Ci preoccupiamo molto delle azioni e troppo poco delle parole. Eppure, spesso, sono proprio le parole a precedere le azioni e a determinarne le conseguenze.
Una frase pronunciata nel momento giusto può infondere coraggio, cambiare una scelta, aprire una strada. Una frase sbagliata può incrinare un rapporto, spegnere un entusiasmo, lasciare una ferita destinata a durare nel tempo.
Eppure viviamo in un’epoca in cui le parole vengono consumate con troppa facilità. Si parla molto, si ascolta poco. Si commenta tutto, spesso d’impulso. La velocità ha preso il posto della riflessione e il linguaggio si è adattato a questo ritmo.
È un’abitudine che si assume molto presto. Anche i più giovani crescono in un ambiente dove le parole vengono lanciate con leggerezza, soprattutto attraverso i social, senza misurarne davvero il peso.
Ma le parole non scompaiono nel momento in cui vengono pronunciate. Restano nella memoria di chi le riceve e, qualche volta, finiscono per accompagnarlo molto più a lungo di quanto immaginiamo.
Per questo possono diventare un’arma. Non soltanto quando vengono usate con l’intenzione di ferire, ma anche quando sono pronunciate senza riflettere.
C’è poi un altro dialogo che merita attenzione: quello che ciascuno di noi intrattiene con se stesso. Le parole con cui ci definiamo finiscono spesso per orientare il nostro modo di affrontare la realtà. Se continuiamo a ripeterci di non essere all’altezza, sarà sempre più difficile convincerci del contrario.
Le parole, dunque, non descrivono soltanto ciò che siamo. Contribuiscono, almeno in parte, a farci diventare ciò che pensiamo di essere.
Sono sempre più convinto che dovremmo recuperare il valore della misura. Fermarci un istante prima di parlare. Chiederci se quello che stiamo per dire servirà a costruire qualcosa oppure lascerà soltanto una ferita.
Le parole possono dividere, ma possono anche ricucire. Possono togliere fiducia oppure restituirla. Per questo meritano rispetto. Sempre.



