Gian Enzo Sperone, sei partito dalla sabauda Torino dove apristi la tua prima galleria italiana. Era una provincia. Dalla Pop Art Americana (1963) e sempre con un occhio al Concettualismo Americano hai sostenuto artisti provinciali che usavano materiali inusuali fino all’Arte Povera conclamata. Giocavi o sperimentavi?
«Alla fine del 1962 vennero a Torino Leo Castelli e Ileana Sonnabend per incontrare Michelangelo Pistoletto. In quell’occasione ho iniziato un rapporto con l’America e la Pop Art Americana, i cui artisti quali Lichtenstein, Warhol, Rosenquist, Oldenburg, Jim Dine e Rauschenberg avrei esposto dal 1963 al 1966. Era già in atto un cambiamento, che sfociò nel Minimalismo e nel Concettualismo, con artisti come Flavin, Morris, Kosuth, Judd, Carl André, con cui mi sono prontamente schierato per far conoscere il loro lavoro in Italia. Parlo di Italia più che di Torino perché è noto che quest’ultima era già in una posizione di avanguardia mantenuta per almeno 10 anni. Già a metà degli anni Sessanta facevano l’occhiolino gli artisti dell’Arte Povera (Pascali, Mondino, Gilardi, Anselmo, Zorio e Boetti) che introducevano una nuova idea dell’arte con ricerche e energie inedite, contenute nei materiali stessi, inaugurando una libertà linguistica per cui ogni opera implicava scarti sintattici».
Pino Pascali: la sua prima mostra Armi (1966), scartata da Plinio De Martis de La Tartaruga, fu da te accolta. Arrivò col suo camion con armi artefatte e la Polizia lo trattenne. Il tuo gesto curatoriale era una provocazione pubblicitaria o una critica della guerra fatta con un gesto artistico precursore di un’attualità geopolitica?
«Pascali rappresentava la punta di diamante della nuova Avanguardia Romana il cui gesto artistico, con l’uso provocatorio di armi artefatte come cannoni, missili e mitragliatrici eseguiti in camouflage per ingannare i visitatori della mostra, impreparati a distinguere il vero con l’artefatto, costituiva una sfida notevole verso la rottura dei canoni, specialmente della pittura astratta dominante. La mostra fu scartata dalle gallerie romane La Tartaruga e L’Attico per ragioni che mi sfuggono ancora oggi, il che la dice lunga sulla posizione apicale di Torino in quegli anni. Non ricordo l’episodio della Polizia che avrebbe trattenuto in Questura il camion; certo è che la mostra conteneva delle provocazioni linguistiche fuori dalla comprensione di tutti e, soprattutto, fuori dall’estetica della pittura».
Hai portato l’arte dove non c’era (contesti industriali e spazi alternativi). L’Engadina rientra in questa logica di decentramento strategico? Cosa ti ha spinto a trasferire la tua galleria in una valle alpina. Una scelta affettiva, strategica o estetica?
«Nel 1967 ho trasferito l’idea della galleria-boutique in un grande ex-garage, decentrato strategicamente, dove gli artisti di volta in volta se lo gradivano potevano lavorare nella struttura in presenza del pubblico, che avrebbe potuto partecipare all’atto creativo: questa avventura è durata poco (2 anni) prima che la furia della contestazione studentesca invadesse i luoghi dell’arte considerandoli desueti (sino al danneggiamento delle opere). Era l’epoca di Lotta Continua di Adriano Sofri. Si contestavano le gallerie e l’arte in generale. Io fui vittima di un’attività di grafitaggio sui muri esterni della mia galleria a Torino, contigua alla sede nazionale di Lotta Continua; già allora, ma specialmente oggi -con il senno di poi- ritenevo tali attacchi impari, puro sciacallaggio. La società estetica non è mai fuori dalla storia, con buona pace di quei Finti rivoluzionari».
Secondo te è stata una sfida o un’opportunità?
«Entrambe e nessuna delle due. La mia attuale esperienza fuori dalle città nella Bassa Engadina è stata una scelta affettiva e estetica e non una sfida».
Come si inserisce la tua galleria con artisti internazionali nel tessuto culturale di questo luogo ameno?
«Purtroppo in questo luogo, nonostante le numerose mostre con star internazionali dell’arte, non c’è stata un’adesione da parte di un pubblico proveniente dall’Alta Engadina, da Zurigo e nemmeno dall’Austria (i cui confini sono vicinissimi). Può darsi che questo dipenda da una mia resistenza all’uso dei social e al non voler bombardare il pubblico con una pubblicità invadente».
Pensi che il “lusso della lentezza” sia un vantaggio per il modo di vivere l’arte?
«Tutta la storia dell’arte è basata sulla contrapposizione tra lentezza e velocità, come dire che i tempi della classicità contrastano con le strategie futuriste».
C’è dialogo con la comunità locale?
«Nessun dialogo».
Qual è il tuo pubblico principale?
«I miei visitatori sono amici, collezionisti e mercanti milanesi, torinesi e romani».
Come reagisce il pubblico “non specialista” (turisti e passanti) alle tue proposte?
«Come già detto in precedenza, il pubblico che frequenta la mia galleria non è engadinese».
Mi racconti di una mostra per te simbolica che hai organizzato qui in Engadina?
«Vorrei ricordare una mostra di Bruce Nauman (circa una ventina di anni fa) che è stata la prima di una serie di personali con artisti originali e indipendenti dal punto di vista linguistico».
A distanza di anni quale è secondo te il ruolo dell’Engadina (non solo St. Moritz) nella geografia dell’arte contemporanea oggi? Sta diventando un polo culturale internazionale?
«Il ruolo dell’Engadina si può migliorare ma servirebbe una forte attività istituzionale piuttosto che le decine di cani sciolti che operano tra St. Moritz, Zuoz, Schanf e Sent».
Come vivi la stagionalità locale? Segui il ritmo degli eventi turistici?
«Sono fuori ritmo dalla nascita e la stagionalità che seguo è solo la mia».
Lavori con artisti locali o continui a costruire le tue narrazioni seguendo il tuo spirito collezionistico personale e internazionale?
«Sono venuto in questa parte del mondo dopo aver conosciuto uno dei migliori artisti svizzeri, Not Vital, per seguire da vicino il suo percorso creativo. La mia attività da oltre quarant’anni è un ibrido tra collezionismo e attività di gallerista».
Qual è per te oggi l’artista che rappresenta meglio lo spirito del luogo o che porteresti qui e perché?
«L’artista che considero scultore e pittore straordinario e che conobbi personalmente nel 1961 è Alberto Giacometti, che però ahimè è morto a metà degli anni Sessanta. Nel paese in cui mi trovo a vivere oggi, ossia Sent, è ospitato un piccolo museo contenente le sue litografie, create lungo tutto l’arco della sua carriera. Consiglio un viaggio per visitarlo: Aldier Museum, il cui nome è un acronimo dei nomi Alberto e Diego, suo fratello. Essendo egli nato non molto lontano da qui, in Val Bregaglia, è la quinta essenza dello spirito del luogo».
Quali sono le difficoltà di avere una galleria qui in Engadina? Parlo di logistica, visibilità e burocrazia…
«Quando si vive e si opera in montagna tutto è più difficile e costoso, ma l’incanto del paesaggio compensa tutte queste problematiche».
Come immagini il futuro dell’arte in Engadina?
«Il futuro dell’arte in Engadina può crescere a condizione che il mercato privato venga affiancato, come detto poc’anzi, da una forte attività istituzionale: per ciò intendo la presenza di curatori non legati ai clan delle gallerie».
Hai mai commissionato progetti site-specific ispirati al paesaggio engadinese?
«Ho ospitato tre progetti: uno di Richard Long, l’altro di Wolfang Laib e il terzo di Not Vital (nella foto accanto) che sono talmente site-specific da non poter essere trasferiti altrove (detto non senza uno spirito di orgoglio personale poiché questa esperienza torna indietro nei secoli, quando l’aristocrazia e il papato commissionavano chilometri di affreschi che hanno reso l’Italia un paese unico). Questi progetti sono ospitati nell’edificio dove oggi vivo e opero: una dimora costruita nel Seicento per volere del barone Stupan, allora governatore della Valtellina che appartenne ai Grigioni fino al 1796, quando Napoleone la associò alla nascente Repubblica Cisalpina».
La galleria ha mai collaborato con Associazioni culturali o Residenze artistiche della zona?
«No».
L’Engadina può diventare una piattaforma per Residenze d’artista, in aggiunta a Festival come Nomad?
«Certamente. Ci vogliono però ulteriori investimenti. In passato ho partecipato a eventi come Nomad che, come dice la parola stessa, viaggia, però anche in altri paesi; ma non ho mai avuto la sensazione che potesse diventare un polo attrattivo per l’Engadina».
Se potessi definire l’Engadina in una sola parola o opera d’arte quale sceglieresti?
«Engadina=Bellezza e, al contrario di molte montagne e valli italiane, ha mantenuto un’architettura originale per cui vale la pena visitarla».
Julian Schnabel era un tuo artista di punta, ora Vito suo figlio ha aperto una galleria a St. Moritz. Questo ha cambiato qualcosa nei vostri rapporti?
«Niente affatto. Conosco Vito dalla nascita: è un giovane capace che ricorda l’espansività di suo padre Julian. I nostri rapporti sono scarsi ma cordialissimi».
Del Gian Enzo che comperava tutto di un artista “comperarne tanti perché uno solo ti ripaga” cosa rimane?
«Non è cambiato niente nel mondo dell’arte dal momento che l’arte è un bene dello spirito e non un bene rifugio; non è scandaloso specularci, ma l’arte richiede sincerità e, ovviamente, un’attività di ricerca continua. L’’entusiasmo delle nuove generazioni, con tutti i limiti che impone questa società dissociata e mercantilistica, è un fatto innegabile».
Il collezionismo può essere una forma di mecenatismo contemporaneo? Ti riconosci in questa idea?
«Il collezionismo è un miraggio personale che può ispirare, così come rovinare, la vita di una persona; se poi diventa una forma di mecenatismo attraverso donazioni istituzionali, rappresenta un salto di qualità. Mi auguro che le nuove generazioni non cadano nelle trappole costituite dal mostro del marketing».



