Come nasce Filantropia 2.0, istruzioni per l’uso?

«Il manuale nasce in risposta al bisogno delle persone con cui lavoriamo, in particolare individui e famiglie high net worth, interessati ad avviare o rafforzare le proprie attività filantropiche e ai professionisti che affiancano queste persone (wealth manager, family officer, avvocati e commercialisti). Il libro accompagna il lettore nel percorso di sviluppo della strategia che, dalla definizione della vocazione filantropica (il “Perché”), muove attraverso le tipologie di erogazione di capitale (dal dono all’investimento, il “Cosa”), per poi esplorare aspetti come l’analisi delle cause da sostenere, la scelta di un veicolo, la due diligence di organizzazioni non profit e la valutazione dei risultati (il “Come”)». 

Quale ispirazione ha tratto questo libro da La relazione generosa – Guida alla collaborazione con filantropi e mecenati?

«La relazione generosa è un libro pionieristico che cerca di aiutare i professionisti del Terzo Settore a capire meglio e ad affinare le abilità per interfacciarsi con i grandi donatori. Filantropia 2.0 fa l’opposto: si rivolge ai filantropi e professionisti che li affiancano. In questo senso i due libri sono complementari: pur con un target diverso, entrambi parlano dell’importanza di “realizzazione solidale” del donatore, ossia del coinvolgimento cognitivo ed emotivo necessario per accrescere la qualità dell’azione filantropica».

Che cosa si intende per “filantropia strategica” e che differenza c’è fra filantropia strategica, filantropia efficace e altruismo efficace?       

«La filantropia strategica è un approccio che vede la spinta emotiva come importante ma non sufficiente per generare cambiamento sociale. Un filantropo strategico è colui che riconosce l’importanza di un ragionamento rigoroso sull’uso delle tipologie di capitale, dell’adozione di modelli decisionali consapevoli e di un focus sui risultati. In questo senso, ricerca un equilibrio tra aspirazioni personali e obiettivi di cambiamento. Un filantropo efficace invece è focalizzato sui risultati: mira alla massimizzazione del cambiamento sociale, mettendo in secondo piano le preferenze personali. Ad esempio, i filantropi efficaci si concentrano su cause dove è possibile generare il maggior impatto possibile, anche se significa operare in aree distanti dai propri interessi. Un esempio del primo può essere Alan Parker, fondatore di Oak Foundation mentre per il secondo la famiglia inglese Sainsburry con la Fondazione Indigo Trust. L’altruismo efficace, infine, è una corrente della filantropia efficace che ne porta all’estremo i principi e che identifica il successo nel riuscire a salvare il maggior numero possibile di vite. Individua possibilità di sostegno filantropico attraverso evidenza scientifica e analisi rigorose. Un esempio è Open Philanthropy fondata da Cari Tuna e Dustin Moskovitz.

La pandemia favorisce i filantropi che agiscono d’istinto. È sbagliato secondo voi che un filantropo agisca d’impulso animato solo dal bisogno di donare? 

«È opportuno distinguere tra la spinta caritatevole mossa da buone intenzioni e l’essere realmente “filantropo”, ossia impegnarsi per generare un cambiamento positivo in qualche modo misurabile. Donare d’impulso non è sbagliato: compassione e voglia di contribuire sono fondamentali e spesso fanno da scintilla iniziale per un percorso filantropico. Ma per raggiungere i migliori risultati I gesti puramente emotivi rischiano di fornire soluzioni inefficaci, a volte dannose.
Facciamo un esempio. All’inizio della pandemia molti si sono attivati con donazioni a favore di ospedali e strutture sanitarie. È stato un impeto emotivo ammirevole che ha convogliato risorse fondamentali in una fase di emergenza. Una modalità identica sarebbe oggi poco utile se non controproducente, dato che la situazione di questi due anni ha fatto emergere come le difficoltà a livello di sistema siano riconducibili a un’infrastruttura sanitaria svuotata di forze, centralizzata e poco incline all’innovazione. È qui che, adottando un’ottica più strategica, la filantropia potrebbe intervenire per, ad esempio, sperimentare nuovi strumenti di telemedicina, ricercare terapie innovative o rafforzare modelli di welfare locale al fine di creare benefici duraturi per la comunità».

Nel vostro libro postulate la necessità che i filantropi rinuncino alle proprie aspirazioni personali a favore di un disegno più articolato. Perché? Ha senso ed è realistico?    

«In realtà il nostro intento è promuovere una pratica di filantropia strategica che bilanci gli obiettivi di cambiamento con le aspirazioni del filantropo. Crediamo che questo sia un passaggio imprescindibile in grado di superare i limiti della filantropia puramente emotiva in cui spesso le risorse sono allocate in maniera sub-ottimale. Al contempo, questa modalità offre un elevato grado di coinvolgimento e soddisfazione per il donatore, fondamentale in molti casi per mantenere vivo l’impegno nel tempo. Per alcuni filantropi (per esempio Fondazione Make-A-Wish) potrebbe configurarsi come il punto di arrivo, per altri (es. Pears Foundation) come passaggio intermedio, stuzzicando il loro interesse verso modelli ancora più orientati alla generazione di impatto – come gli approcci della filantropia efficace». 

Come si dovrebbe comportare secondo voi un filantropo illuminato che voglia davvero incidere sul tessuto sociale?

«La strategia filantropica è un abito su misura. In linea di massima, un filantropo illuminato conosce la propria vocazione filantropica (valori personali, scopo e focus tematico). Ha un approfondita conoscenza del problema che sta cercando di risolvere. Contribuisce con risorse finanziarie ma anche con il proprio tempo, competenze, relazioni – capitale umano, intellettuale e sociale (un bellissimo esempio di questo tipo è la Jazi Foundation di Robert Boogaard). Analizza i risultati, concentrandosi sulla propria performance e sugli esiti dei progetti sostenuti e utilizzando tali valutazioni per potenziare e migliorare la propria pratica filantropica. E cerca soluzioni sistemiche che vanno alle radici del problema».

Qual è la vostra visione per la filantropia del futuro?  

«La grande sfida per la filantropia del futuro è assumere una dimensione più strutturata e professionalizzata – senza perdere la spinta propulsiva emotiva – in particolare rafforzando la propria attitudine alla sperimentazione, alla produzione di conoscenza, alla valutazione rigorosa e onesta dei risultati e alla collaborazione, tra filantropi (evitando il lavoro a silos) e con le organizzazioni non profit (superando rapporti gerarchici che non hanno ragione di esistere)».