Cosa c’è nella agenda 2023 di Alex Fontana?

Anche quest’anno continuerà la mia collaborazione con Ivan Jacoma, il general manager del gruppo Porsche Ticino. Nel 2022 abbiamo disputato un buon campionato in categoria GT4. Insieme a Jacoma ed al driver americano Hash, la 992 GT3 Cup del team Centri Porsche Ticino ha ottenuto un ottimo piazzamento alla 12 ore di Abu Dhabi lo scorso dicembre, vincendo la classe GTC. Per questo 2023, abbiamo appena annunciato un programma di rilievo, schierandoci nella più grande classe GT3 con la nuova Porsche GT3 R, una delle 35 prodotte al mondo, e lo faremo assieme alla struttura di Car Collection nel prestigioso GT World Challenge, che include la 24 Ore di Spa. Avremo una livrea e una line up tutta Svizzera, alternandoci con un altro connazionale, Niki Leutwiler.

Come si prepara un pilota professionista per la ripresa del campionato?

A partire da ogni fine stagione seguo in prima persona le mie attività: relazioni con i media, i team, i colleghi, gli sponsor, i tifosi. Significa anche occuparmi dei comunicati stampa, della organizzazione di eventi, conciliare la mia disponibilità con le esigenze degli sponsor, verificare i rapporti contrattuali con i team che si interessano a me quale professionista. Naturalmente, ad affiancare tutte queste iniziative resta il mio impegno agonistico, cioè garantire prestazioni e risultati costanti nelle gare cui partecipo, perché la visibilità sportiva e commerciale vanno sempre di pari passo, e alla fine un pilota rimane un pilota: vuole andare il più veloce possibile!

Cosa ne pensi dello sviluppo delle attività digitali nel motorsport professionale?

È necessario fare una distinzione: fra presenza sul web, ed attività agonistica in forma digitale. Per cominciare, una presenza sulle reti sociali resta fondamentale anche nel mio lavoro e prevedo di svilupparla. Ho attivato i miei accounts su Instagram, Linkedin e YouTube. Veniamo ora alla seconda parte della mia risposta, ed inizio a precisare che oltre alla presenza sui social networks e contemporaneamente alla mia attività agonistica sui circuiti internazionali, sono presente anche nel motorsport digitale. Trovo utilissimo il simulatore di guida, perché in forma virtuale mi consente di scegliere la modalità e la intensità delle mie performances su un circuito digitale. Sono sorpreso dal tipo di contatti che si riesce ad instaurare con una presenza online. Per esempio, durante il lockdown causato alla pandemia, iniziai a postare su YouTube una serie di video dove spiego come è possibile migliorare la tecnica di guida allenandosi su un simulatore ebbene, a distanza di mesi, ricevo messaggi dai followers attratti dai miei tutorials e richieste di approfondimenti sulle tecniche di guida che ho spiegato su YouTube. A questo aggiungo che molti appassionati mi informano che preferiscono seguire le gare in forma virtuale, piuttosto che sui normali circuiti, segno che con i simulatori l’automobilismo abbia attirato nuovi appassionati, ma non per forza questi poi vengono traghettati verso la pista reale. Addirittura molti follower riferiscono di avermi conosciuto come pilota digitale ancora prima che driver nelle gare automobilistiche su pista. Insomma, riconosco che il potenziale delle corse in forma virtuale, digitale, come mi ha sorpreso in passato, continuerà a sorprendermi anche in futuro. A questo aggiungo la mia sensazione che la differenza tra corse virtuali e gare su nastro asfaltato è progressivamente destinata a raggiungere un punto di incontro. Per esempio, lo scorso settembre il circuito di Monza ha esordito con un campionato nel metaverso: gare virtuali, disputate da conducenti virtuali, su un circuito automobilistico monzese altrettanto virtuale. La mia impressione che anche nel motorsport realtà e virtualità non siano poi così distanti è confermata da una esperienza personale: nel 2021, quando correvo su una Lamborghini nel campionato Fanatec GT World Challenge, dove è presente anche l’ex-campione motociclistico Valentino Rossi, i punti che i virtual racers guadagnavano nelle gare sui simulatori non solo si aggiungevano alla graduatoria guadagnata in pista dal loro team di appartenenza, ma di riflesso anche al monte premi complessivamente guadagnato dalla squadra. Probabilmente credo che non dovremo attendere molto per assistere a gare disputate in forma mista. Nelle scorse settimane si è corsa la 24 Ore di Le Mans in modalità virtuale, dove si prevedeva che ogni equipaggio fosse composto da una coppia di piloti sim-racer, professionisti delle corse digitali, e due colleghi professionisti delle gare su pista. Anche questo episodio, non solo conferma che agonismo virtuale ed agonismo reale sono discipline in qualche modo destinate ad una progressiva convergenza, ma anche che il motorsport forse è l’unica pratica sportiva dove la realtà virtuale é molto simile a quella sperimentata in pista, specialmente perché l’assetto e la strumentazione tecnica della guida simulata è molto simile a quello di una vera monoposto da competizione. In parole semplici, un sim-racer, un pilota virtuale di buon livello oggi potrebbe tranquillamente farsi onore anche su un normale circuito asfaltato da competizione; fatte le dovute proporzioni, questo vale anche per un pilota normale che guidi un simulatore digitale. La forza G non c’è, il coraggio di tenere giù il gas manca, e questo probabilmente sarà sempre il dettaglio che terrà separati i due mondi, ma le traiettorie e lo stile di guida è molto simile, specie se vengono utilizzati simulatori di qualità.

Grazie alla intelligenza artificiale, in particolare fornita da Amazon Web Services-AWS, specie le squadre di Formula 1 ormai riescono ad elaborare in tempo reale delle strategie di gara sofisticatissime. In che modo la digitalizzazione si sta facendo strada nel motorsport?

Premetto: ormai è fuori discussione che la rivoluzione digitale sia entrata nei campionati automobilistici. Anche in Gran Turismo, la mia categoria abituale, ormai sono i sensori che trasmettono i dati delle vetture ai box. E’ una tendenza in via di consolidamento e che oggi porta le scuderie ad aggiungere la componente digitale al totale dei costi, questi ultimi di per sé già rilevanti e causati dalla normale usura e logorio delle parti meccaniche, oltre che dai continui aggiornamenti tecnici e di progetto imposti alle vetture da competizione. In termini complessivi, l’ incidenza delle componenti digitali è ancora relativamente marginale. Ad esempio, su una vettura GT3 i rilevatori digitali oggi rappresentano il 10% circa dei 670’000 euro necessari all’acquisto di una vettura da corsa della categoria pronta per la pista. Ma si tratta di una cifra che diventa tutt’altro che modesta perché da integrare con il costo di tutte le ulteriori componenti elettroniche richieste dalle attività agonistiche. Altra spesa non direttamente visibile, ma solo perché accessoria: l’aggiornamento continuo del personale. In particolare i meccanici stanno progressivamente diventando esperti di software, e non più solo di componenti meccaniche. Inoltre queste evoluzioni digitali non sono fini a sé stesse, ma soddisfano anche nuove esigenze di mercato. In particolare, ringiovaniscono la tifoseria, ovvero attraggono il popolo dei social, i millennial, la generazione Z, i nativi digitali, tutti molto attivi anche sul web e nei social. In questa prospettiva si inserisce anche l’arrivo di Netflix, che ha spettacolarizzato il motorsport. Come professionista conosco il backstage, il dietro le quinte di ogni gara e talvolta mi sorprendo di come il motorsport si stia mediatizzando. Tuttavia riconosco che questo nuovo modo di comunicare, aiuta il mondo dell’automobilismo da competizione a sintonizzarsi sulle nuove esigenze socio-ambientali, e quindi fidelizzare e sensibilizzare un pubblico più ampio ed attento alle nuove problematiche che riguarderanno la mobilità del futuro. Ma c’è dell’altro. La tendenza a mediatizzare la forma sportiva implicitamente porta anche a diffonderne i contenuti ad un pubblico più vasto.

Ricordo che a Les Mans le squadre sono Pro-Am: piloti per mestiere corrono insieme ai non-professionisti purché quest’ultimi abbiano una preparazione adeguata. Questa caratteristica, come tante altre presenti nel motorsport, attiva anche un networking commerciale dalle possibilità infinite, e favorisce un dialogo, difficilmente riscontrabile in altre discipline sportive, tra semplici appassionati, ed esperti di questioni tecniche, investitori e professionisti del settore.

Veniamo alla stagione iridata di quest’anno di Formula 1, che allinea ben 23 locations, compreso il doppio appuntamento italiano di Imola e Monza e l’arrivo di una nuova tappa in USA, per il Grand Prix di Las Vegas…

Per RSI, commenterò circa la metà delle gare insieme al collega Andrea Chiesa, come “seconde voci”, tuttavia riconosco che quello del 2023 resta un campionato molto impegnativo, specie per i meccanici e gli addetti alla logistica, al coordinamento di tutte quelle attività di supporto tecnico che devono essere trasferite ad una nuova località ogni due settimane e che infine consentono di organizzare l’evento sportivo che poi il pubblico vede in televisione durante il week-end. Anche dal punto di vista personale, come pilota professionista riconosco di non avere mai visto una stagione così affollata di impegni. Per i piloti, una delle maggiori complicazioni è organizzare anche a livello individuale i continui spostamenti, coordinare il proprio staff tecnico, oltre a mantenere una forma fisica impeccabile e costante. Ricordo che l’assetto di ogni monoposto di Formula 1 è studiato sin dalle prime fasi della progettazione sulle caratteristiche fisiche del singolo pilota che dovrà guidarla. In altre categorie, come ad esempio le Gran Turismo-GT, dove sullo stesso veicolo si alternano più conducenti, l’assetto del veicolo non è così esasperato perché deciso sulla media delle caratteristiche fisiche e tecniche dei vari e differenti piloti che si alternano alla guida. L’unico aspetto su cui team e piloti di ogni categoria non possono scendere a compromessi è la preparazione fisica: deve sempre essere eccellente. Ad esempio nella 24 Ore di Spa del 2021 in Belgio, ho guidato per circa 10 ore, e come me altri professionisti. Questo è possibile unicamente mantenendo una condizione atletica curata, specie per superare le sollecitazioni cardiache o lo sforzo muscolare richiesto a braccia e collo, o contrastare le spinte laterali del mezzo, controllare la rigidità dello sterzo, sopportare il peso del casco. A tutto questo poi si aggiunge la condizione termica all’interno dell’abitacolo, che può arrivare a 45 o addirittura 65 gradi centigradi anche guidando in condizioni meteo con basse temperature all’esterno. Tutto questo è dovuto al normale surriscaldamento delle parti meccaniche, come motore, freni, radiatori ed i circuiti di raffreddamento. Ma ogni pilota impara a convivere con queste difficoltà perché sa che fanno parte del fascino di questo sport, e ci si prepara di conseguenza, proprio come un calciatore, un giocatore di hockey o un’atleta fanno per le loro rispettive discipline.

Credit per tutte le immagini: Foto Speedy.