Con Marinetti il Futurismo arrivò in tavolaCentocinquant’anni fa nasceva Filippo Tommaso Marinetti, una figura di riferimento della prima metà del Novecento. Poeta e padre spirituale del movimento futurista, nato nel 1909 per rivoluzionare arte, letteratura, musica, teatro, danza e infine la cucina, le cui teorie rinnegavano gli stili del passato per aderire con forme vive al dinamismo della vita moderna.

I paradossi gastronomici, così come quelli estetici, miravano all’evoluzione morale: bisognava scuotere la materia per risvegliare lo spirito. La cucina futurista, espressamente definita da Marinetti come una vera e propria rivoluzione “cucinaria”, venne descritta in manifesti e libri con tanto di ricette, menu e suggerimenti per imbandire lussuosi banchetti o per servire originali pranzi.

I futuristi puntavano al rifiuto dei mediocri piaceri quotidiani del palato e auspicavano l’avvento di una cucina chimica che abolisse i vecchi schemi gastronomici sostituendoli con nuove idee al passo con i tempi.

Un manifesto pubblicato nel 1913 dal cuoco francese Jules Maincave (Manifeste de la cuisine futuriste), ispira il manifesto Culinaria futurista stampato nel 1920, in cui si esaltano i colori e le forme dei piatti più che i sapori degli alimenti.

Marinetti è da tempo membro del comitato di degustazione della rivista La cucina italiana quando, in occasione di una cena offerta in suo onore il 15 novembre 1930 al ristorante milanese Penna d’Oca, dove vengono serviti piatti dai nomi stravaganti (gelato della luna, brodo di rose e sole, agnelli arrosto in salsa di leone, pioggia di zuccheri filati…), espone pubblicamente il punto di vista dei futuristi sull’alimentazione. Fondamentale è l’abolizione della pastasciutta, piatto nazionale per eccellenza, che a suo dire «appesantisce, abbrutisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti», e che pertanto deve essere sostituita dal riso e dal pane.

Con Marinetti il Futurismo arrivò in tavolaIl 28 dicembre 1930 appare sulla Gazzetta del popolo di Torino il Manifesto della cucina futuristaversione approfondita del precedente manifesto del 1920, e l’anno successivo il volume La cucina futurista. Il primo punto del manifesto è proprio Contro la pastasciutta, alimento che secondo i futuristi è causa di «fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo», tipici del popolo italiano. Solo l’abolizione di questo cibo potrà rendere gli Italiani più agili e scattanti e vincitori in una possibile guerra; inoltre l’Italia potrà essere liberata dalla dipendenza dal grano estero a favore della nostrana industria risicola.

L’arte culinaria futurista esalta nuovi sapori, creati da accostamenti stravaganti, presta particolare attenzione alle forme, ai profumi, ai colori dei cibi, e all’architettura dei piatti. Propone abbinamenti di sapori contrastanti (dolce/salato), il coinvolgimento del tatto attraverso l’alternanza caldo/freddo e il contatto diretto con i cibi (abolizione della forchetta e del coltello), il tutto con una particolare cura per l’estetica delle portate. Il manifesto propone come esempio alcune ricette dai nomi fantasiosi preparate dal primo cuoco del ristorante Penna d’Oca: il Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa Marte e la Beccaccia al Monterosa salsa Venere.

Con Marinetti il Futurismo arrivò in tavolaIl manifesto provoca un serie di polemiche e gli stessi futuristi si dividono sull’argomento: alcuni supplicano Marinetti di risparmiare le tagliatelle; altri, i futuristi liguri, chiedono che venga dichiarata «leale neutralità verso i ravioli, per i quali nutriamo profonde simpatie e abbiamo doveri di riconoscenza e di amicizia».

Marinetti organizza una vera e propria campagna promozionale internazionale per presentare i piatti futuristi. In occasione dell’inaugurazione della Taverna del Santopalato a Torino, l’8 marzo 1931, vengono servite le più curiose ricette futuriste: l’Antipasto intuitivo, il Carneplastico, creato dal pittore futurista Fillia (una polpetta ripiena di verdura disposta verticalmente nel piatto completata da miele, salsiccia e sfere di carne di pollo), il Pollofiat e l’Areovivanda, cioè, secondo quanto spiega lo stesso Marinetti, «una pietanza composta da frutti e verdure diverse che si mangiano con la mano destra senza l’aiuto di alcuna posata, mentre la mano sinistra accarezza una tavola tattile formata da cartavetrata, velluto e seta. Intanto l’orchestra intona una rumorosa e violenta musica futurista, e i camerieri spruzzano sulla nuca di ogni commensale un forte profumo di garofano».

La tavola futurista diventa così terreno di sperimentazioni molteplici: colori, forme, sapori, odori, abbinamenti, costituiscono stimoli sensoriali, tattili, visivi, olfattivi, gustativi. Insomma guai a mangiare solo per nutrirsi.

I futuristi si impegnarono inoltre a italianizzare alcuni termini di origine straniera: il cocktail divenne così la “polibibita” che si beveva al “Quisibeve” e non al bar, il sandwich prese il nome di “traidue”, il dessert di “peralzarsi” e il picnic di “pranzoalsole”.

Tutto contribuiva ad esaltare l’esperienza creativa del cibo, come l’abolizione della forchetta e del coltello rientrava nella strategia gastronomica futurista per favorire il “piacere tattile prelabiale”; come la creazione dei bocconi simultanei e cangianti che contenevano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi e l’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione. Ogni vivanda doveva essere preceduta da un profumo poi cancellato dalla tavola mediante ventilatori; e ancora la presentazione rapida tra vivanda e vivanda, sotto le nari e gli occhi dei convitati, per favorire la curiosità, la sorpresa e la fantasia. Allo stesso modo, l’utilizzo della musica doveva essere limitato negli intervalli, per non distrarre la sensibilità della lingua e del palato, dosato intelligentemente come qualsiasi altro ingrediente per permettere di godere nel modo giusto dei sapori di una certa vivanda.

La filosofia futurista era sperimentare e far diventare il cuoco un vero e proprio chimico dell’intuizione gastronomica che sapesse condensare nell’alimentazione i principi indispensabili alla vita.

Il successo maggiore di pubblico e stampa i futuristi lo ebbero con gli “aerobanchetti”, e memorabile fu quello organizzato a Bologna nel ’31. Niente tovaglia, sostituita da foglie di alluminio e piatti di metallo. Tavola a forma di aereo, con al centro delle due appendici raffiguranti le ali, una motocicletta come motore. Dopo la portata Aeroporto piccante (insalata russa), venne servito Rombi d’ascesa (risotto con arancia), durante il quale Marinetti proclamò: «Voliamo a ottomila metri: sentite come questo nutre e favorisce lo stomaco». Dai commensali si levò allora una richiesta urlante: «vogliamo il carburante». S’inneggiava al lambrusco, travasato in latte da benzine. Furono poi anche serviti la Sveglia stomaco, l’Alga spuma tirrena e il Pollo d’acciaio (arrosto ripieno di confettini argentei).

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