Lei è una collezionista e curatrice molto nota a livello internazionale. Vuole raccontarci le tappe salienti della sua vita, quali esperienze hanno segnato la sua infanzia ed hanno avuto un ruolo nella sua decisione di diventare collezionista?

«Sono figlia unica di un noto collezionista italiano, Gianni Mattioli. Durante la mia infanzia ho avuto modo di conoscere e di frequentare diversi artisti a cui mio padre era legato. Avrei preferito studiare fisica, ma la mia famiglia mi ha indotto a studiare storia dell’arte e dopo l’università ho fatto questo lavoro con passione. Molto giovane ho sposato un restauratore e anche questa esperienza è stata particolarmente formativa per me. Dalla metà degli anni Novanta ho incominciato a viaggiare regolarmente negli USA con mio marito, mio figlio minore e il collezionista Giuseppe Panza di Biumo per vedere arte contemporanea. Questa esperienza è stata fondamentale per le mie decisioni successive. A differenza di mio padre, che aveva una dote naturale nel riconoscere i bravi artisti, io ho piuttosto una buona esperienza e quindi un occhio esercitato a vedere. Non mi considero una collezionista: ho gestito al meglio delle mie possibilità la collezione di mio padre, costruita con criteri storici ben precisi. Da parte mia ho perlopiù acquistato opere di amici artisti che stimo, spesso per aiutarli economicamente».


Ci sono stati momenti in cui il contatto con l’arte e la cultura l’hanno particolarmente toccata o ispirata?

«Durante i miei viaggi in USA mi sono resa conto che la cultura internazionale è molto mal informata sull’arte italiana del XX secolo, ritenuta perlopiù una “derivazione” dell’arte francese o americana. Anche l’approccio metodologico delle università italiane (più filologico) e anglosassoni (più politico -sociale) sono opposti e ostacolano la comunicazione tra le due culture, generando profonde incomprensioni. Sono stata così toccata da questa situazione che ho deciso di cercare di rifondare gli studi e di conseguenza la percezione pubblica dell’arte italiana del XX secolo perché non fosse più considerata un fenomeno provinciale».


Lei ha istituito una fondazione di diritto svizzero e una di diritto americano? Perché due fondazioni?

«Le due fondazioni sono giuridicamente diverse e hanno finalità distinte. La fondazione americana di diritto pubblico, il Center for Italian Modern Art o CIMA, è nata nel 2013 con lo scopo di promuovere gli studi sull’arte italiana del XX secolo in ambito internazionale: conferisce delle borse di studio internazionali a dottorati, paga viaggi a studiosi stranieri che abbiano bisogno di venire in Italia per pubblicare libri su questo tema; organizza un’esposizione all’anno di artisti/argomenti poco noti fuori dall’Italia (la mostra annuale è l’argomento di studio dei borsisti, ma è anche aperta al pubblico due giorni alla settimana); promuove seminari, la pubblicazione on line gli studi realizzati grazie alla sua attività, incontri rivolti ad un pubblico molto diversificato (dalle serate di “copia” per gli studenti delle Accademie di Belle arti ai laboratori per ragazzi delle scuole medie e superiori, dalle viste guidate da artisti internazionali a dibattiti con varie personalità della cultura)».


Quali sono gli scopi della Fondation Mattioli Rossi? Quali i progetti correnti e futuri?

«La Fondation Mattioli Rossi, di diritto svizzero, è invece nata solo in febbraio 2018 e ha lo scopo di promuovere la conoscenza dell’arte attraverso la collezione della mia famiglia, da cui trae il nome e che intende gestire nell’interesse pubblico.
La più importante eredità che ho ricevuto da mio padre – e spero i miei figli da me- non consiste nel valore economico delle opere d’arte, ma nella consapevolezza che la capacità di fare arte – qualsiasi genere di arte – è caratteristica dell’uomo e lo distingue dagli animali: essa lo educa ad essere più “umano”. L’arte non è un investimento economico e neanche un divertimento, ma un potente mezzo educativo attraverso il quale le persone possono imparare non solo a guardare con i propri occhi, ma soprattutto a pensare con la propria testa, lontano dagli stereotipi e non influenzati, ad esempio, dalle “fake news”.
Per il futuro avrei il desiderio di organizzare un paio di piccole mostre all’anno, focalizzate su una sola opera della collezione da mettere in particolare rilievo in un luogo suggestivo. Ma per ora sono alla ricerca del luogo! La fondazione ha un comitato direttivo molto qualificato che sta attivandosi anche su nuove ulteriori proposte. Infatti questa fondazione non ha ancora un annodi vita e sta incominciando a muovere i primi passi»