Manuel Bauer è uno dei fotogiornalisti più noti della Svizzera. Cinque anni fa ha fondato TruePicture, Quali sono state le tappe principali del suo sviluppo personale e professionale, e come hanno influenzato il suo approccio al mondo della fotografia?

«I miei genitori mi hanno consentito di avvicinarmi molto presto alla fotografia. Mia madre lavorava nell’editoria, mentre mio padre era grafico, illustratore e artista. La sua presenza creativa permeava ogni angolo della casa: durante i pasti si discuteva dei progetti in corso, si criticavano clienti privi di scrupoli e si rifletteva su quali committenze meritassero davvero di essere accettate. Per ragioni etiche, mio padre rinunciava a incarichi aziendali assai remunerativi, preferendo dedicarsi a ONG, istituzioni culturali e organizzazioni benefiche.

Questo atteggiamento ha esercitato su di me un’influenza profonda. Mi colpiva in particolare la sua libertà di lavorare come freelance, in modo autonomo e coerente con i propri principi morali. Non avendo il suo talento per il disegno, ho trovato nella fotografia il mio linguaggio espressivo. Essa mi ha offerto la possibilità di seguire un percorso personale e di elaborare uno stile autonomo, in una professione che coniuga libertà artistica e responsabilità sociale».

Guardando ai suoi inizi, quali difficoltà e decisioni hanno segnato il passaggio da giovane fotografo a professionista sicuro di sé?

«A differenza di molti miei colleghi, non sono approdato al fotogiornalismo come autodidatta. Mi sentivo troppo insicuro per stampare un biglietto da visita e proclamare: “Adesso sono un fotografo”. Avvertivo la necessità di un avvicinamento più profondo al mestiere, di una formazione solida che partisse dalle fondamenta. Il mio apprendistato presso un maestro di straordinaria dedizione e versatilità mi ha trasmesso ogni aspetto della professione: dall’ottica alla fisica, dal lavoro in studio e in camera oscura all’organizzazione meticolosa dei progetti. Ho imparato a predisporre ogni incarico affinché tutto scorresse senza intoppi, un atteggiamento che ancora oggi orienta il mio modo di lavorare.

Manuel Bauer è uno dei fotogiornalisti più noti della Svizzera. Cinque anni fa ha fondato TruePicture, Parallelamente, ho attraversato l’intero spettro tecnico e tematico della fotografia commerciale: architettura, moda, food, gioielli, automobili, utilizzando sia fotocamere 35mm sia apparecchi di medio e grande formato.

Ben presto, tuttavia, ho compreso che la fotografia commerciale, da sola, non mi sarebbe bastata. Il mio intento è sempre stato quello di impiegare la fotografia come strumento di trasformazione sociale. Desideravo raccontare storie capaci di produrre un impatto reale. È per questo che ho scelto la via del giornalismo, un percorso arduo e spesso economicamente precario, ma che mi ha permesso di affrontare temi a cui tenevo profondamente».

Parla spesso della fotografia come strumento di verità e testimonianza. Cosa significa concretamente fotografare responsabilmente oggi?

«La fotografia è uno strumento di verità e testimonianza, ed è proprio qui che risiede la sua responsabilità. Oggi il fotogiornalismo è sottoposto a enormi pressioni: i budget editoriali si riducono, le risorse confluiscono su internet e social media, e il giornalismo di qualità è sempre più sottofinanziato. Eppure, la fotografia conserva un potere straordinario. È capace di restituire la realtà con immediatezza, di suscitare emozioni profonde e di orientare l’opinione pubblica. La documentazione della Seconda guerra mondiale e, ancor più, quella della guerra del Vietnam ne sono esempi emblematici: fu soltanto quando il pubblico statunitense vide con i propri occhi le conseguenze del conflitto – il dolore delle vedove e degli orfani, le vittime su entrambi i fronti – che la percezione collettiva mutò, contribuendo a porre fine alla guerra.

Manuel Bauer è uno dei fotogiornalisti più noti della Svizzera. Cinque anni fa ha fondato TruePicture, Per me, fotografare responsabilmente significa esercitare questo potere con piena consapevolezza: raccontare i fatti in modo veritiero e rigoroso, rispettare la dignità delle persone ritratte, evitare ogni forma di sensazionalismo e accompagnare le immagini con il contesto necessario a non travisarne il significato. Significa, soprattutto, agire con empatia e integrità, con l’intento di rendere visibili le ingiustizie, mettere in luce sviluppi positivi e, quando possibile, contribuire a un mondo più equo».

Secondo lei, qual è la responsabilità del fotografo verso la realtà e l’informazione in un’epoca dominata dai social media e dalla manipolazione delle immagini?

«Nell’epoca dei social media, dei deepfake e della disinformazione digitale, la credibilità delle immagini è sottoposta a pressioni senza precedenti. Proprio qui risiede la responsabilità fondamentale del fotografo: rimanere fedele alla realtà e rispettare i principi etici della professione. Il potere della fotografia costituisce infatti un pilastro essenziale per la formazione dell’opinione pubblica e per il buon funzionamento della democrazia: se viene meno la fiducia nelle immagini, si incrina una componente decisiva del dibattito pubblico.

La perfezione tecnica della manipolazione delle immagini cresce rapidamente e i confini tra vero e falso si sfumano. Per questo, credibilità e fiducia nei fotografi sono la nostra risorsa più preziosa. Come giornalisti dobbiamo lavorare con cura, trasparenza e principi etici. Il pubblico ha bisogno di redazioni affidabili, che verifichino i fatti in modo rigoroso e su cui si possa fare pieno affidamento. Solo così il giornalismo di qualità può sopravvivere e la fotografia mantenere la sua forza come strumento di verità».

Manuel Bauer è uno dei fotogiornalisti più noti della Svizzera. Cinque anni fa ha fondato TruePicture, In che misura il suo lavoro e le sue scelte professionali riflettono un’idea di fotografia democratica che resiste alla mistificazione e alla spettacolarizzazione del mondo odierno?

«Per me, parlare di fotografia democratica significa opporsi con fermezza a ogni forma di mistificazione e di spettacolarizzazione della realtà. Questo è possibile solo adottando un approccio fondato sull’onestà intellettuale, lasciandosi guidare da autentici valori umani e operando con rigore nel rispetto dei principi etici della professione. Solo così la fotografia può assolvere alla sua funzione più alta: diventare un linguaggio realmente universale e contribuire, in modo credibile, alla vita democratica.

La riflessione personale è fondamentale: devo essere consapevole dei miei condizionamenti culturali, mettere in discussione le mie prospettive eurocentriche e non farmi guidare da pregiudizi o immagini stereotipate. Talvolta significa anche rifiutare un incarico se è manipolativo o distorce la realtà.

Allo stesso tempo, bisogna rispettare il potere che si esercita sulle persone ritratte. Un’immagine ci dà controllo, e il controllo può essere abusato. Se questa responsabilità viene presa sul serio, la fotografia può diventare un mezzo empatico, rispettoso e politico, che rende le persone visibili senza strumentalizzarle».

Manuel Bauer è uno dei fotogiornalisti più noti della Svizzera. Cinque anni fa ha fondato TruePicture, Perché ha sentito il bisogno di dedicare gran parte del suo tempo alla formazione e al dialogo con la nuova generazione di fotografi?

«La fotografia documentaria e giornalistica è uno strumento centrale per la formazione dell’opinione pubblica, non solo nelle democrazie, ma anche negli Stati autoritari. Negli ultimi decenni ho visto il fotogiornalismo sotto enorme pressione: nonostante circolino più immagini che mai, c’è sempre meno spazio per reportage approfonditi.

La nuova generazione di fotografi fatica a farsi strada in questo contesto. Hanno bisogno di supporto per realizzare progetti ambiziosi e inserirsi nel mondo del fotoreportage. Qui interviene TruePicture: ci impegniamo a guidare il medium della fotografia documentaria impegnata nel futuro e a sostenere una nuova generazione di talentuosi fotogiornalisti.

Dopo 40 anni di esperienza professionale, so quanto sia difficile lavorare in condizioni economiche complesse. Il mio network e il mio nome mi permettono di finanziare progetti, ma i giovani fotografi raramente hanno accesso a buone relazioni. Per questo voglio trasmettere loro le mie conoscenze e la mia rete, affinché possano raccontare le loro storie e sfruttare al meglio il potere della fotografia».

Manuel Bauer è uno dei fotogiornalisti più noti della Svizzera. Cinque anni fa ha fondato TruePicture, Quali iniziative, progetti o pratiche ritiene oggi più efficaci per supportare concretamente il lavoro dei giovani fotografi e aiutarli a seguire un percorso libero, etico e sostenibile?

«Questa era esattamente la questione che mi stava a cuore, ed è così che è nato TruePicture. Il nostro approccio supera i confini di un premio fotografico tradizionale: sosteniamo in modo mirato quei talenti che mostrano il potenziale per generare un impatto reale attraverso le loro storie. Un comitato di nomina individua questi giovani fotografi e li invita a presentare la propria candidatura a TruePicture.

Non premiamo solo un portfolio; supportiamo la realizzazione di reportage a lungo termine, con finanziamenti e mentorship. Oggi la fotografia richiede più della padronanza della macchina fotografica: richiede pensiero politico, giornalistico e storico, approccio strategico, sensibilità psicologica e chiara consapevolezza etica.

I fotografi lavorano spesso in condizioni estreme: privazioni, paura, insonnia e forte stress emotivo fanno parte della quotidianità. Gli attacchi mirati ai giornalisti sono in aumento drammatico. TruePicture aiuta i giovani fotogiornalisti a sviluppare strategie professionali di sopravvivenza, riflettere sulla propria posizione e raccontare storie rilevanti e incisive. Li supportiamo anche nell’avvicinarsi a culture diverse, sviluppare narrazioni efficaci e costruire reti, sostenendo solo progetti di rilevanza sociale. Così vogliamo favorire uno sviluppo sostenibile: i talenti si radicano nella professione, possono diventare modelli e portare avanti il potere della fotografia documentaria. È un contributo a democrazia e diritti umani.»

Come immagina lo sviluppo futuro della fotografia documentaria e del fotogiornalismo?

«Per me è una grande gioia e una vera sorpresa vedere che così tanti giovani continuano a scegliere la fotografia documentaria e il fotogiornalismo, nonostante i rischi e le difficili condizioni economiche. Conoscono l’importanza del loro mezzo e lo considerano un contributo a uno sviluppo positivo nel mondo.

Questa nuova generazione è altamente istruita, impegnata e tecnicamente molto preparata, merita supporto e incoraggiamento. La loro esistenza mi dà speranza: dimostra che le persone credono ancora nel valore dell’immagine e sono pronte a prendersi la responsabilità della verità. Il futuro di TruePicture consiste nel rafforzare questi talenti e dare loro le risorse necessarie affinché la fotografia possa continuare a esistere come mezzo credibile e efficace. Sono fortunato ad aver già trovato alcuni sostenitori e fondazioni che condividono i nostri valori e convinzioni».

Infine: quali rischi esistono?

«Il rischio maggiore è di natura economica: il rischio di non trovare più finanziamenti. Senza le risorse necessarie, senza mecenati e sostenitori disposti a supportare progetti a lungo termine, c’è il pericolo che il potere del fotogiornalismo si indebolisca, e con esso scompaia un mezzo capace di rendere visibili le realtà sociali e di cambiarle».

Manuel Bauer è uno dei fotogiornalisti più noti della Svizzera. Cinque anni fa ha fondato TruePicture,TruePicture

TruePicture è un programma di formazione e mentoring dedicato alla promozione di giovani talenti nel fotogiornalismo impegnato. Ogni anno, TruePicture sostiene quattro reportage fotografici a lungo termine realizzati da fotogiornalisti provenienti da Svizzera, Germania e Austria. Le decisioni sui finanziamenti vengono prese da un comitato internazionale di nomina e dalla rinomata giuria di esperti di TruePicture.

TruePicture si impegna per la democrazia e per il fotogiornalismo consapevole, rimanendo vicino agli eventi mondiali, là dove altri preferiscono distogliere lo sguardo. Il programma è aperto a nuove forme di espressione visiva e promuove la diversità, sia nella selezione dei fotogiornalisti sia nella varietà tematica dei loro lavori.