Da oltre trent’anni Federico Moccia occupa un posto tutto suo nel panorama culturale italiano. Scrittore, sceneggiatore e autore televisivo, ha saputo raccontare come pochi altri il mondo dei sentimenti, intercettando i sogni, le inquietudini e le speranze di più generazioni. Il suo nome è legato a romanzi diventati autentici fenomeni editoriali come Tre metri sopra il cielo, Ho voglia di te e Scusa ma ti chiamo amore, libri che hanno superato i confini della pagina per trasformarsi in film di grande successo e, soprattutto, in un immaginario condiviso da milioni di lettori.

Ma ridurre Federico Moccia allo scrittore degli amori giovanili sarebbe ingiusto. Nel corso degli anni la sua scrittura si è evoluta, seguendo il ritmo della vita e delle esperienze personali. Nei romanzi più recenti, come L’uomo che non voleva amare e Semplicemente amami, i protagonisti affrontano sentimenti più maturi, ferite profonde, il valore delle seconde possibilità e la ricerca di una felicità meno appariscente ma più autentica.

Incontro dopo incontro, libro dopo libro, Moccia continua a interrogarsi sui grandi temi dell’esistenza: l’amore, il tempo, la famiglia, il rapporto tra genitori e figli, il difficile mestiere di crescere e quello, non meno complesso, di accompagnare la crescita degli altri. Ed è forse proprio questa sua capacità di osservare le emozioni senza cinismo, con uno sguardo partecipe e curioso, che gli permette ancora oggi di entrare in sintonia con pubblici molto diversi tra loro.

Nell’intervista che segue emerge soprattutto questo Federico Moccia: meno interessato al personaggio pubblico e più incline a raccontarsi come padre, osservatore dei giovani e uomo che continua a credere che la felicità non sia un punto d’arrivo, ma un modo di abitare la vita.

Lei torna spesso in Svizzera italiana. Che rapporto ha instaurato con il Ticino?

«È un luogo che amo molto. Negli anni ho presentato qui diversi libri e ho sempre trovato un’accoglienza sincera. Mi piace il modo in cui le persone partecipano agli incontri: con curiosità, con leggerezza, ma anche con una grande capacità di ascolto. Ho percepito un interesse autentico non solo per i miei libri, ma per ciò che essi raccontano: i sentimenti, i rapporti umani, la felicità e il dolore, che sono uguali in Italia come in Svizzera».

Cosa la colpisce in particolare dei ticinesi?

«La misura. Sanno essere cordiali senza essere invadenti. Sanno scherzare, ma conoscono anche il valore del silenzio e dell’ascolto. Nei miei incontri a Lugano e a Berna ho visto persone emozionarsi, ritrovare ricordi della loro vita attraverso le mie parole. È stato molto bello. Mi sono sentito tra amici: educati, intelligenti, ma mai freddi o distanti».

Forse c’è anche una particolare sensibilità per la cultura e per la musica…

«Assolutamente sì. È una caratteristica che ammiro molto. Ho percepito una grande attenzione verso tutto ciò che riguarda la cultura e le emozioni che essa sa trasmettere. La musica classica, i concerti, le manifestazioni culturali fanno parte della vita quotidiana. È una ricchezza che si è costruita nel tempo e che oggi rappresenta un patrimonio prezioso.  La musica è poi, seppur in modo indiretto, presente nel mio libro, L’uomo che non voleva amare, dove la protagonista, Sofia,  è una straordinaria concertista».

Lei ha raccontato per anni il mondo giovanile. Oggi continua a essere il suo osservatorio privilegiato?

«Oggi più di prima. Perché sono padre di due ragazzi, un figlio di sedici anni e una figlia di quattordici. Questo mi ha cambiato profondamente. I giovani di oggi mi sorprendono: sono incredibilmente più maturi, più informati, più sicuri di quanto fossimo noi alla loro età. Sono nativi digitali, possiedono strumenti che noi non avevamo e spesso dialogano con gli adulti con una naturalezza impressionante».

Eppure lei avverte anche qualche rischio…

«Sì. Ho l’impressione che crescano molto velocemente, ma che abbiano bisogno di essere aiutati a riflettere. Non basta conoscere le cose: bisogna imparare a ragionare sulle conseguenze, sulle emozioni, sulle relazioni. Io cerco di fare questo con i miei figli: stimolarli a pensare, a porsi delle domande, a non fermarsi alle apparenze».

Lei è favorevole a limitare l’uso dei social e degli smartphone in età precoce?

«Credo sia giusto accompagnare i ragazzi in un percorso graduale. Il telefono non può diventare una babysitter. Può essere uno strumento straordinario di conoscenza, ma deve avere dei limiti. A casa nostra, per esempio, ci sono momenti in cui il telefono viene messo da parte: durante i pasti, quando si guarda un film insieme, quando si parla. Vale per i miei figli, ma vale anche per me. Credo che i genitori debbano essere i primi a dare il buon esempio»

A sentirla parlare, sembra che i suoi figli abbiano cambiato la sua prospettiva sulla vita…

«È così. Lo dico sempre: loro sono il mio vero grande successo. Mi hanno insegnato una forma di amore che non conoscevo. Mi hanno reso meno attaccato alle cose materiali e più attento a ciò che conta davvero. Guardare mia figlia, ascoltare mio figlio suonare il pianoforte, vedere crescere le loro passioni: tutto questo è una forma di felicità che non avrei mai immaginato».

Nei suoi libri l’amore è sempre stato centrale. Oggi come lo definirebbe?

«Oggi direi che l’amore è soprattutto presenza. È desiderare la felicità dell’altro senza condizioni. È quello che provo per i miei figli, ma anche quello che ho imparato a cercare nella vita. È un sentimento più profondo, meno spettacolare, ma infinitamente più forte».

E la felicità?

«Ho sempre pensato che la felicità non sia un traguardo. È uno stile di vita. È imparare a riconoscere la bellezza delle piccole cose: un tramonto, il gusto di un caffè, una risata condivisa, una conversazione sincera. Se aspettiamo la grande felicità rischiamo di perdere quella che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno».

C’è un tema verso il quale sta focalizzando la sue ricerca e la sua osservazione del mondo?

«Da tempo sto scrivendo un libro sul rapporto tra genitori e figli. È un tema che mi appassiona profondamente, perché mi ha coinvolto personalmente. Mi interessa raccontare questo dialogo tra generazioni, le loro fragilità, le loro differenze, ma anche quanto abbiano ancora da insegnarsi reciprocamente».

Forse è proprio questa la nuova stagione narrativa di Federico Moccia: meno legata agli amori adolescenziali che lo hanno reso celebre e più concentrata sui legami che ci accompagnano per tutta la vita. Con uno sguardo più maturo, ma con la stessa fiducia nei sentimenti che, da sempre, rappresentano il cuore della sua narrativa.