
Corsi e ricorsi. Emozioni e pensieri. Una continua esperienza di valori e messaggi, vissuti da uno sguardo attento alle evoluzioni della società e rinnovati secondo una traccia umana personalissima ed inclusiva. Il cinema come specchio fedele e inquieto di ciò che siamo, della nostra realtà, di ciò che ancora sappiamo sperare. E un festival – Locarno, agosto, la Piazza Grande sotto le stelle – come luogo dove tutto questo trova forma, respiro, comunità.
La sua identità culturale è svizzera, ma anche italiana. In che modo questa doppia matrice ispira il suo lavoro alla guida di un festival internazionale come Locarno?
«Più che svizzero-italiana, considero la mia formazione culturale strettamente “cinefila”. Perché il cinema resta la emozione che mi proietta nel mondo, ed avvia una fuga consapevole verso altri luoghi; parimenti mi consente di conoscere nuove la realtà ed ampliare la mia capacità di comprensione e dialogo. Quindi, inevitabilmente, sono italiano. Perché è in italiano che parlo, scrivo, penso e interpreto il futuro. Tuttavia resto svizzero nel modo in cui mi rivolgo al mondo: la Svizzera mi ha insegnato a stare in un luogo ma non a sentirmi confinato, a rivolgere la mia attenzione a ciò che accade oltre i confini come fosse anche qualcosa che mi riguarda. Di conseguenza, seppur nato e cresciuto in Svizzera, quando mi trovo nella Confederazione ho nostalgia dell’Italia. Altrettanto, quando sono in Italia, mi manca la Svizzera. Non è inquietudine: è la condizione di chi ha imparato a vivere nella distanza senza subirla. Insomma, è un “apprendistato alla distanza”, qualcosa di molto diverso dall’esilio».
Torniamo alla sua professione. In trent’anni di attività ha incontrato autori, cinematografie e linguaggi molto diversi. Quale il comune denominatore, la emozione, il gesto che ancora oggi la orienta come direttore artistico?
«Il mio lavoro è ispirato dalla curiosità, da emozioni viscerali e impulsive. Le mie scelte culturali non sono frutto di scelte, ma generate da una contrapposizione emotiva immediata e dunque creativa. Solo dopo arriva il pensiero, la riflessione, il linguaggio che permette di articolare quanto vissuto. A questo proposito ricordo che mi hanno influenzato film come “Roma città aperta” o “Il Messia” di Roberto Rossellini. Ma anche le melodie di Ennio Morricone. Per me era uno sconosciuto. Sinché una sera, nella mia Dubendorf, guardavo alla RSI “Il ritorno di Ringo”, uno spaghetti-western di Duccio Tessari. Da quel momento ho capito che la musica di Morricone mi avrebbe accompagnato per tutta la vita, e influenzato anche la mia attività professionale».
Tra le centinaia di film che annualmente lei deve visionare, quali elementi narrativi o stilistici le sembrano capaci di intercettare, esprimere o probabilmente anche anticipare i cambiamenti culturali?
«È forse l’aspetto più impegnativo del mio lavoro. Non cerco produzioni che intercettino cambiamenti, ma film che, oltre ad imporsi sulla mia sensibilità, si impongano anche e soprattutto sul giudizio degli spettatori, per evitare che si annoino».
Nell’odierno panorama geopolitico, ormai frammentato, quale è il ruolo di una manifestazione artistica, come il festival di Locarno, nel dare voce alla coscienza collettiva?
«In un contesto come quello che purtroppo ci troviamo a vivere il ruolo di una rassegna cinematografica è di essere una piattaforma di dialogo ricettiva ed inclusiva, allontanandosi da ogni alterazione dalla essenza delle problematiche che ci circondano, ed altrettanto evitare la presunzione di interpretarle sulla base di preconcetti. Significa che, in una ottica di condivisione dei valori alla base della nostra esperienza sociale – libertà di pensiero, libertà di parola, libertà di opinione, democrazia, libertà di incontro, ascolto, di rispetto reciproco, di indipendenza da ogni preconcetto – ebbene, a partire da questi elementi fondativi di ogni società civile, ecco che un festival come quello di Locarno diventa un luogo in cui si parla, dove ci si ascolta e magari anche si prova a teorizzare soluzioni. Lo riconosco: è un obiettivo molto impegnativo se pensiamo che dal punto di vista politico ormai la nostra società si sta avviando ad una polarizzazione estrema. È in questa prospettiva che un richiamo ai valori costitutivi della nostra coscienza sociale diventa il valore aggiunto delle produzioni che seleziono e propongo».
Al termine di una giornata di incontri, eventi, proiezioni, quando Piazza Grande si svuota, qual è il sentimento che più di ogni altro conferma il significato del suo lavoro?
«Al di là delle problematiche che inevitabilmente sono da risolvere, provo due sensazioni. Innanzitutto, un sentimento di profonda gratitudine per poter lavorare in un contesto che mi mette al servizio di una comunità. Al medesimo tempo, vivo la responsabilità e la consapevolezza che è un privilegio di cui non devo abusare. Questi i valori che ispirano la mia vita, il mio lavoro e la mia coscienza. Le mie giornate iniziano alzando lo sguardo al cielo: l’enorme, immortale ed eterno schermo su cui da sempre la umanità proietta i suoi desideri, le sue ambizioni, le sue paure, le sue speranze, e dove inevitabilmente trova riflesso anche il risultato delle sue azioni. È in questi momenti che prego di essere all’altezza del compito che mi trovo a svolgere, dell’impegno che sarà necessario per realizzarlo. E mi riscopro spettatore tra gli spettatori di quello spettacolo infinito di una arte che rappresenta la vita».



