Come è nata l’idea di dare vita alla Fondazione Diritti Umani Lugano?

«Viviamo in un’epoca in cui i Diritti Umani sono sempre più calpestati e di esempi ve ne sono di continuo, anche nella nostra quotidianità. La Fondazione Diritti Umani nasce quindi dall’esigenza di parlarne qui, a casa nostra, e creare un luogo di riflessione e di consapevolezza. Questo luogo è, fra gli altri, il Film Festival Diritti Umani. Parlare di diritti umani, soffermarsi a riflettere su di essi, non è facile di questi tempi tumultuosi dove tutto è accelerato ed amplificato. Ma è urgente farlo! La loro promozione non si realizza in quanto scritto o sancito dalle leggi e non appartiene solo ad una tipo di pensiero o ideologia, ma arriva se tutti noi ce ne occupiamo e continuiamo a parlarne per cercare di scalfire l’indifferenza. Un’indifferenza che spesso non è data per cattiveria ma per semplice ed umana paura. E da questa paura nessuno è escluso. Confrontarsi è la miglior formula per esorcizzarla. Per questa ragione, la Fondazione opera su diversi fronti tutto l’anno, organizzando e supportando laddove possibili iniziative, conferenza e dibatti, pubblici e nelle scuole, su temi legati ai diritti fondamentali, che sono la base di ogni buona convivenza e democrazia.
Il Film Festival, un’emanazione importante della Fondazione, è sicuramente al centro della nostra attività ed è la formula migliore per arrivare al cuore e alla mente delle persone, perché le immagini, ancor prima delle parole, toccano i nostri sentimenti e le nostre emozioni, così come le nostre coscienze, spingendoci alla riflessione. È grazie a questa formula che in questi sei anni il Festival ha conosciuto una forte crescita di pubblico e successo di critica.
Crescere significa anche aumentare l’impegno finanziario. Il futuro del Festival è nella sua sostenibilità e potrà essere garantita grazie anche all’aiuto di enti pubblici e privati, così come alla vicinanza degli amici del Festival, a tutti loro vanno i ringraziamenti per averlo fatto sino a oggi. Per questo, auspichiamo che vi possa essere una sempre più forte rete a sostegno del progetto».

Quali sono i temi principali di cui si occupa il Film Festival?

«Il panorama delle situazioni critiche che ci troviamo ad affrontare è purtroppo molto vasto e coinvolge situazioni apparentemente lontane così come realtà vicinissime a noi. Emergenza climatica, guerre e abuso di potere, i nuovi sovranismi, libertà di espressione, violazione dei diritti delle donne e dei minori, pedofilia, sono solo alcuni dei temi messi in risalto dal Festival, e spingono tutti a una riflessione sul punto di vista e la posizione che assume l’umanità di fronte ad essi. Sono tante le violazioni della dignità e della libertà, tante le problematiche universali che vedono lottare molti popoli; argomenti profondi e caldi, che talvolta scompaiono all’interno di un’informazione di massa sempre più caotica».

Il mondo della scuola e dei giovani è quello a cui indirizzate in particolar modo il vostro messaggio…

«È sicuramente questo l’aspetto più affascinante e appagante del nostro lavoro. Vedere centinaia di ragazzi e ragazze, all’inizio distratti e rumorosi, che pian piano vengono quasi rapiti dalle immagini dei film in visione e poi dalla testimonianza diretta dei protagonisti di alcune delle storie raccontate, rappresenta un fatto bellissimo ed emozionante. In questo senso dobbiamo rendere merito alla formula del Festival che affianca alle proiezioni i momenti di dibattito e di confronto, ma soprattutto alla qualità delle scelte cinematografiche operate dalla Direzione di Antonio Prata, e realizzate con l’apporto dei numerosi collaboratori, fra le commissioni cinema, forum, scuole, i vari staff tecnici e di comunicazione, i preziosi volontari».

Tornando al Festival di quest’anno quali sono state le partecipazioni più significative?

«Abbiamo avuto una sessantina di ospiti intervenuti tra registi, esperti e addetti ai lavori. Da Donatella Rovera, investigatrice di Amnesty International a Dick Marty, già procuratore pubblico e già consigliere di Stato; da Leyner Palacios, leader della comunità Chocò e nominato al Nobel per la pace a Remy Friedmann e Patrick Matthey del DFAE, dall’ambasciatore Flavio Meroni allo storico Marcello Flores, esperto di diritti umani, l’esuberante regista e pluripremiato Lech Kowalski; lo scrittore, giornalista e opinionista Alan Friedman; e non da ultimo il regista Hassan Fazili, con MIDNIGHT TRAVELER, pure premiato dal nostro Film Festival».

E per quanto riguarda i film presentati?

«Sono stati 32 i titoli scelti, tra i quali ben 13 prime svizzere e 4 cortometraggi; tutti i film sono presentati per la prima volta al pubblico della Svizzera italiana. I Film sono la chiave d’accesso alle persone, perché le immagini ancor prima delle parole possono diritti al cuore e scuotere le nostre coscienze spingendoci alla riflessione. Tante le storie raccontate e apprezzate dal pubblico: dai film di grandi registi come la prima svizzera “La Cordillera de los Sueños” di Patricio Guzmàn in apertura del Festival, a “Sorry We Missed You” di Ken Loach in chiusura. Questo suo film ci ha parlato di una sorta di spirito di sopravvivenza moderno, tutto basato sulla competitività alienante del capitalismo e del lavoro, che rischia di lenire ogni minimo elemento di convivenza familiare e quindi sociale».

Il Festival ha voluto celebrare anche un regista molto “scomodo” come Hassan Fazili…

«Grande emozione ha suscitato la presenza a Lugano di Hassan Fazili, che non aveva il permesso di uscire dalla Germania. Dopo tanto lavoro, con l’aiuto di amici tedeschi e la cooperazione di alcune persone, ha potuto finalmente ottenere la lettera con il permesso di viaggiare. Il suo viaggio in Svizzera è stato un evento molto importante e a Lugano ha potuto ricevere al Film Festival premio Diritti Umani per l’autore. Un dovuto riconoscimento a questo r regista afgano che, nonostante su di lui pesi una sentenza di condanna a morte, trova il coraggio e la capacità, grazie al cinema, di raccontare e rendere pubblica al mondo la sua fuga, rivendicando il diritto alla vita suo e della sua famiglia».