Musicdoor ha festeggiato nel 2025 quarant’anni di attività. Come è cominciata questa avventura?
«Ho svolto il mio apprendistato in un negozio di radio, televisori e alta fedeltà di Lugano. Terminato quel periodo, avrei voluto riprendere gli studi e conseguire la maturità da privatista in Italia, ma per non dipendere dai miei genitori andai a lavorare sui vagoni ristorante dei treni. Pochi mesi dopo, però, il gerente del negozio nel quale avevo lavorato lasciò il suo incarico e la proprietà mi propose di sostituirlo. Avevo appena diciotto anni e mi trovai improvvisamente a dirigere un’attività appartenente a una grande azienda ticinese. Era un’occasione difficile da rifiutare e così i miei programmi cambiarono completamente. In pochi anni riuscii a raddoppiare il fatturato, ma ben presto compresi che volevo lavorare seguendo una mia visione e assumendomi direttamente responsabilità e rischi. Nel 1985 aprii quindi Musicdoor al Quartiere Maghetti».
L’alta fedeltà era già una passione personale?
«Assolutamente sì. Quando tornai a lavorare come gerente, utilizzai praticamente tutti i soldi che avevo messo da parte per comprarmi un impianto stereo. Avevo vent’anni e spesi una cifra che, per l’epoca e per la mia età, era davvero considerevole. Oggi possiedo ancora una collezione di sette-ottomila dischi in vinile.
Prima di diventare un mestiere, l’alta fedeltà è stata dunque una passione. Mi piace quello che faccio e non so se proverei la stessa soddisfazione dedicandomi a qualcos’altro».
Che cosa distingue Musicdoor da un tradizionale negozio di apparecchiature elettroniche?
«Un impianto non dovrebbe mai essere considerato semplicemente un prodotto. Non si tratta di scegliere un amplificatore da un catalogo, aggiungere due diffusori e consegnare una scatola al cliente. Cerchiamo sempre di capire che cosa una persona desidera ascoltare, quali sono le sue abitudini, gli spazi disponibili, le aspettative e naturalmente il budget. La maggior parte degli impianti viene progettata su misura, consegnata e installata direttamente da noi. C’è quindi un lavoro di consulenza, assistenza tecnica e soprattutto ascolto della persona. Il punto di partenza non è Quale apparecchio vuoi comprare? ma: Quale esperienza vuoi vivere?».
Avete celebrato il vostro 40° anniversario con un importante evento a Villa Castagnola. Di cosa si è trattato?
«Già in passato, per dieci anni, avevamo organizzato una manifestazione analoga. In questa occasione abbiamo affittato 25 camere e 4 sale conferenze e in ciascuna di esse sono stati allestiti impianti HI FI ai vertici del mercato attuale, con caratteristiche e prestazioni di riferimento assoluto. È stata una bella occasione per ritrovare tanti amici e incontrare clienti, esperti e giornalisti internazionali del settore».
Nel corso degli ultimi decenni il modo di ascoltare la musica è cambiato radicalmente. Quali sono state le trasformazioni più importanti?
«La vera rivoluzione è rappresentata dalle piattaforme. Il digitale non ha mai raggiunto una qualità così elevata. Oggi, attraverso alcuni servizi di streaming, possiamo ascoltare file ad alta risoluzione che superano nettamente la qualità del CD. Spotify ha avuto il merito di rendere popolare il moderno sistema di streaming, ma per molto tempo ha utilizzato file compressi. Per un ascolto di qualità elevata, l’MP3 è fortemente limitante. Successivamente sono nate piattaforme che partono almeno dalla qualità del CD e arrivano a risoluzioni molto superiori. La facilità di accesso è straordinaria: in pochi secondi possiamo raggiungere un repertorio sterminato. Ma esiste anche un problema. Sulle piattaforme non acquistiamo la musica: acquistiamo il diritto di ascoltarla. Se domani il proprietario dei diritti di un artista interrompe il rapporto con il servizio, quei brani possono scomparire, insieme alle nostre playlist»
Il vinile sta vivendo una nuova stagione. È una moda romantica oppure offre realmente una qualità superiore?
«Entrambe le cose. Da una parte esiste una componente romantica, soprattutto tra i giovani, affascinati dall’analogico, dal vintage e dalla presenza fisica dell’oggetto. Con la progressiva scomparsa del CD, il vinile è rimasto praticamente l’unico supporto musicale tangibile. Dall’altra, quando parliamo di musica strumentale, la sorgente iniziale è comunque analogica. Mantenendo analogica l’intera catena, almeno potenzialmente, si può ottenere un risultato straordinario. Ma sottolineo la parola “potenzialmente”, perché l’analogico porta con sé molti problemi. Anche il miglior giradischi del mondo, alla fine, ha una puntina che scorre all’interno di un solco e, per quanto raffinata, quella lettura comporta usura. Il digitale, invece, può essere riprodotto infinite volte rimanendo sempre uguale».
Lei mette spesso in guardia i giovani dall’acquisto di giradischi troppo economici. Perché?
«Perché un giradischi scadente può rovinare i dischi. Dico sempre ai ragazzi: comprate pure inizialmente un piccolo diffusore o un apparecchio semplice, ma non utilizzate un giradischi costruito male. Il rischio è che una persona compri cinquanta o cento dischi e, quando finalmente acquista un giradischi di buona qualità, scopra che quei vinili sono ormai danneggiati».
Occorre possedere una particolare cultura musicale per riconoscere la qualità?
«Non necessariamente. Ascoltare meglio significa prima di tutto ascoltare più cose. Anche nella più semplice canzone puoi improvvisamente scoprire un violino, un respiro, un dettaglio che non avevi mai percepito. Da quel momento, quando riascolti quel brano, cerchi proprio quel particolare. Se manca, senti che una parte dell’emozione è andata perduta».
In qualche caso la musica può assumere anche un valore profondamente umano…
«Recentemente sono stato chiamato a casa di una persona molto malata. Viveva quasi sempre sola e nel silenzio. Mi dissero che forse la musica avrebbe potuto aiutarla e installai un impianto che le consentisse di utilizzare facilmente lo streaming e di ritrovare alcune registrazioni alle quali era legata. Naturalmente un impianto non cambia la condizione di una persona, ma può restituirle momenti di serenità, ricordi e una forma di compagnia. Esperienze come questa spiegano il senso più profondo del mio lavoro».
Musicdoor è diventato anche un punto di riferimento per musicisti e direttori d’orchestra… Hanno esigenze differenti?
«Molti musicisti sono abituati ai monitor da studio. Un monitor deve mettere in evidenza ogni elemento della registrazione, perché chi lavora deve poter controllare e distinguere con precisione tutti i dettagli. Un impianto destinato all’ascolto domestico svolge una funzione diversa. Non deve necessariamente mettere tutto in primo piano, ma ricostruire un insieme musicale credibile».
L’alta fedeltà di fascia elevata rimane però un settore di nicchia. Perché non ha la stessa visibilità di altri beni di lusso?
«Un’automobile, un orologio o una borsa vengono portati fuori casa e, anche involontariamente, mostrati agli altri. Un impianto viene invece acquistato per sé stessi e rimane all’interno della propria abitazione. È quindi un lusso molto intimo.
Audio e immagine sono ormai sempre più legati. Come si è evoluto l’home cinema?
«In passato, per avere un’immagine di grandi dimensioni in soggiorno, era indispensabile utilizzare un proiettore. Oggi disponiamo invece di schermi da ottanta o cento pollici e, negli ambienti domestici, spesso il display ha sostituito la proiezione. Anche nel video il supporto fisico è praticamente scomparso. DVD e Blu-ray esistono ancora, ma la direzione del mercato è ormai quella dell’accesso online».
Quale sarà il futuro dell’ascolto musicale?
«Il digitale continuerà inevitabilmente a crescere e le piattaforme diventeranno sempre più sofisticate. L’intelligenza artificiale potrà migliorare la catalogazione, le ricerche e i suggerimenti personalizzati. Già oggi i servizi analizzano ciò che ascoltiamo e ci propongono artisti o registrazioni simili. Non credo invece che, almeno nel prossimo futuro, cambierà radicalmente il principio dell’impianto.. Quello che non cambierà è il motivo per cui ascoltiamo musica: cercare un’emozione. Ed è la stessa ragione per cui, dopo quarant’anni, continuo a fare questo lavoro».



