Da vicino, una griglia geometrica di pixel; tasselli rossi, verdi e blu su fondo nero. Da lontano, immagini che prendono forma negli occhi di chi guarda: l’attentato alle Torri Gemelle, icone intramontabili come Brigitte Bardot, fulmini, occhi, scene iconiche del cinema, da Truman Show a La donna che visse due volte.
Tutto questo perché Cristiano Pintaldi, artista romano classe 1970, è con la sua pittura quello che di più vicino c’è a un illusionista. Illusionista anzitutto nei confronti dello spettatore, poiché gioca con le percezioni di chi guarda creando con i soli tre colori primari un’intera palette di colori; e in ultima istanza illusionista anche nei confronti di se stesso, dal momento che non gli è possibile conoscere il risultato finale di una sua opera fino a quando quest’ultima non è terminata. Un processo che Pintaldi stesso definisce in un suo testo non erroneamente “magia della percezione”, poiché “permette di vedere e concepire due cose diametralmente opposte nello stesso momento”.
E se nella storia dell’arte punto cardine e fil rouge è sempre stata la modalità con la quale rappresentare la luce, Pintaldi aggiunge un tassello a questa ricerca, assegnando alle varie sfumature di rosso, verde e blu il compito di creare una – luminosa – visione d’insieme. Tutto questo si rende ancor più evidente quando i tre colori sopra citati si materializzano agli occhi dello spettatore come immagini in bianco e nero fatte di luci e ombre. Una decostruzione, insomma, che risponde a quel processo mentale per cui una vera comprensione di qualcosa è possibile solo se la si guarda da una certa distanza e nell’insieme.
La pittura di Cristiano Pintaldi è più che mai contemporanea, sia dal punto di vista del processo creativo, perché figlia dell’era digitale che utilizza il sistema RGB (red, green, blue) adoperato da monitor e fotocamere digitali; sia dal punto di vista dei soggetti scelti, appartenenti all’attualità e all’immaginario cinematografico dei nostri giorni.
Da dove è venuta l’idea dei pixel inizialmente?
«Inizialmente l’idea dei pixel deriva sicuramente da un’analisi di quella che era la storia dell’arte fino a quel momento: la mia generazione per certi versi era legata alla pop art e a una pittura che rappresentasse la società. Ho visualizzato come elemento concettuale il pixel perché è la particella che compone lo schermo di quella che era la televisione all’epoca, elemento simbolo di quello che poi si è trasformato nel fenomeno degli schermi, che rappresentano ormai una realtà che affianca la realtà fisica che viviamo».
Come mai la scelta di soggetti così attuali?
«La scelta dei soggetti è legata principalmente all’idea di rappresentare il momento storico che stiamo vivendo, che secondo me è un periodo di passaggio, perché credo che stia cambiando la percezione della realtà per il genere umano. L’idea che possa esistere un universo intorno a noi è una delle chiavi di lettura del mio lavoro e delle immagini che utilizzo. Ho infatti utilizzato alieni, ufo, o immagini legate alla massoneria e quindi della politica e della parte nascosta della realtà. Mentre nella realtà oggettiva questa parte è celata, nella realtà mediatica è più rappresentata in un mondo legato al cinema o alla fantasia».
In Svizzera quest’anno si festeggia il cinquantesimo anniversario del suffragio universale. Anche nelle sue opere sono spesso presenti donne: che rapporto ha con la rappresentazione delle donne?
«La rappresentazione delle donne – come degli uomini – per me è legata alla bellezza che la donna incarna nell’immaginario sia mio che collettivo: è tutto legato quindi ad un motivo estetico in un certo senso. Essendo io un uomo non lotto per l’affermazione di certi diritti femminili, anche se devo dire che la mia generazione italiana e anche la mia famiglia ha sempre visto il ruolo della donna uguale in tutto e per tutto a quello dell’uomo. Non ho mai avuto, quindi, l’esigenza di dover affermare questi diritti perché li ho sempre considerati parte della mia realtà e del mio modo di pensare. Ovviamente guardando il mondo, penso all’Afghanistan o a metà del pianeta, ci si rende conto questo problema va combattuto nel modo più totale, equiparando totalmente i diritti dei sessi: mi pare una cosa più che giusta e praticabile».