Quando e come è nata la sua passione per la cultura e per la letteratura?

«Da piccolo. Ero un bambino molto inquieto e i miei pensarono bene di mandarmi da una anziana zia che era stata professoressa di pianoforte…fui la sua disperazione…ebbe però una idea geniale: invece di insegnarmi i solfeggi, inizio a raccontarmi le favole di Grimm, di Andersen, di Perrault. Possedeva vari libri con illustrazione fin de siècle (19esimo secolo s’intende). Ero affascinato. Poi cominciai a leggere in modo indipendente e il primo libro fu una esperienza splendida: il ritorno di Ulisse dalla guerra di Troia (un Odisseo idealizzato ovviamente); mi appassionai allora con i libri che raccontavano i miti greci, l’Iliade, i primi filosofi dell’antichità. E più tardi iniziai a divorare biblioteche intere. Feci però già da ragazzo un esperienza interessante. La letteratura ti porta alla solitudine. Quando leggi sei solo e sono pochissime le persone con le quali puoi condividere le tue letture».

Ha avuto in famiglia persone che l’hanno ispirato o incontri successsivi che hanno influenzato le sue scelte in queto settore?

«Certo i nonni…e poi mia madre proveniva da una famiglia di pastori, professori e intellettuali protestanti originari dell’Emmental e mio nonno aveva in casa molto scritti filosofici e storici come pure i tanti libri scritti da autori bernesi e svizzeri quali Rudolf von Tavel e naturalmente Jeremias Gotthelf. Da parte paterna invece c’era mia nonna profonda e acculturata, amante di Dante. Mi fece avere la Divina Commedia nell’edizione di Sonzogno con le tavole di Gustave Doré che accese ogni fantasia dell’adolescente che ero. La mia famiglia aveva poi diversi parenti che erano rimasti in Algeria (il mio trisnonno era emigrato da Casoro a Algeri già nel 1832) e i miei cugini algerini portavano in occasione delle loro vacanze libri di scrittori francesi, Daudet, Balzac, Flaubert ma anche Camus, lui stesso un “pied noir”, come si chiamavano allora gli europei nati in Algeria».

Lei è membro del Consiglio di fondazione di due fondazioni che si occupano di cultura. Quali sono le esperienze che ha accumulato negli anni come consigliere di fondazione? Quanto Il Ticino è presente nel radar delle fondazioni culturali?

«Considero un privilegio potere collaborare con le fondazioni tetto sostenute dal Credito Svizzero. Faccio parte di Accentus e di Symphasis (la terza fondazione tetto si chiama Empiris ed è concentrata più su temi scientifici). Sono decine e decine le sottofondazioni che vengono gestite con efficienza e competenza dalla squadra preposta sotto la guida di Guido Braschler e la Presidenza dell’ex- Consigliere agli Stati Felix Gutzwiller. Quale la mia personale esperienza? C’è una parola chiave: appassionante. Sai di avere una squadra seria e capace. Persone che approfondiscono ogni richiesta e che controllano ogni franco speso. Questo rende più facile prendere determinate decisioni. Riuscire a contribuire alla realizzazione di progetti culturali o sociali ti lascia ovviamente sempre una grande soddisfazione. Chiaramente c’è molto lavoro di preparazione. Ma nella vita non devi affrontare niente con leggerezza o peggio con superficialità. In Svizzera tedesca si è molto severi a riguardo. Guai a farti prendere impreparato. A maggior ragione si deve essere esigenti nel campo di fondazioni che operano nel mondo intero e dove un istituto finanziario mette il suo nome e il suo prestigio».

In Ticino sono poche le fondazioni che sostengono la cultura, come giudica questo fenomeno? Che cosa si potrebbe fare per favorire la nascita di fondazioni culturali nel nostro Cantone?

«Il Ticino sta cambiando. Non si sente (quasi) più la frase becera “con la cultura non si mangia” Vari studi a livello accademico hanno dimostrato quanto sia importante anche economicamente per una regione, per un paese la cultura. Ogni franco investito ne rende almeno tre. C’è poi un altro aspetto interessante: il Ticino si rende conto di quanto sia pagante la cultura pure in termini politici. Prendiamo il Locarno Film Festival. Questa manifestazione ha raggiunto una tale notorietà che durante l estate Locarno diventa una specie di “micro Davos” dove la politica, l’economia e la cultura si incontrano. Il clima, l ambiente, la mancanza di formalità facilitano questi incontri. Il dialogo, lo sappiamo tutti, è alla base del nostro ordinamento politico. Investire dunque in iniziative quali il Festival, gli incontri letterari o musicali o d’altro genere significa essere utili al Cantone, significa e rafforzare la Svizzera e la sua cultura politica. Sempre più persone lo hanno capito e si impegnano a sostenere chi realizza manifestazioni di alto livello che sono fari anche da un punto di vista nazionale e internazionale».

Come giudica l’intervento delle fondazioni di oltre Gottardo in Ticino? Quali sono i punti forti del loro intervento? Che cosa si potrebbe migliorare?

«Sono interventi importantissimi. Senza l’apporto delle fondazioni di oltre Gottardo non avremmo mai potuto (parlo della mia esperienza personale) realizzare, oltre al Festival del film locarnese, gli Eventi letterari al Monte Verità, che in poco tempo hanno raggiunto una notorietà internazionale.  Si pensi però anche all’Orchestra della Svizzera Italiana, alle Settimane Musicali di Ascona e alla meravigliosa realtà che è l’Università della Svizzera Italiana. Ovviamente vale sempre il principio che deve vigere assoluto rigore. Ho fatto parte per diversi anni della Federazione delle cooperative Migros della quale ero uno dei cinque amministratori delegati. Diverse iniziative culturali dipendevano dal mio dipartimento. So esattamente cosa si aspetta chi elargisce denaro. Serietà, serietà, serietà. Questo sia per il contenuto sia nella forma».

Lei è un ambasciatore della cultura di lingua italiana in Svizzera interna nel mondo filantropico. Che esperienze ha maturato in proposito?

«La Svizzera è un paese incredibile. C è molta ricchezza ma raramente viene ostentata. Questa è una virtù molto svizzera. Sono rimasto impressionato da quante persone creano fondazioni e intervengono con generosità. Tutti si aspettano o chiedono però garanzie. Quali?  Quelle della trasparenza, della qualità, della precisione e (mi sembra addirittura assurdo menzionarlo tanto deve essere evidente) della assoluta onestà».

Come mai molti dei mecenati che sostengono progetti in Ticino provengono dalla Svizzera Interna?

«Ci sono due ragioni precise. La prima è semplicemente la realtà economica. C’ è più ricchezza a nord e di conseguenza anche più disponibilità a creare fondazioni di utilità pubblica. La seconda è che c‘è molta simpatia oltre Gottardo per la Svizzera italiana e la voglia genuina di aiutare iniziative a sud delle Alpi. C’è comunque necessità di rafforzare il Ticino e le valli italofone grigionesi. Io ripeto sovente: guai a indebolire economicamente la Svizzera Italiana, ad appiattirla culturalmente, a umiliarla politicamente».

Qual è la sua visione per il Ticino delle fondazioni?

«Non è solo un discorso per il Ticino, è una preoccupazione generale. Bisogna arrivare a rendere più interessante “elargire”. Detto in parole povere: oggi in quasi tutti i Cantoni si può dedurre fiscalmente solo il 20 % del reddito. (a Neuchâtel il 10% e nel Giura addirittura solo il 5%). Perché non alzare, come negli Stati Uniti,   questo limite?  In caso di eredità poi le porzioni obbligatorie sono ancora troppo rigide. Sarebbe a mio avviso opportuno liberalizzare maggiormente il diritto successorio. Attualmente, anche sotto la spinta di Felix Gutzwiller, ci sono in questo campo sforzi concreti a livello politico. Speriamo arrivino presto a buon fine».