Negli ultimi anni il capoluogo lombardo ha scelto con chiarezza da che parte stare: quella dell’attrattività. Fiscalità favorevole, politiche mirate, narrazione potente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Capitali, imprenditori, patrimoni mobili si spostano. Non è un caso ma una ben precisa strategia.
Milano ha deciso di rendersi desiderabile da parte di chi ha molto da investire. Il cosiddetto “Decreto” per i nuovi residenti facoltosi non è stato solo un provvedimento fiscale. È stato un messaggio: qui siete i benvenuti.
Anche Como capitalizza le opportunità offerte dagli eventi in Engadina per rafforzare la propria attrattività turistica, mentre il Ticino rimane spesso a guardare.
Resta il fatto che l’Italia fa i propri interessi e non perde occasione per rafforzare la propria narrazione.
In queste settimane, ad esempio, la vicenda di Crans-Montana è stata utilizzata da più parti come pretesto per mettere in discussione l’efficienza amministrativa e perfino il sistema di sicurezza svizzero. Critiche forse strumentali, ma efficaci sul piano comunicativo.
Noi reagiamo con lentezza, quando reagiamo. Mentre a Milano si costruisce un ecosistema per attrarre ricchezza, in Ticino ci perdiamo in dibattiti sterili. Parliamo molto ma decidiamo poco. E soprattutto non costruiamo una politica fiscale e una comunicazione altrettanto competitive.
Il paradosso è evidente. Ci lamentiamo della concorrenza italiana, ma non mettiamo in campo strumenti per contrastarla. Critichiamo l’attrattività altrui, ma non investiamo nella nostra. E poi, quasi senza accorgercene, alimentiamo noi stessi quel sistema che diciamo di subire.
Le code verso sud non sono solo traffico del fine settimana. Sono un segnale. Ticinesi che vanno a fare la spesa in Italia, scelgono ristoranti italiani e spendono altrove ciò che potrebbe restare qui. Denaro che esce, valore che non torna.
Non è l’Italia il problema, è il Ticino che non fa altrettanto. Noi restiamo fermi a discutere di principi, di percezioni, di rivalità. senza una visione. Senza una strategia. Non serve indignarsi. Serve decidere.
Perché nel mondo della competizione globale non vince chi critica di più. Vince chi agisce prima.
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