Come giudica lo stato attuale dell’economia ticinese per quanto riguarda in particolare i problemi delle PMI?
«Globalmente l’economia ticinese gode di buona salute, come conferma l’andamento positivo e tutto sommato stabile degli ultimi anni. I paragoni in questo senso con le altre regioni svizzere dimostrano che seguiamo le tendenze nazionali e questo è di per sé un elemento positivo che ancora una decina d’anni fa non era scontato. Ciò non significa negare che vi siano settori in maggiore difficoltà (pensiamo al commercio al dettaglio), ma grazie al tessuto economico diversificato della nostra economia, il saldo dell’andamento generale resta positivo. Malgrado il comprensibile, a volte, scetticismo che accompagna alle nostre latitudini le notizie positive riguardanti l’economia cantonale, è un fatto che i dati ticinesi illustrano sempre un’evoluzione in linea con quella delle altre regioni svizzere. Per alcuni, con parametri addirittura migliori di zone come l’Arco lemanico, considerate unanimemente fra le più dinamiche e innovative. Questo vale ovviamente anche per le PMI, per le quali riscontriamo in generale talune situazioni abbastanza “classiche”, come una maggiore difficoltà negli investimenti rispetto ad aziende di più grandi dimensioni. Il dinamismo delle PMI è però innegabile e si inserisce bene nel contesto della diversificazione ticinese, caratterizzata appunto da tantissime piccole realtà, ma al contempo anche da grandi strutture, come quelle della farmaceutica, che hanno investito e investono moltissimo in Ticino».
Quali sono le più importanti sfide da affrontare per rendere il tessuto produttivo del Cantone più attrattivo e competitivo?
«Non sono sfide diverse da quelle che, da sempre, affronta la Svizzera in generale. Nel nostro cantone, malgrado i brutali assestamenti del settore bancario, il gettito fiscale delle persone giuridiche negli ultimi dieci anni è rimasto costante, con importanti contributi di aziende di altri ambiti che hanno compensato quanto è venuto a mancare sul fronte della finanza. E questo è un segnale non da poco sulla bontà del sistema che, pertanto, va mantenuto nella sua affidabilità e prevedibilità, affinché il “fare impresa” sia facilitato e non ostacolato. Questa è senza dubbio la prima priorità. Per il Ticino, l’importante riforma fiscale cantonale appena entrata in vigore è chiaramente un tassello fondamentale in questo senso».
Quali sono gli obiettivi che si propone di realizzare nell’ambito del suo incarico alla guida della Camera di commercio e dell’industria?
«Certezza del diritto, rafforzamento delle condizioni quadro, difesa della libertà imprenditoriale. Sono quelli di sempre, cioè sostenere le nostre aziende nel loro operato quotidiano attraverso iniziative di vario genere, come consulenze e formazione mirate, apertura a nuovi mercati, ecc. Anche nell’ottica di rafforzare il concetto di rete che in Ticino, purtroppo, non è a mio avviso ancora sufficientemente forte in ambito imprenditoriale. Ai fini della difesa della libertà imprenditoriale, non possiamo che rinnovare il nostro appello al dialogo e alla collaborazione tra aziende, sindacati, associazioni di categoria, politici e Governo per lavorare assieme su una visione concertata dello sviluppo del nostro Paese.
Oggi la nostra Camera, ma direi tutte le Camere di commercio e dell’industria in Svizzera hanno un ruolo molto chiaro, cioè di riferimento indiscutibile per i temi di politica economica generale. Come deve essere per un’associazione-mantello che al contempo sostiene in maniera sussidiaria le associazioni di categoria per le loro questioni particolari. Avendo il privilegio di presiedere l’Associazione svizzera delle Camere da ormai nove anni, posso anche confermare che questo modello funziona in tutte le regioni elvetiche e permette a me e ai miei colleghi di parlare un linguaggio comune quando si tratta di affrontare molte questioni che sono simili nelle varie regioni elvetiche. Per cercare soluzioni comuni, nell’interesse dei rispettivi territori, che sono sì in una certa misura in competizione, ma che in realtà traggono la loro forza proprio dall’interazione fra le varie realtà economiche. Ovviamente con uno scopo comune, ci tengo a sottolinearlo, cioè quello della difesa della libertà economica e imprenditoriale sancita dall’articolo 27 della Costituzione federale, valore imprescindibile per la prosperità svizzera».
Quali sono i settori produttivi che a suo giudizio presentano le più interessanti prospettive di sviluppo?
«Fare previsioni è sempre molto difficile. Direi che vanno innanzitutto consolidati quelli già presenti, come ad esempio la farmaceutica, che svolge un ruolo estremamente importante. È chiaro che tutto l’ambito dell’ICT presenta vie di sviluppo interessanti, ma non credo molto in politiche settoriali a favore di un settore piuttosto che di un altro. Resto dell’idea che sono essenziali condizioni quadro interessanti per l’attività imprenditoriale, poi attorno a queste si consolidano e crescono attività note o che dobbiamo ancora scoprire. Per settori in profonda trasformazione, anche per le note evoluzioni a livello internazionale, ve ne sono altri in cui invece vi è stato un chiaro sviluppo quantitativo e qualitativo. Basti pensare all’importante evoluzione del commercio di materie prime, diventato un fattore fondamentale per il Ticino, sia dal punto di vista fiscale che occupazionale, perché sempre più orientato alla formazione e all’assunzione di personale residente in un contesto fortemente internazionalizzato. Dobbiamo essere bravi a recepire i sempre più rapidi mutamenti del contesto generale, al fine di drenare attività che possano essere interessanti per il territorio. Questo è possibile solo con un gioco di squadra fra pubblico e privato».
Quali interventi la classe politica dove promuovere al fine di favorire una maggiore crescita dell’economia del Ticino?
«Con una battuta potrei dire che sarebbe meglio se la politica non facesse nulla e lasciare lavorare gli imprenditori. Scherzi a parte, ribadisco che la prima priorità per la classe politica dovrebbe essere quella di promuovere misure che facilitano le attività imprenditoriali. Questo non significa abbandonarsi a un “laissez-faire” selvaggio, ovviamente. Non vedo, se non in casi particolari per permettere ad esempio il superamento di difficoltà transitorie, interventi come sussidi, ecc. Piuttosto si tratta di dare alle aziende un quadro entro il quale possono “sfruttare” al massimo le loro capacità e peculiarità. Non dimentichiamo che già oggi la Svizzera è il Paese più globalizzato al mondo, da otto anni è in testa alla classifica internazionale dell’innovazione e nel 2018 le aziende elvetiche hanno depositato all’European Patent Office ben 7’927 brevetti. In questo quadro di eccellenza nazionale, Il Ticino gioca brillantemente la sua partita per il numero di patenti e brevetti di qualità, con una crescita, addirittura, superiore alla media svizzera. Il che certifica la capacità d’innovazione di un sistema economico che si va gradualmente riconfigurando sulle opportunità offerte».