire che, oltre ai suoi mille impegni, lei sia uno sportivo. Come si muove durante l’anno?
«Due o tre volte alla settimana mi piace praticare sport. Lo considero una valvola di sfogo importante, non solo fisicamente, fa bene anche mentalmente». Il calendario è preciso: estate in mountain bike, autunno a giocare a basket con gli ex compagni di squadra «partitella e cena, bellissimo», inverno sugli sci, mentre in primavera gioca a tennis. «Non mi sono inventato niente di speciale», dice. «Sono sport normali. Ma per me il movimento è fondamentale».
Il basket è rimasto nel tempo. Ha giocato a lungo?
«È stato il mio primo sport. Ho giocato nella Federale Lugano dai piccoli fino alla prima squadra». Oggi si ritrova ancora una volta alla settimana con gli ex compagni. Non è solo movimento, è un rito, un modo di restare in contatto con persone che lo conoscono da decenni. «Con gli amici di sempre, magari non ci si sente per mesi, però si sa che ci sono», dice. «Stiamo però entrando in un periodo in cui qualcuno di questi amici lo perdi. Scompare. E lì ti rendi conto di quanto ti manca la sua presenza». La famiglia, lo sport, gli amici, le radici. E poi un altro hobby, i viaggi.
C’è una meta che non ha ancora visitato e che le piacerebbe raggiungere?
«I paesi orientali mi attraggono molto. Il Giappone, l’India ma anche la Via della seta, le ex repubbliche sovietiche. Sono culture che ai nostri occhi restano abbastanza sconosciute». Il resto del mondo lo conosce abbastanza bene, anche se l’Africa rimane un punto interrogativo: «Ho fatto il nord e il sud, ma tutto quello che c’è nel mezzo resta inesplorato. Andiamo sempre agli estremi». Per ora queste mete restano nella lista. «Magari un po’ più avanti», dice.
Cosa le piace fare quando stacca davvero?
«La letteratura, sicuramente. Leggo spesso.» Romanzi italiani ma anche saggi storici. «Mi piacciono quei libri che raccontano un personaggio, una biografia, e ti aiutano a contestualizzarlo in un quadro più ampio. Colleghi le conoscenze, vai avanti e indietro nel tempo». E poi la musica, che lo accompagna sempre. Musica classica ma anche musica moderna. Per anni ha seguito moltissimo i Jamiroquai. «Un genere funky jazz che mi ha preso davvero», dice.
E con le sue figlie, avete gusti musicali in comune?
«Non ho ancora capito bene cosa ascoltano i giovani. Un po’ di tutto, immagino, dai vecchi cantautori italiani alle cose più recenti». Una risposta onesta, di chi non pretende di capire tutto delle generazioni successive. Convivenza pacifica, insomma, tra una Quinta di Beethoven e una “Cosmic Girl” dei Jamiroquai.
Come immagina la domenica perfetta in Ticino?
«Semplicissima. Montagna, una passeggiata, un pranzo con amici o parenti». Niente di costruito. Il Sopraceneri riserva belle sorprese. «Le valli, posti che conosci da sempre e che ogni volta ti regalano un’emozione. Per avere gli occhi pieni di meraviglia, in Ticino ci vuole poco. Bisogna solo uscire».
Quando invita gli amici, cucina o preferisce portarli al ristorante?
«Il ristorante è più pratico. E ti permette di restare davvero a contatto con i tuoi ospiti, quando organizzi a casa rischi di passare più tempo tra i fornelli che con le persone che hai invitato». E poi ammette senza problemi: «Non sono un grande cuoco. Qualcosa alla griglia, qualche piatto semplice, ma fino a un certo punto. Mia moglie è brava e si dà da fare, però oltre un certo numero è più comodo andare fuori. Costa qualcosa però si apprezza di più». Ancora una volta Franco Citterio brilla in onestà.
Dopo vent’anni tra Consiglio comunale e Municipio ha scelto di non ricandidarsi. Come ci si sente con una tabella di marcia un po’ meno fitta?
«L’agenda ne ha giovato, diciamo così». Essere Sindaco significa essere disponibile quasi in modo continuo, non solo le riunioni formali, ma il piccolo sopralluogo, l’appuntamento dell’ultimo minuto, la telefonata la sera. «Il fatto di lavorare vicino a casa mi permetteva di gestirlo, però l’agenda ne risentiva, non soltanto durante la settimana, ma anche la sera, il weekend». Vent’anni di politica, dai quarantadue ai sessantadue. «È stato un percorso molto soddisfacente, ma anche tempo sottratto alla famiglia», dice, senza recriminazioni. «Ed è giusto lasciare spazio alle nuove generazioni».
Lugano è cambiata moltissimo negli ultimi decenni, evolvendo da piazza prettamente finanziaria a polo culturale e tecnologico. Come ha vissuto, da cittadino, questa metamorfosi della sua città natale?
«Penso che il lungo periodo di ristrutturazione della piazza finanziaria possa dirsi concluso. Il settore bancario si è adeguato ai nuovi standard internazionali in materia di trasparenza fiscale, introducendo lo scambio automatico di informazioni con l’estero. Nel frattempo, Lugano ha subìto le conseguenze di questa trasformazione (occupazione, entrate fiscali, lavoro indotto ecc.) ma ha saputo anche reagire intercettando nuovi business (commercio di materie prime in primis) e creando nuovi punti d’attrattività quale polo culturale. Da cittadino ho osservato con dispiacere i contraccolpi della crisi finanziaria ma ho anche ammirato la capacità di reazione degli operatori e della collettività di fronte a questi cambiamenti».
Cosa consiglierebbe ad un giovane ticinese che si affaccia adesso al mondo del lavoro?
«Prima di tutto: scegliere in base alle proprie preferenze, non alle opportunità che si intravedono sul momento». Non è facile, riconosce, a quattordici, quindici anni ti chiedono già di prendere una strada. «Ma una volta individuate le tue preferenze, vai in quella direzione». E poi: non restare per forza in Ticino. «Siamo 350.000 abitanti con una struttura economica variegata. Le opportunità ci sono, ma non come in altri contesti. Non bisogna aver paura di uscire dai confini cantonali o nazionali, anche solo per un periodo lavorativo. Le esperienze fuori formano, e poi il Ticino resta lì, si può sempre far ritorno a casa».
A quattordici anni, lei sapeva già cosa voleva fare?
«Sapevo appena di voler continuare a studiare. Nient’altro». Il liceo, poi la scelta tra economia e architettura. «L’architettura mi interessava, ma era un periodo difficile per l’edilizia ticinese. I miei mi hanno convinto che l’economia lasciava più sbocchi». E così è andata. Senza rimpianti.
C’è una lezione che ha imparato con gli anni e che il Franco appena laureato non avrebbe ancora potuto capire?
«Il valore di quella struttura mentale che mi ha dato l’università, ma lo dico anche perché allora la consideravo abbastanza noiosa». Le cose che sembrano inutili quando le studi, e che poi si rivelano fondamentali. «Non solo per il lavoro. Proprio per la vita di tutti i giorni, il fatto di saper mettere ordine tra le priorità, di soppesare le cose prima di decidere». Una razionalità che non è freddezza, precisa. È semplicemente un modo di non farsi confondere e travolgere.
Ultima domanda: qual è il lusso più grande che i soldi non possono comprare?
«La famiglia. Le amicizie». Risposta senza esitazione. «Il rischio con i soldi è di attirare persone che ti stanno vicino per quello che hai, non per quello che sei. Quando ti sganci da questo, riesci a capire meglio chi ti vuole davvero bene». Le amicizie vere, dice, sono quelle filtrate dal tempo, non dai vantaggi reciproci. «È qualcosa in più. Nel rispetto. E quello non si compra».
Quando si alza, l’agenda lo aspetta già. Ma per una mezz’ora, «dicevo un quarto d’ora e siamo già a trentadue minuti», nota lui stesso, il Direttore ha fatto una cosa che gli capita raramente: parlare di sé. «Non sono abituato», nel nostro settore, uscire dal professionale fa un po’ strano». Forse. Ma ogni tanto fa bene lo stesso, ed io ho apprezzato molto questa chiacchierata. Spero valga lo stesso per voi.



