I fondi sostenibili hanno registrato una crescita marcata del 147 percento secondo uno studio svolto da SSF in collaborazione con il Center for Sustainable Finance and Private Wealth (CSP) dell’Università di Zurigo. Con 470,7 miliardi di CHF, a fine 2019 la loro quota sul mercato svizzero dei fondi era del 38 percento. I mandati sostenibili sono cresciuti ancora di più, ovvero del 195 percento, portando i valori patrimoniali gestiti in questo settore a 208,9 miliardi di franchi. I valori patrimoniali gestiti in modo sostenibile dagli investitori istituzionali ammontavano a 483,7 miliardi di franchi a fine 2019, un dato che corrisponde a circa il 30 percento dei patrimoni gestiti in Svizzera. Le soluzioni d’investimento sostenibili sono dunque molto apprezzate dagli investitori, anche perché presentano una maggiore redditività rispetto ai prodotti finanziari convenzionali.
Il 79 percento del volume totale degli investimenti sostenibili si trova nei depositi della clientela istituzionale, mentre il 21 per cento è detenuto da clienti privati. Questi ultimi hanno quasi raddoppiato la loro quota rispetto all’anno precedente (2018: 12 percento) e hanno registrato una forte espansione grazie a una crescita complessiva del volume degli investimenti del 185 percento. «Questi dati confermano il crescente interesse dei clienti privati, ma anche il fatto che molti fornitori di servizi finanziari stanno ora applicando approcci di investimento sostenibili ai fondi tradizionali», si rallegra Sabine Döbeli, CEO di SSF.
Nel 2019, il volume degli investimenti sostenibili è aumentato per tutti gli approcci d’investimento. L’integrazione dei criteri ESG si colloca al primo posto, seguita dai criteri di esclusione e ora dall’engagement ESG, che si attesta attualmente al terzo posto. Colpisce il fatto che sia l’esercizio dei diritti di voto (ESG voting) sia l’engagement ESG mostrano tassi di crescita nettamente più elevati rispetto agli altri approcci di investimento. «Sempre più azionisti cercano il dialogo con le società in cui investono affinché queste si orientino alla sostenibilità. Ed evidentemente vengono ascoltati», spiega il Prof. Timo Busch, Senior Fellow presso il CSP, che ha supportato lo studio sul piano scientifico. Degno di nota è anche il raddoppio del volume di impact investing; gran parte di questa crescita, tuttavia, non è attribuibile alle categorie di investimento tradizionalmente utilizzate, il private debt e il private equity, bensì alle azioni quotate – un settore in cui l’esperienza dimostra che un impatto diretto è più difficile da ottenere.
Quest’anno, ben 34 asset manager hanno dichiarato di perseguire un approccio d’investimento specifico per gli investimenti a favore del clima – un numero decisamente più elevato rispetto all’anno scorso (25). Nella maggior parte dei casi, essi documentano l’impronta climatica dei portafogli; seguono poi gli investimenti in soluzioni a favore del clima, l’engagement attivo e l’esercizio dei diritti di voto a favore di una maggiore protezione del clima da parte delle aziende. Si tratta di uno sviluppo importante, poiché sia i politici che gli investitori chiedono sempre più spesso investimenti rispettosi del clima. Tuttavia, il fatto che solo un terzo circa di tutti gli asset manager (15) dichiarino di fornire informazioni sulla compatibilità climatica dei loro prodotti d’investimento dimostra che esiste ancora un margine di ottimizzazione in questo settore. «SSF sta lavorando allo sviluppo di raccomandazioni concrete per gli indicatori che dovrebbero essere utilizzati per informare gli investitori sulla compatibilità climatica e, in generale, sulla sostenibilità dei portafogli», aggiunge Jean Laville, sostituto CEO di SSF.
L’Unione europea (UE) è passata all’offensiva e ha sia definito sia in gran parte anche attuato praticamente tutti i progetti di legge sulle finanze sostenibili avviati un anno fa. Il Gruppo Tecnico di Esperti (TEG) ha esposto in una cosiddetta tassonomia di diverse centinaia di pagine quali attività economiche meritano l’attributo di «sostenibili». Questo tanto citato compendio costituisce la base per definire i prodotti finanziari green degni di questo nome. A ciò si accompagna un ampio obbligo di informazione che sarà rilevante anche per molti fornitori di servizi finanziari svizzeri. Ma l’UE sta facendo un ulteriore passo avanti e ha già presentato una nuova strategia di finanza sostenibile, che dovrebbe mobilitare più fondi per il Green Deal. Sta inoltre discutendo i suoi standard con altri paesi nell’ambito della nuova «International Platform on Sustainable Finance». Dal marzo del 2020 anche la Svizzera è membro di questa piattaforma e può contribuirvi esponendo il proprio punto di vista.
La piazza finanziaria svizzera farebbe bene a proseguire con coerenza lungo il cammino verso un’economia finanziaria sostenibile, tanto più che la concorrenza internazionale pare destinata a intensificarsi ulteriormente. «Solo se il settore finanziario svizzero si dimostrerà agile potrà estendere il suo ruolo di leader nel campo della sostenibilità e contribuire così in modo significativo al raggiungimento degli obiettivi internazionali in materia di clima e degli obiettivi di sviluppo sostenibile». Stiamo pertanto lavorando intensamente a un piano d’azione che ha lo scopo di mostrare come la piazza finanziaria svizzera possa far leva sui punti di forza esistenti ed evolvere in modo orientato al futuro», conclude Sabine Döbeli.