Nei suoi editoriali e nei frequenti commenti televisivi, lei è andato esprimendo, con una frequenza sempre maggiore, una profonda disillusione, oltre che una noia, nei confronti di una classe politica la cui cifra, nel suo complesso, sembrano essere l’ignoranza e l’incompetenza. Come spiega questo drammatico vuoto di idee, di competenze, di una solida cultura politica?
«Penso che l’Italia non abbia mai avuto nella sua lunga storia un ceto politico così ignorante. Laureati compresi. L’ascesa dell’incompetenza solleva questioni molto delicate e attuali che hanno portato al trionfo del dilettantismo in politica e che stanno creando grossi problemi al Paese. È in atto un’ondata di sentimenti negativi nei confronti del sapere, dell’istruzione, degli esperti e degli intellettuali. Chiunque abbia studiato o fatto esperienze di lavoro significative e formative viene bollato come élite e rifiutato. Siamo orgogliosi di non sapere le cose e siamo arrivati al punto di considerare l’ignoranza, soprattutto per quel che riguarda la conduzione della politica, una virtù. È un sentimento che probabilmente c’è sempre stato in certi settori della società, ma che negli ultimi anni è venuto prepotentemente alla luce e la politica lo ha percepito e cavalcato. I politici attuali sono il risultato di questa spontanea emersione dell’ignoranza, e tutto ciò mette in rilievo la grande distanza che esiste tra il rigore dei competenti e la necessità di ricercare il consenso da parte dei politici, passando anche per il ruolo dei mezzi di informazione. Bisogna dire, in generale, che la persona ignorante o incompetente risulta spesso più simpatica, più naturale, più fresca nel modo di porgersi e di comunicare, insomma più vicina alla gente comune. Sa trasmettere con naturalezza messaggi semplici, apparentemente efficaci, additare colpevoli, e proporre soluzioni, magari irrealizzabili, ma chiare, senza tentennamenti o dubbi. Là dove il dubbio è il pane quotidiano dell’esperto che tende a fare ragionamenti sfumati, probabilistici, privi di quelle certezze che il pubblico, specie quello televisivo, vuole sentirsi raccontare».
A quando si può fare risalire l’inizio di questa decadenza e come si esce da questa situazione?
«Probabilmente bisogna ritornare molto indietro negli anni, almeno fino al crollo del Muro di Berlino, alla caduta delle ideologie e delle contrapposizioni tra partiti che comunque, almeno in Italia, avevano un forte senso dello Stato, e in ogni caso si rispettavano tra loro pur combattendosi in modo acceso e polemico. Si pensi per esempio a partiti tradizionali come la Democrazia Cristiana e al Partito Comunista che avevano precise modalità operative in base alle quali selezionavano la propria classe dirigente, e prassi consolidate e concrete con le quali programmavano e scandinavo la formazione e l’ascesa amministrativa e politica dei propri dirigenti e parlamentari. Altro che “uno vale uno”. Come se ne esce è un problema irrisolvibile, almeno a breve termine. Certamente bisogna ripartire dalla scuola, sulla quale da tempo si è cessato di investire, bollando la meritocrazia come un male da cui era assolutamente necessario liberarsi, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: così i nostri migliori cervelli sono costretti a migrare all’estero per ricevere un riconoscimento della propria formazione e una remunerazione dignitosa e adeguata alle proprie competenze».
Nel tempo lei non ha risparmiato critiche anche al mondo del giornalismo…
«Credo di poter dire per diretta esperienza che in Italia ci sono alcuni (pochi) giornalisti che sanno tenere la schiena ben dritta, ma ce ne sono anche tanti (troppi) asserviti alle indicazioni del governo o dei gruppi editoriali per i quali lavorano. Un discorso a parte merita poi l’Ordine dei giornalisti, dal quale mi sono dimesso dopo oltre 50 anni di carriera ai vertici di vari quotidiani. Mi sono stancato, mi hanno massacrato, mi hanno fatto perdere tempo con polemiche inutili e pretestuose. Mi sono rifiutato di essere continuamente criticato e processato per certe mie espressioni che non vanno a genio a una corporazione che non mi pare sia abilitata a fare processi di questo tipo. L’Ordine dei giornalisti ha cercato di imbavagliarmi e limitarne la mia libertà di pensiero per presunti reati di opinione».
Un territorio cui lei è particolarmente legato, Bergamo e la valli circostanti, è risultato essere, almeno nella prima fase della pandemia, uno dei più colpiti, con una vera e propria decimazione della popolazione più anziana. Tutto questo poteva essere evitato?
«Credo che la pandemia abbia colpito duro in tutto il Paese, ma certo in questa parte della Lombardia non è stato risparmiato davvero nulla. E non c’è da sorprendersi se si considera la concentrazione di attività industriali e commerciali che si registra nella piana bergamasca e all’imbocco delle valli, con un moltiplicarsi di traffici, scambi e dunque occasioni di contagio. Se poi vogliamo allargare il discorso a come è stata, a livello nazionale, affrontata la pandemia, bisogna dire che il virus ha travolto tutto, cogliendo i politici, ma anche i cosiddetti esperti, del tutto impreparati. Ci si è mossi alla giornata, tra dubbi, contraddizioni, improvvise accelerazioni e brusche frenate. Insomma, una grande confusione, anche se la situazione era davvero difficile e fino ad allora totalmente sconosciuta. La realtà italiana sotto il profilo dell’epidemia non è certo meravigliosa, nel senso che il virus seguita a rappresentare una minaccia seria, tuttavia al confronto di ciò che sta accadendo in Europa e in altri continenti non abbiamo motivo di lamentarci troppo. Anzi, il governo tutto sommato ha fatto meglio di parecchi suoi colleghi stranieri. Speriamo che il Governo attuale se ne vada presto da Palazzo Chigi (l’intervista è stata realizzata prima delle dimissioni di Giuseppe Conte, n.d.r.), ma in ogni caso ringraziamolo per aver adottato misure fastidiose, liberticide, che però hanno salvato la pelle a tanta gente».
E per quanto riguarda il conflitto esploso, anche a proposito della pandemia, tra governo e regioni?
«In Italia abbiamo una straordinaria abilità nel buttare tutto in polemica politica, anche quando sarebbe il caso, piuttosto che litigare e insultarsi, di rimboccarsi le maniche e trovare la soluzione migliore per tutti. Quello che è stato dette e scritto, a livello politico ma anche da parte dei media, contro la Lombardia è stato qualcosa di vergognoso. Ovvio, essendo stata la più colpita in termini numerici dal virus, impiegherà più giorni a risanarsi, ma non per questo va discriminata e colpevolizzata. La densità abitativa di questa terra non ha eguali in Italia, pertanto ha dovuto affrontare problemi gravi, ma lo ha fatto in modo egregio benché pochi le riconoscano di aver agito con abilità e diligenza. Negli ultimi mesi si è accesa una vera e propria ostilità nei confronti della Lombardia, per motivi che sfiorano il razzismo, senza trascurare il desiderio di impadronirsi politicamente della regione pilota del Paese. Conquistarla, magari dopo averla commissariata, significherebbe garantirsi la permanenza per un lungo periodo ai vertici del potere. Difatti il famoso e auspicato rilancio dell’economia in crisi non può che partire da questa regione ferita, ma tuttora organizzata e pronta a risorgere come si evince dai primi segnali registrati a Milano e nelle varie province attorno a questa città».
Nei suoi interventi lei ha avuto modo più volte di mostrare un apprezzamento per il “modello Svizzero”. In particolare, che cosa le piace di quel Paese?
«Devo premettere che mia madre era originaria del Ticino e che dunque ho avuto modo di frequentare quella regione fin da giovane. Negli anni poi ho stabilito con il Ticino interessanti rapporti professionali, ho avuto molte occasione per incontrare politici ed imprenditori locali e tuttora ho molti amici che vivono in quella fortunata terra. Al di là delle consuete valutazioni positive riguardo alla sicurezza e alla stabilità politica della Svizzera, ciò che trovo apprezzabile è la qualità dell’autonomia che ogni Cantone esprime, pur nel contesto di una struttura statale forte e ben definita. E poi guardo sempre alle popolazioni che abitano di qua e di là delle Alpi: in entrambi i casi si tratta di gente tenace, lavoratrice, concreta nel raggiungimento dei propri obiettivi. Solo che in Italia è frenata e ostacolata in ogni modo da una classe politica e da una burocrazia ottusa e arretrata, mentre in Svizzera le capacita e le competenze delle persone sono valorizzate e sostenute. E queste fa una bella differenza».