Architetto Paolo Muscionico, in che modo il suo percorso di formazione accademica ha contribuito a definire il suo approccio all’architettura e quali insegnamenti considera ancora oggi fondamentali nella sua pratica professionale?
«La mia formazione al Politecnico di Milano è stata lo stampo originale della mia visione. Da Milano ho ereditato la convinzione profonda che l’architettura debba essere l’armonizzazione compositiva delle forme generate dalle funzioni dell’abitare umano: da quelle prettamente materiali e tecniche a quelle di livello superiore, legate alla sfera emotiva e sociale. Ogni mio progetto è governato dalla ricerca costante di questo equilibrio tra struttura ed estetica. L’insegnamento che considero ancora oggi il pilastro della mia pratica è che la bellezza non è un’aggiunta decorativa, ma la manifestazione visibile di una funzione risolta con armonia».
Quali sono state le tappe più significative della sua attività professionale e quali esperienze hanno inciso maggiormente sulla sua crescita come architetto?
«Il mio percorso è stato un viaggio di continua sintesi tra rigore tecnico e sensibilità estetica. La mia ‘matrice’ professionale si è formata in un importante studio ticinese, un ambiente che mi ha trasmesso il culto per il dettaglio e il rispetto per la materia. Dal 1994, come libero professionista tra il Canton Ticino, l’area Comasca e Milano, ho avuto modo di confrontarmi con scale progettuali molto diverse.
Le tappe che hanno segnato la mia crescita sono state principalmente tre.
L’esordio con un edificio residenziale multipiano a Campione d’Italia, che ha rappresentato il mio ‘battesimo’ con la complessità costruttiva e gestionale.
Un importante intervento di recupero urbano a Como, dove il tema è stato ricucire il rapporto tra storia e modernità in un tessuto consolidato.
L’approdo alla tecnologia del legno strutturale, culminato con la realizzazione di una villa unifamiliare a Locarno. Questo progetto mi ha permesso di esplorare una nuova grammatica della sostenibilità, dove l’innovazione non è un’aggiunta ma l’ossatura stessa della bellezza. Oggi sento di aver compiuto un salto di qualità decisivo: sono passato dal concetto di ‘costruzione’ a quello di ‘architettura sartoriale’».
Come definirebbe la sua idea di architettura oggi?
«Oggi definisco la mia idea di architettura come una narrazione dinamica di luce e materia. Se la struttura è lo spartito, la luce è l’esecuzione che dà vita alla musica. La mia architettura vive di un doppio binario luminoso.
Da un lato, la luce naturale, che governa il rapporto tra pieni e vuoti e scandisce il ritmo della composizione architettonica durante il giorno.
Dall’altro, la luce ‘disegnata’, ovvero una progettazione illuminotecnica sartoriale che interviene per ridisegnare gli spazi interni. Attraverso la modulazione delle sorgenti, riesco a creare ambienti in cui i materiali — la pietra, il legno, i tessuti — non vengono solo illuminati, ma vibrano, esaltando la loro natura tattile.
L’obiettivo finale è la creazione di scenari differenziati».
Quali valori ritiene imprescindibili nel progettare spazi destinati all’abitare contemporaneo?
“Nell’abitare contemporaneo, che è sempre più complesso e stratificato, ritengo che l’architettura debba tornare a essere un punto di equilibrio. Per me, i valori imprescindibili si riassumono in una sorta di ‘pentagramma progettuale’:
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Luce e Materia: Sono i due pesi della bilancia. La luce dà vita allo spazio, mentre la materia gli conferisce gravità e onestà.
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Funzionalità: È il rispetto verso chi abita. Uno spazio può essere bellissimo, ma se non assolve alla sua funzione con naturalezza, fallisce il suo scopo primario.
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Il Dettaglio: È ciò che trasforma una costruzione in un’opera sartoriale.
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Equilibrio: È il valore ultimo. È la sintesi superiore tra le aspirazioni estetiche del progettista e le necessità del committente, tra l’artificio dell’architettura e la spontaneità dell’ambiente circostante».
Quanto influiscono il contesto paesaggistico e urbano del territorio comasco nel suo modo di progettare e come dialogano le sue architetture con l’ambiente circostante?
«Il mio approccio non distingue tra confini politici, ma si fonda sull’identità di un territorio unico: quello del paesaggio lacustre sub-alpino. Che si tratti delle sponde del Lario o del bacino del Ceresio, tra Lugano e Campione d’Italia, la struttura profonda del paesaggio rimane la medesima. È un’architettura che deve confrontarsi con una natura dotata di una forza espressiva dirompente: la verticalità delle montagne che si tuffa nello specchio d’acqua, la profondità dei riflessi e la vastità del cielo prealpino.
Il mio progetto si fa ‘filtro’ rispetto a questo ecosistema. Non vedo la casa come un guscio chiuso, ma come un organismo che dialoga con il valore trasformativo della natura. Il paesaggio non è statico: muta durante l’arco della giornata e attraverso i cicli stagionali».
Tra i progetti da lei realizzati, quali considera maggiormente rappresentativi del suo percorso professionale e perché?
«Nel guardare al mio percorso, seleziono quattro progetti che considero pietre miliari per la loro capacità di sintetizzare la mia visione.
Le 5 Ville unifamiliari a Campione d’Italia: Un intervento fondamentale per la gestione del rapporto tra densità, privacy e paesaggio lacustre, dove ogni abitazione trova il proprio ‘frame’ privilegiato sul Ceresio.
La Villa a Locarno: Il progetto che sancisce il mio legame con il legno strutturale, scardinando i pregiudizi estetici legati a questo materiale per trasformarlo in un’architettura leggera, trasparente e moderna.
Loggia Visconti a Como: Un restauro funzionale all’interno dello storico Palazzo Visconti, dove ho tradotto il prestigio dell’impianto originale in dieci ‘episodi singolari’.
Villa Rossa a Brunate (2025): Il mio progetto più recente e maturo. Una sintesi sulla sartorialità del dettaglio dove il colore non è rivestimento, ma elemento compositivo che definisce un’identità forte in un contesto paesaggistico di straordinaria bellezza».
Che ruolo ha la tecnologia nel suo processo progettuale e costruttivo e in che modo innovazione tecnica e sostenibilità influenzano le sue scelte architettoniche?
«Per me la tecnologia è uno strumento silenzioso al servizio del benessere e dell’emozione. Non amo l’esibizionismo tecnologico; preferisco che l’innovazione si percepisca nella qualità del vivere: nel comfort termico di un involucro efficiente, nella precisione millimetrica di una struttura in legno o nella gestione scenografica della luce».
Nel progetto Casa Rossa , come si integrano ricerca formale, soluzioni tecnologiche e qualità dell’abitare?
«Casa Rossa è l’emblema della mia filosofia di recupero e trasformazione. L’edificio originale, una struttura spontanea di cent’anni fa, pur godendo di una posizione invidiabile fronte Cernobbio, era ‘introverso’ e privo di identità. Il mio intervento è stato una vera e propria operazione di metamorfosi, guidata da tre cardini:
Il dialogo con l’orizzonte: Ho ridisegnato la sommità dell’edificio creando una sintesi tra funzione e contemplazione. Una parte della copertura è stata trasformata in una terrazza panoramica sugli angoli sud e nord-ovest, mentre la restante parte a falde è stata rivestita in lamiera metallica aggraffata. Qui la tecnologia è diventata ‘silenziosa’: abbiamo integrato pannelli fotovoltaici totalmente complanari, rendendoli invisibili dai coni ottici pubblici sensibili, rispettando così l’estetica del paesaggio senza rinunciare all’efficienza energetica.
Il rapporto con l’acqua: Abbiamo domato la riva ripida del giardino realizzando un decking pianeggiante che ospita una infinity pool. L’acqua della vasca si fonde visivamente con quella del lago, annullando i confini tra artificio e natura.
La sfida del Rosso: La scelta cromatica, nata da una richiesta specifica della committenza, mi ha spinto verso la ricerca di una tonalità di ‘Rosso architettonico’ che affonda le radici in diversi episodi della tradizione insubrica. Questo colore non solo dialoga con il bosco circostante, ma trasforma la villa in un punto di riferimento discreto, percepibile da Como come un segno sul versante boschivo verso Brunate»



