Il suo corpo è da sempre tatuaggio del suo vissuto, delle violenze giovanili, della malattia e dell’amore. Un lavoro difficile da capire per la schiettezza dell’idioma usato ambiguamente.
Conosciuta per i neon che declamano l’amore, in mostra 40 anni di lavori con circa 100 opere fino al 31 agosto 2026 alla Tate Modern.
Fotografie, dipinti, neon, installazioni e video provocatori mostrano drammi personali, che impressionano il visitatore provocando un empatia emotiva che provoca riflessioni comuni alle nostre esistenze.
Assolutamente da vedere l’installazione che la rese famosa (My Bed, 1999) con il letto sfatto, sporco e pieno di mozziconi, avanzi di cibo, test di gravidanza e preservativi, dove visse rapporti sessuali anche incestuosi per settimane, candidato al Turner Prize, uno squarcio mesto della sua esistenza anticonvenzionale.
“The Tracey Emin: a Second Life” inaugura la nuova stagione artistica della Emin, sopraffatta da un aborto andato male (per l’incompetenza dei medici che critica apertamente) e da una grave malattia oncologica. Tutto il suo lavoro antecedente viene riletto e si apre all’Amore “unica ragione per cui valga vivere” e al desiderio di superare ferite personali per condividere inquietudini comuni agli esserli viventi con un’aspettativa più serena e meno travagliata.







