Lei ha pubblicato negli anni libri e articoli dedicati a donne filantrope. Perché ha ritenuto necessario introdurre questa distinzione di genere?
«La filantropia mi ha accompagnato tutta la vita, sia in famiglia, sia nel lavoro e nella vita privata, nelle conoscenze e nelle amicizie. Quella femminile ha origini antichissime, se ne trovano tracce nelle culture asiatiche del periodo avanti Cristo, nell’antica Grecia, nella civiltà romana. In Svizzera, nel 1345, una donna, con la sua attività filantropica, ha posto le basi per il policlinico universitario Berner Insel Spital. Eppure in Europa c’è pochissima letteratura sull’argomento. Ho voluto colmare una lacuna, e raccontare le storie illuminanti delle tante donne filantrope che hanno fornito contributi importanti per la società civile. E l’ho fatto, scrivendo non per un pubblico ristretto di specialisti di settore, ma per tutti».
Qualche esempio del passato?
«L’opera preziosa delle sorelle Vischer, che a Basilea idearono e finanziarono la prima clinica pediatrica svizzera, rimasta per molti anni anche un riferimento architettonico. Ottavia Hill, inventrice dell’edilizia sociale, Abby Aldrich Rockefeller, Lillie Plummer Bliss e Mary Quinn Sullivan, tre donne mecenati e collezioniste che diedero vita a uno dei musei più importanti del mondo, il MoMA di New York. Phyllis Lambert, per gli amici Joan of Architecture, centrale per la promozione dell’architettura contemporanea».
Quando nasce la filantropia femminile contemporanea?
«Nel 1972, l’istituzione della fondazione MS Foundation for Women, negli Stati Uniti, segna l’inizio di un “rinascimento contemporaneo del mecenatismo femminile”. Da allora, infatti, sono comparse centinaia di fondazioni che si dedicano al sostegno delle attività mecenatistiche delle donne in arte, cultura e architettura. Negli Stati Uniti, per esempio, il mecenatismo femminile gode di ampio riconoscimento. L’emergere di nuove fondazioni di donne per le donne, ha dimostrato che l’investimento caritatevole nei progetti femminili accelera il cambiamento per il meglio, non solo a livello locale, ma anche nazionale e internazionale (Hardy, Sondra Shaw und Taylor, Martha A. (2010): Women and Philanthropy: Boldly Shaping a Better World, John Wiley and Sons, United Kingdom, p. 47).
Che cosa si intende per associazionismo filantropico e qual è il ruolo, in questo contesto, delle donne filantrope?
«L’America è anche la culla di una nuova forma di associazionismo filantropico, quella delle donne mecenati. L’International Network of Women’s Funds (INWF), fondata nel 2000, mette in rete le fondazioni femminili per promuovere la filantropia con una prospettiva femminista. La sua missione è di rafforzare la capacità politica e finanziaria delle fondazioni dedicate a temi femminili, per permettere a ragazze e giovani donne di cambiare vita. INWF diffonde una versione alternativa del “dare”, basata sulla fiducia e sul sostegno. Il suo approccio alla sostenibilità passa attraverso politica e finanza, trasformando il lavoro delle fondazioni femminili in uno strumento per il cambiamento in diversi Paesi del mondo».
Può fornire esempi di filantrope impegnate a lavorare in rete per un cambiamento sistemico che valorizzi le peculiarità e il talento femminili?
«Penso alla filantropa Ursula Zindel-Hilti, donna coraggiosa e visionaria che ha concentrato il suo lavoro sulla sostenibilità. Ha collaborato con istituzioni come Ashoka, un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro che sostiene gli imprenditori sociali e insiste sull’innovazione sociale e sull’azione sistemica. Zindel-Hilti era interessata a collaborazioni che permettessero ai partner di avvicinarsi agli obiettivi passo dopo passo. Insieme e in stretta collaborazione con personalità femminili altrettanto impegnate, ha lavorato per garantire il sostegno alle donne in situazioni di vita difficili. Si batteva perché le donne potessero aiutarsi attraverso iniziative educative e di sensibilizzazione. Insieme ad Ashoka, ha avviato progetti sostenibili in Egitto e in Brasile, che hanno aiutato le donne a prendersi cura di sé, qualificandole per condurre una vita autodeterminata. La signora Zindel-Hilti ha sostenuto bambini e giovani, collaborando con le imprenditrici sociali e borsiste di Ashoka, Vera Cordeiro e Marcia Ventura».
E in tempi più recenti?
«La filantropa americana Laurene Powell Jobs, che ha donato finora 21 miliardi di dollari. Lavora con l’istituto XQ e agisce fra l’altro con la sua fondazione, l’Emerson Collective. È un esempio di fautrice del cambiamento sistemico. Un’altro esempio interessante è quello di Mc Kenzie Scott, che ha elargito dal 2020 a oggi 8 miliardi di dollari. La Scott ha donato a banchi alimentari e organizzazioni di giustizia razziale, cambiamento climatico e diritti della comunità LGTBQ, e alla già citata Ashoka, per affrontare le disuguaglianze, promuovendo il cambiamento sistemico in tutto il mondo e assecondando il motto di questa organizzazione che è “Everyone a changemaker world”».
Nelle donne filantrope, quanto contano le condizioni e il ruolo nella famiglia d’origine o acquisita (figlie o mogli) e quanto invece l’autonoma volontà di impegnarsi nel campo del mecenatismo?
«Nell’Ottocento, il mecenatismo era per le donne un mezzo di affermazione, non di emancipazione. Il bon ton imponeva alle ragazze di buona famiglia di impegnarsi in filantropia, spesso parte dei doveri delle donne sposate, le quali erano attive soprattutto vicino al loro domicilio, nel territorio di riferimento. Spesso queste signore altolocate agivano stimolate dai propri coniugi, che consideravano l’attività filantropica delle mogli una forma di perfezionamento del proprio status sociale. Dal 1968 a oggi, il contesto sociale nel quale le donne si muovono è completamente mutato. Il numero di donne istruite è esploso, e sono stati acquisiti diritti fino a prima negati, come il voto e il lavoro. Tutto ciò ha permesso l’accesso a ruoli di leadership, a guadagni allineati a quelli maschili. Oggi le donne influenzano le decisioni dei coniugi in materia di filantropia, e agiscono autonomamente come filantrope, distinguendosi per la lungimiranza e il carattere innovativo dei loro progetti. Penso fra gli altri all’attività di Ariane de Rothschild, di Ise Bosch, di Verena Pausder, della quale ricordo il bestseller Das Neue Land: Wie es jetzt weitergeht!, edito nel 2020».
L’impegno nel campo della filantropia non può prescindere oggi da una specifica competenza nella gestione economica e finanziaria. Come se la cavano le donne in questo caso?
«Se la cavano benissimo. Una ricerca dell’aprile 2020 di Boston Consulting Group dimostra che le donne negli ultimi anni hanno accumulato una maggiore ricchezza rispetto al passato e, a oggi, circa il 32 per cento delle risorse economiche del mondo appartiene al genere femminile. Un dato significativo, destinato a crescere in futuro. Si prevede che, entro il 2023, i patrimoni in mano alle donne raggiungano a livello globale i 93 trilioni di dollari. Con la crescita costante delle donne in posizioni di leadership e l’imprenditorialità femminile in espansione, la ricchezza sotto il controllo femminile continua a salire (UBS, 2021). Lo studio “The changing faces of billionaires” di UBS, in collaborazione con PWC, dimostra come il numero delle miliardarie nel mondo sia cresciuto più rapidamente rispetto a quello dei coetanei maschi. Il dato è stato definito come “Fattore Atena”».
Dove si studia oggi la filantropia femminile? Esistono istituti universitari dedicati?
«Il Women’s Philanthropy Institute dell’Indiana University gioca un ruolo di primo piano a livello internazionale, con studi, pubblicazioni e programmi innovativi. Anche in Europa cresce il numero di università e istituzioni che nelle loro ricerche dedicano particolare attenzione al tema della filantropia femminile. L’Olanda, con l’Università Erasmus di Rotterdam e la VU University di Amsterdam, è leader in questo tipo di studi. Un dato non sorprendente, considerando che l’Olanda è anche il Paese in cui nel 1983 è stata creata Mama Cash, la più antica fondazione internazionale dedicata ai problemi delle donne».
Quale pensa possa essere l’evoluzione futura della filantropia al femminile in Svizzera e in Ticino?
«Considero l’esperienza mecenatistica delle donne come uno degli elementi più vitali e interessanti della scena contemporanea. Mi aspetto, per esempio, che l’alleanza fra donne filantrope e imprenditrici sociali porti a risultati significativi anche in Svizzera, che temi come la filantropia strategica e sistemica dominino la discussione dei prossimi anni, e le donne, come in passato, sappiano dare un contributo significativo, quando non determinante».