Arte in Engadina: meno neve… ma le gallerie d’arteHai una laurea a Zurigo in storia dellarte e letteratura tedesca, sei di origini svizzero-italiane, eppure per il tuo primo lavoro ti sei trasferita a Napoli…

«La città sul mare mi affascinava e dopo gli studi ho lavorato con Lia Rumma a Napoli. La sua galleria era già molto importante per le scelte e gli artisti che trattava sin dagli anni Sessanta. Con lei ho viaggiato molto, soprattutto in America e imparato il mestiere. Prima, mentre studiavo, avevo già lavorato da Elisabeth Kaufmann a Zurigo».

Nel 1992 ti sei trasferita a Milano e hai aperto la galleria nel tuo appartamento. Sei stata visionaria anche nella location, perché ai tempi la zona di Corso Como era un luogo sconnesso dal centro, mentre oggi accanto a te ci sono i nuovi grattacieli di Piazza Gae Aulenti e il Bosco Verticale…

«Mio padre mi donò un appartamento a Milano ed io lo trasformai subito in galleria darte per avviare la mia attività. In seguito, ho ampliato gli spazi, ma sono sempre rimasta allinterno di questo belledificio degli anni Trenta, molto luminoso e che si affaccia su due grandi cortili verdi. Allinizio sembrava di essere in periferia, mentre ora la zona è diventata un nuovo centro, ben frequentato e internazionale».

Qual è stata la tua prima mostra?

«La prima mostra è stata una personale del pittore svizzero Martin Disler, esponente del neo-espressionismo (1949-1996). Ho poi introdotto giovani artisti che in seguito sono diventati delle star internazionali, come tra i tedeschi, i fotografi Thomas Struth con i suoi musei e siti storici e Thomas Demand con i suoi modelli in tre dimensioni e lo scultore su legno Stephan Balkenhol. Tra i miei primi clienti ci sono stati, tra gli altri, collezionisti visionari come Panza di Biumo, Paolo Consolandi e Gemma Testa».

Monica De Cardenas in front of Alex Katz – November, 1992, oil on canvas, 82,5 x 230 cmGuardando la tua accurata selezione includi artisti di nazionalità diverse e generazioni antitetiche offrendo un dialogo tra passato e futuro. Mi pare di capire che il tuo intento è indurre il visitatore a riconsiderare le nozioni tradizionali tra pittura e rappresentazione…

«Mi piace lavorare con artisti di generazioni diverse che nel loro lavoro ci mostrano il mondo in modo nuovo, amplificando la nostra percezione. Amo la pittura, la scultura e la fotografia che si esprimono con una certa essenzialità tra figurazione e astrazione.
Nelle mie ricerche prevale una dimensione poetica, intesa come attenzione alla sensibilità, allatmosfera e alla capacità evocativa e di innovazione delle immagini. Si trova per esempio nelle ultime mostre di Claudia Losi (fino al 21 marzo) e Slawomir Elsner (terminata il 28 febbraio, entrambe a Milano)».

Alex Katz, un nome altisonante e un artista importante della tua scuderia, quando gli hai fatto la prima mostra?

«La sua prima mostra lho fatta a Milano nel 1997, quando lartista americano era poco conosciuto in Europa. Negli anni successivi la Saatchi Gallery di Londra e diversi musei europei gli dedicarono delle mostre personali e la sua fama crebbe in modo esponenziale».

Ma come è entrato nella tua scuderia ?

«Quando ancora studiavo a Zurigo, vidi un suo dipinto sulla rivista darte Parkett (1984-2017) e rimasi letteralmente folgorata. Cominciai a leggere tutto su di lui. Quasi dieci anni più tardi, dopo aver aperto la galleria di Milano, decisi di cercarlo a New York; riuscii a andare a trovarlo a Soho insieme al suo gallerista americano. Ci fu subito un rapporto di simpatia tra di noi, ma Alex Katz negli USA era già famoso ed io al tempo ero una giovane gallerista sconosciuta. Ciò nonostante, dopo un assiduo corteggiamento, riuscii a fare la sua prima mostra: venne a Milano insieme a Ada, sua moglie e musa di una vita. Da allora non abbiamo mai interrotto la nostra collaborazione. Un momento magico è stata la sua grande retrospettiva al Guggenheim Museum di New York nel 2022-2023».

Monica De Cardenas in front of Alex Katz – November, 1992, oil on canvas, 82,5 x 230 cmZuoz non è un luogo ovvio” per larte contemporanea. Tu hai aperto nel 2006 proprio qui la tua seconda galleria (Chesa Albertini, casa tipica engadinese del XIV secolo, nel centro storico). Arrivavi da Milano ove già avevi uno spazio conosciuto e avviato. Non è un white cube e le opere si adattano allo spazio in un dialogo percettivo e storico. Cosa ti ha portata qui?

«Ho da sempre un legame profondo con lEngadina, dove già da bambina trascorrevo le vacanze coi miei genitori e dove ho poi frequentato il liceo. Amo le antiche case engadinesi e quindi a un certo punto ho unito questa passione a quella per larte contemporanea. Ho acquistato una casa antica nel cuore di Zuoz, che è il paese più antico dellEngadina, e lho ristrutturata con laiuto dellarchitetto Hans-Jörg Ruch, che ha ideato un modo nuovo per far rivivere le antiche case. Col tempo ho incontrato molti altri appassionati darte e collezionisti in Engadina, che del resto è da sempre stata meta anche di artisti e scrittori, penso a Proust, Nietzsche, Segantini, Giacometti e molti altri in anni recenti».

Il paesaggio Engadinese influisce in qualche modo sul tuo sguardo curatoriale internazionale e nel rapporto con i tuoi artisti? Mi spiego meglio, i tuoi artisti dialogano più con la tradizione del moderno (Marisa Merz, Fausto Melotti, Gianni Colombo) o hai altre priorità nelle tue scelte?

«Per me la priorità, oltre alla poetica dellopera, è poter avere un dialogo aperto e continuo con gli artisti. Tieni presente che ho frequentato intensamente Marisa Merz (1926—2019) e ho organizzato una sua mostra personale nel 2012, quando era ancora in vita e quindi è potuta venire a Zuoz per linaugurazione. Essendo lunica artista donna dellArte Povera, ha avuto riconoscimenti internazionali più tardi degli altri, quindi solo in quegli anni: nel 2013 ha ricevuto il premio alla carriera della Biennale di Venezia e in seguito ha avuto mostre al Metropolitan a New York e allHammer Museum di Los Angeles. A Zuoz tra altre cose ho scelto di presentare importanti artisti italiani poco conosciuti in Svizzera, come Gianni Colombo, Fausto Melotti e per lappunto Marisa Merz, ma anche importanti artisti svizzeri come Franz Gertsch, Markus Raetz (nel 2016 il Masi gli ha dedicato una mostra monografica), Uwe Wittwer e recentemente Thomas Huber».

Zuoz o Milano, quale è stata la mostra che ti è rimasta nel cuore e per quali motivi?

«Difficile dirlo, perché amo tutti i mei artisti e le loro opere. Oltre alla pittura sempre in equilibro tra figurazione ed astrazione di Alex Katz, amo la poesia concettuale di Markus Raetz, larte cinetica di Gianni Colombo, la poetica sublime di Gianni Melotti, lartista Coreana residente in Italia Chung Eun-Mo e la sua pittura astratta reminiscente di colori e composizioni rinascimentali, lartista italiana Linda Fregni Nagler, che riflette sulla storia e sul linguaggio della fotografia (attualmente è in corso una sua mostra personale alla GAM di Torino). Ho sempre realizzato mostre personali e collettive di cui ho seguito personalmente la curatela».

Monica De Cardenas in front of Alex Katz – November, 1992, oil on canvas, 82,5 x 230 cmOggi hai ben 3 gallerie di cui 2 svizzere e un parterre internazionale. Reputo visionaria la tua idea di tenere Milano a Porta Nuova, è stato un caso?

«Ho un profondo legame affettivo con la città e Milano negli ultimi anni è diventata sempre più vivace, sempre più ricca di belle mostre ed eventi cultuali. E amo la mia galleria, non solo perché è la prima».

Cosa ne pensi di NOMAD, ritieni sia unopportunità di confronto per i tuoi collezionisti o un mero richiamo commerciale?

«Reputo NOMAD una fiera innovativa, che riesce a unire arte e design; le locations sono molto suggestive e sempre diverse. Io partecipo anche questanno. Avrà luogo a Villa Beaulieu (ex clinica Dr. Gut) in via Arona, nel cuore di St. Moritz dal 12 al 15 febbraio».

Chi sono i tuoi collezionisti, privati, istituzioni, persone del luogo o più internazionali?

«La mia clientela è internazionale, ma diciamo anche locale: svizzera, italiana e tedesca. Poi ci sono i visitatori estemporanei. La mia galleria è aperta a tutti».

Quali sono i tuoi artisti svizzeri che reputi in sintonia col territorio engadinese?

«Non faccio scelte mirate con soggetti montani o legati al territorio, presento tutti i miei artisti nelle diverse gallerie. Fondamentale è sempre la loro arte, linnovazione e la sperimentazione, e il modo migliore di presentarli. Ora a Zuoz è in corso una mostra di Thomas Huber (fino al 5 aprile) che è stato allievo di David Hockney. Lartista svizzero vive tra Berlino e lItalia; i suoi meravigliosi dipinti ad olio ritraggono vasti paesaggi in diversi luoghi e momenti di luce con uno stile sintetico e personale, ma questo è uno dei rari casi in cui a Zuoz espongo dipinti di montagne e laghi. Il MASI di Lugano gli ha dedicato una grande mostra personale nel 2022».

Il tuo spazio a Zuoz è un contro-luogo rispetto alle metropoli dellarte: le tue esibizioni rispettano la lentezza e il silenzio che contraddistingue il paese?

«Zuoz è un luogo che invita alla contemplazione: qui tutto scorre lentamente, in unatmosfera ovattata che rispetta i ritmi di chi lo abita e di chi vi soggiorna. Un rifugio per chi lascia la frenesia e il caos della città alla ricerca di pace nella natura e del tempo da dedicare anche allarte».

Rispetto a Lugano o Milano la tua curatela è condizionata diversamente?

«Diciamo che la curatela viene influenzata dagli spazi delle mie gallerie, molto diversi tra loro. Amo gli spazi connotati dalla loro storia, in cui larte contemporanea può dialogare con larchitettura e larte del passato».

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