Professore von Schnurbein, come si descriverebbe?
«Sono uno scienziato a cui piace scambiare idee con altri professionisti».
Dove è cresciuto?
«Provengo da Regen nella Foresta Bavarese, una regione nell’est della Baviera che, come suggerisce il nome, è costituita principalmente da foreste. In Svizzera è soprattutto la regione del Giura a ricordarmi la mia casa».
Che cosa ha studiato e perché?
«Ho studiato economia a Bamberg e a Friburgo con il programma Erasmus. Poi ho continuato a studiare scienze politiche all’Università di Berna come materia secondaria. Fin da giovane sono sempre stato interessato a comprendere i contesti economici, e a Friburgo è nato il mio interesse per la gestione del non profit. Ho trovato eccitante applicare approcci e metodi di gestione aziendale al Terzo Settore, dove la missione non è la ricerca del profitto, ma l’utilità sociale».
È qui che ha capito che la filantropia avrebbe avuto un ruolo centrale nella sua vita?
«Non ho mai pianificato di diventare un professore di filantropia! Il fatto che sia successo probabilmente ha più a che fare con le circostanze della vita. Nel 2007 avevo appena finito il mio dottorato ed ero uno dei pochi ricercatori che avevano lavorato nelle fondazioni svizzere. Quell’anno, SwissFoundations lanciò un bando per istituire un centro di ricerca sulla filantropia. Mi è stato proposto di elaborare l’applicazione per l’Università di Basilea e fortunatamente abbiamo vinto. Naturalmente, l’interesse per questo settore ha anche a che fare con il mio imprinting. I miei genitori sono sempre stati molto coinvolti nel volontariato e io stesso, fin dalla giovinezza, mi sono impegnato in vari progetti nei Boy Scout, nella chiesa o in organizzazioni studentesche».
Nella sua vita ha avuto dei precisi modelli di riferimento, delle persone che l’hanno ispirata?
«I miei professori a Friburgo sono stati certamente dei modelli importanti, soprattutto Robert Purtschert ed Ernst-Bernd Blümle. Da loro ho imparato a studiare la scienza in relazione alla pratica e a rendere la ricerca comprensibile per la pratica. Oggi rimango sempre affascinato e colpito dalle storie personali dei filantropi che guidano le fondazioni».
Lei è il fondatore e direttore del CEPS Center for Philanthropy Studies all’Università di Basilea. Come è nato il CEPS?
«Come già detto, il CEPS trae origine da un’iniziativa di SwissFoundations. L’associazione voleva creare un istituto di ricerca universitario per la filantropia e le fondazioni, perché fino ad allora in Svizzera la ricerca in questi ambiti era pressoché nulla.
Il bando prevedeva cinque anni di finanziamento per il completamento della fase di start-up delle proposte progettuali. Dopo tre anni di vita del CEPS, è stata condotta una valutazione che ha portato l’Università di Basilea a istituire la mia cattedra e SwissFoundation a erogare un ulteriore finanziamento. Visto in questa luce, il CEPS è un buon esempio di come le fondazioni possono fattivamente creare qualcosa che supporti i processi di crescita del settore».
Come è strutturato oggi il CEPS e quali sono i suoi obiettivi?
«Il CEPS è un istituto interdisciplinare dell’Università di Basilea e riferisce direttamente al Rettorato. Questo significa che lavoriamo su progetti che coinvolgono anche altre facoltà e discipline di ricerca. In termini dimensionali, se le grandi facoltà universitarie sono petroliere, noi siamo un piccolo motoscafo: dobbiamo impegnarci a non essere trascurati.
Questo la dice lunga sui nostri obiettivi. Vogliamo analizzare e comprendere la filantropia da diverse angolazioni perché, per come la intendiamo noi, la filantropia include qualsiasi azione volontaria privata con uno scopo caritatevole. Riguarda le donazioni, il volontariato, ma anche altre forme di impegno. La filantropia non è un privilegio dei ricchi: tutti gli individui possono avere una biografia filantropica».
Di recente ha pubblicato il “Rapporto sulle fondazioni svizzere 2021”: quali sono i risultati più importanti?
«Lo sviluppo del settore delle fondazioni in Svizzera è caratterizzato da due tendenze opposte: da un lato, ogni anno viene creato un numero molto grande di fondazioni; dall’altro, il numero di liquidazioni è in aumento. Questo significa che il sistema delle fondazioni si muove dinamicamente e allo stesso tempo si consolida. Un’altra constatazione riguarda invece gli sviluppi giuridici: in Svizzera, purtroppo, l’universo politico ha una comprensione molto obsoleta delle fondazioni e ha perso l’opportunità di porre le basi per uno sviluppo del sistema delle fondazioni orientato al futuro (cfr. la rinuncia a 6 degli 8 punti proposti dalla 14.470 IV.PA. Werner Luginbühl. Fondazioni. Rafforzare l’attrattiva della Svizzera. (CAG) Consultazione). Qualcosa deve cambiare in questo paese nei prossimi anni. La Germania, per esempio, ha appena aggiornato la sua legge sulle fondazioni».
A quali progetti state lavorando attualmente a Basilea e che cosa avete in mente per il futuro?
«Attualmente stiamo lavorando a diversi progetti sulla digitalizzazione dei dati relativi alle NPO (Non Profit Organisations) e alle fondazioni. In particolare, quest’anno lanceremo l’NPO DataLab, che ha lo scopo di fornire un accesso semplificato a fatti e cifre sulle NPO. Stiamo iniziando in piccolo e puntiamo a integrare ancora più dati nei prossimi anni. Stiamo anche esaminando questioni come la governance e la responsabilità delle NPO, dato che le aspettative della società in materia di trasparenza, responsabilità e impatto sono in costante aumento. Inoltre, stiamo studiando la possibilità per le fondazioni di fare investimenti sociali con l’impiego del capitale della fondazione. Più recentemente, stiamo lavorando a un progetto di ricerca sul volontariato durante la pandemia di COVID. Negli ultimi mesi si è registrata una grande volontà di aiutare le persone più in difficoltà: ci chiediamo se ciò è stato dovuto esclusivamente dalle circostanze o se, invece, ci sono persone che continuano a fare volontariato anche in uno scenario post-pandemico».