Qual è il filo conduttore che lega tutte le numerose esperienze umane e professionali da lei vissute?

«La mia vita è stata legata soprattutto all’alpinismo e all’avventura intorno al mondo. Tutto è nato lì. Ho iniziato ad arrampicare a quattordici anni e da quel momento è nata la mia vocazione per la montagna. Per qualche anno ho anche smesso: sono andato a vivere a Ginevra e ho fatto una vita completamente diversa. Poi gli amici di gioventù mi hanno riportato in montagna, perché ero abbastanza bravo e loro volevano che tornassi ad arrampicare insieme. Nel 1971 però ho vissuto un incidente terribile: ho perso quattro amici e sono rimasto solo. Da lì è nata una depressione enorme, ma anche una nuova forza. È stato allora che ho deciso di diventare guida alpina e di fare dell’alpinismo la mia vita.

Ho girato il mondo: Himalaya, Patagonia, Antartide, Alaska. Ma quello che cercavo non era soltanto la montagna. Cercavo l’avventura, la libertà, il confronto con l’ignoto. E credo che questo stesso spirito mi abbia poi portato anche verso l’imprenditoria e il vino».

Lei fa una distinzione tra alpinismo estremo e il lavoro della guida alpina. Qual è la differenza più profonda?

«L’alpinismo estremo è qualcosa che condividi con un compagno che è al tuo stesso livello. Si divide la corda, il rischio e si affronta insieme qualcosa di molto difficile sapendo che entrambi possiamo anche non tornare.

La guida alpina invece è un’altra cosa. Il cliente ti affida completamente la sua vita. Alcuni erano molto preparati fisicamente, ma dal punto di vista tecnico non sapevano quasi nulla. Ho portato clienti anche sul Vinson, la montagna più alta dell’Antartide, con temperature di sessanta gradi sotto zero. In quei momenti capisci davvero cosa significhi avere una responsabilità assoluta verso un’altra persona.

Per questo ho sempre detto ai miei clienti-amici che la decisione finale spettava a me. Se decidevo di tornare indietro, si tornava. In montagna decide l’esperienza, decide il buon senso. È un po’ come per il capitano di una imbarcazione nel bel mezzo di una tempesta».

Oltre alla tecnica, immagino servano anche una grande empatia umana e una capacità di cogliere la psicologia delle persone.

«Assolutamente sì. Devi capire le persone, percepire le loro paure, i momenti di difficoltà, sapere quando uno sta cedendo anche se non lo dice. Gli uomini e le donne che stai accompagnando mettono letteralmente la loro vita nelle tue mani e questo crea un rapporto fortissimo. Infatti i miei clienti sono sempre diventati anche dei miei amici».

Tra tutte le spedizioni compiute,  ce n’è una che sente ancora oggi particolarmente vicina?

«Più di una. Però sicuramente la mia prima spedizione himalayana ha avuto un significato speciale. Ero giovane, ero capo spedizione e avevo la responsabilità di dodici persone. Raggiungemmo una cima oltre i settemila metri in Nepal ed è stata in sole due un’esperienza indimenticabile. Poi ricordo il mio primo Ottomila fatto  soltanto in compagnia di Tiziano Zuend, senza tende pesanti, in uno stile molto essenziale. All’epoca era qualcosa di estremamente innovativo.

Ma ci sono anche le sconfitte che ricordo con emozione. Per esempio il Cerro Torre. Ho fatto tre tentativi nella mia vita. Una volta sono arrivato a sessanta metri dalla cima, un’altra a trecento metri. Sarebbe stato facile raccontare di essere arrivato in vetta, ma non era vero. E io penso che rispettare la verità sia fondamentale».

Questo ricerca dell’autenticità sembra essere un elemento centrale nel suo carattere…

«L’autenticità è fondamentale. Oggi si tende molto a esagerare, a raccontarsi più grandi di quello che si è. Io invece credo che il rispetto per sé stessi passi dalla verità. Se non hai fatto una cima, non l’hai fatta. Punto.

E poi penso che non bisogna essere né gelosi né invidiosi. L’invidia non porta da nessuna parte. Si può essere competitivi, certo, perché l’ambizione è importante, ma senza cattiveria. Essere il primo su una montagna è magnifico, ma non per dire “io sono il migliore”: invece è bellissimo arrivare dove nessuno è mai arrivato prima»

L’alpinismo ha influenzato anche il suo modo di fare impresa?

«Moltissimo. Ho collaborato per più di trent’anni con l’azienda Scarpa e ho fondato un’impresa in Svizzera che importava materiale alpinistico. Abbiamo sviluppato il mercato svizzero e tedesco in maniera molto significativo. Quando sono arrivato, il marchio fatturava pochi milioni; quando ho lasciato, era diventato un’azienda  di grandi dimensioni. Però anche in questo caso il principio era sempre lo stesso: serietà, responsabilità, passione. Oggi l’azienda è nelle mani di mio figlio e ne sono felice. Lui ha il suo modo di lavorare e deve essere libero di fare le sue scelte».

Più tardi  è arrivato il vino. Come nasce questo interesse?

«Il vino è sempre stato una grande passione. Però anche lì non mi interessavano le etichette famose o il lusso fine a sé stesso, ero guidato dalla voglia di ricercare.

Nel vino, come nella montagna, la cosa più bella è scoprire qualcosa di autentico. Io non ho mai comprato un vino senza andare personalmente in cantina a conoscere il produttore. Perché il vino ha un’anima e quell’anima nasce dalle persone che lo fanno. Con Uvarara importiamo soprattutto vini italiani e francesi e alcune prestigiose etichette svizzere, piccoli produttori, aziende storiche, realtà che magari producono poche migliaia di bottiglie ma con una qualità straordinaria. Non mi interessano le produzioni industriali. Mi interessa il vino vero».

In fondo anche quello nel  mondo del vino sembra essere un viaggio…

«Esattamente. E infatti il mondo della montagna mi ha avvicinato a tanti produttori straordinari che amavano la montagna a loro volta. Si creava subito un rapporto umano. Io ho sempre cercato questo nelle cose: l’incontro, la curiosità, la scoperta. È lo stesso motivo per cui ho fatto film, fotografie, documentari. Ho realizzato molti documentari per la televisione svizzera e ho vinto anche diversi premi. Ma non lo facevo per vanità. Lo facevo perché volevo mostrare agli altri luoghi che non avrebbero mai potuto vedere».

Cosa significa oggi, per lei, essere liberi?

La libertà è la parola più importante che esiste. Tutta la mia vita è stata una ricerca di libertà. Ma la libertà non significa fare quello che si vuole senza pensare agli altri. La libertà comporta rispetto, gentilezza, responsabilità. E costa anche fatica.

Però senza libertà che vita è?».

Oggi molti giovani sembrano avere paura di rischiare, di uscire dagli schemi. Lei cosa direbbe loro?

«Io non sono troppo pessimista sui giovani. Ho fatto recentemente un trekking di quindici giorni con ragazzi tra i sedici e i ventidue anni attraversando il Ticino. È stata un’esperienza bellissima. Ho cercato di trasmettere qualcosa a loro, ma ho ricevuto tantissimo anch’io. I giovani hanno ancora voglia di ascoltare e di fare esperienza. Forse oggi vivono in un mondo più veloce, più competitivo. Anche nell’alpinismo si cerca troppo il record, la velocità. Io invece magari mi fermavo cinquanta metri sotto la cima per aspettare l’alba. Credo che non bisogna mai perdere la capacità di meravigliarsi».

A quasi ottant’anni continua a viaggiare, arrampicare, andare in bicicletta. Qual è la prossima sfida?

«Per il momento non ho una meta precisa. Però continuo a fare tante cose. Sto bene e ho ancora entusiasmo. Credo che questo dipenda dal fatto che dentro di me mi sento ancora giovane. E poi mi piace raccontare, condividere, stare con le persone. Una bella tavola, una bottiglia di vino, una conversazione vera: alla fine forse è questa la cosa più bella».