Lei è Direttore della Fondazione Vanoni, qual è il suo scopo statutario?

«Lo scopo della Fondazione Vanoni, che esiste in Ticino da oltre 150 anni, è sempre stato quello di sostenere e garantire un aiuto all’infanzia disagiata nel Cantone e in particolare nel territorio del Luganese. Oggi questo concetto si è evoluto in linea con i tempi moderni, e quindi non si offre aiuto solo direttamente all’infanzia, ma anche alle famiglie che ruotano attorno a un bambino in condizione di disagio. Coerentemente con questa evoluzione, dall’originario orfanotrofio femminile fondato nell’Ottocento, si è arrivati col tempo a creare tante nuove strutture: un Centro educativo per minorenni che provengono da situazioni familiari problematiche, tre unità scolastiche differenziate per bambini di scuola elementare con importanti disturbi del comportamento, e infine un servizio operativo sull’intero territorio ticinese, che si occupa di entrare nelle case per un servizio di sostegno e accompagnamento educativo, nei casi in cui non si renda necessario il collocamento del minore in un istituto».

 

Quali sono i tratti salienti della storia della Fondazione?

«Tutto nasce nella Lugano dell’Ottocento con la signora Antonia Vanoni, nata nel 1804, ultimogenita di una famiglia di importanti commercianti luganesi. Antonia fu dapprima attratta dalla vita monastica: nel 1827 entrò nel monastero di San Giuseppe a Lugano, ma a causa di problemi di salute fu costretta a uscirne un anno dopo. Poi di lei non si sa più nulla per una quarantina d’anni, fino al 1869, quando sono attestate le prime accoglienze da parte sua di bambine orfane o provenienti da famiglie difficili, nella sua casa in via Nassa.

Due anni dopo, nel 1871, Antonia Vanoni inaugurò un orfanotrofio femminile in un suo sedime in via Simen 11, che è ancora oggi sede della Fondazione Vanoni. Questa struttura era gestita da suore, della congregazione Santa Croce di Meinzingen e la prima bambina orfana segnata sui registri, tale Maddalena, nata nel 1858, venne accolta il 7 dicembre 1871. Con lei quel giorno arrivarono altre quattro bimbe, Erminia, Rachele, Barberina e Martina, tutte fra i 7 e i 13 anni.

In seguito nel 1888, due anni prima di morire, la signora Vanoni creò ufficialmente la Fondazione che porta il suo nome, e che da allora è sempre rimasta attiva, prima sul territorio luganese, poi in tutto il Ticino, nel rispetto delle linee pastorali della Diocesi di Lugano.

Nel 1980 si è iniziato ad accogliere anche bambini maschi, mentre dal 1992 la direzione dell’Istituto è diventata laica, nel contesto di una fase di transizione dove gli operatori sociali laici si sono sempre più sostituiti alle ultime suore rimaste. Nel frattempo la Fondazione Vanoni ha anche allargato il suo raggio d’azione a tutta un’ampia casistica di disagi infantili e familiari. Oggi i minori seguiti ogni anno sono quasi 500, provenienti da tutti i ceti sociali del Cantone».

 

A quali progetti avete dato avvio negli ultimi anni?

«Nel 2000, insieme ad altre due fondazioni ticinesi, abbiamo creato il Servizio territoriale di sostegno e accompagnamento educativo SAE, che dal 2011 è gestito esclusivamente dalla Fondazione Vanoni. Nel 2012 è stato avviato un Servizio di consulenza familiare interno al CEM-Centro educativo per minorenni, con l’obiettivo di riattivare i legami tra i genitori e i bambini ospiti dell’istituto: questo servizio è stato poi preso a modello anche da altre istituzioni locali. Nel 2013 è stato attivato un appartamento collegato al CEM per dare continuità al percorso di crescita, una volta che i ragazzi ospiti abbiano raggiunto la maggiore età e desiderino andare verso una propria autonomia. Di recente, col SAE, è stato creato un gruppo multi-familiare, che ha come obiettivo fare interagire le famiglie con bambini in difficoltà, ma in questo caso non ospiti dell’istituto. Infine, dall’inizio di quest’anno abbiamo attivato il progetto di un appartamento interno all’istituto, che permette ai minorenni ospiti di passare del tempo insieme ai loro genitori, in maniera strutturata e con la presenza di una consulente familiare». 

 

Qual è la strategia della Fondazione per i prossimi anni?

«Dopo oltre 150 anni di esistenza, la strategia principale è quella di dare continuità ai valori impressi alla Fondazione dalla sua ideatrice: in primo luogo l’accoglienza per l’infanzia disagiata, il rispetto, la solidarietà. Valori di ispirazione cristiana, che oggi vengono reinterpretati e attualizzati in base alle esigenze del mondo moderno e alla carta dei diritti del fanciullo, ma restando fedeli ai princìpi originari. Cerchiamo di essere una Fondazione dinamica e attenta ai nuovi bisogni della società, in modo da adeguarvi le prestazioni che vengono offerte dai nostri operatori.

Da questo punto di vista è anche importante garantire una particolare attenzione allo sviluppo dei nostri dipendenti, in modo che la loro motivazione resti alta e possa portare a garantire l’elevata qualità della nostra offerta. Dal punto di vista pratico, all’orizzonte c’è poi il grande progetto per la costruzione di un nuovo istituto sul sedime di via Simen: attualmente l’istituto è in trasferta in una sede provvisoria in via Brentani, sempre a Lugano. Si procederà nei prossimi anni a demolire il vecchio edificio e poi a edificarne uno nuovo, processo in cui attualmente è impegnato in prima linea il Consiglio di fondazione».

 

Quali collaborazioni avete al momento in atto con istituzioni in Ticino?

«Innanzitutto c’è un’ottima collaborazione con lo Stato, che riconosce tutte le prestazioni che eroghiamo per l’infanzia in difficoltà nel Cantone; per il Centro educativo per minorenni abbiamo anche il riconoscimento federale, nella fattispecie da parte dell’Ufficio federale di Giustizia, con il quale collaboriamo regolarmente. Io, in qualità di coordinatore della conferenza dei direttori dei Centri educativi ticinesi, partecipo attivamente a vari gremi di aiuto sociale per minorenni, sia a livello cantonale sia a livello svizzero: in questi ambiti si condividono e si scambiano esperienze e strategie, con lo scopo di migliorare ulteriormente le reciproche offerte di servizi alla società».

 

Che cosa deve fare una Fondazione come la vostra per continuare ad essere innovativa e quali sono gli errori da evitare?

«Abbiamo da sempre la consapevolezza che la gestione finanziaria non può dipendere solo dallo Stato: il privato deve fare la sua parte, anche nell’ambito sociale. La Fondazione Vanoni, quando crede in un progetto, lo sostiene anche dal punto di vista finanziario, e proprio in questi anni stiamo intensificando la ricerca di ulteriori partner che, grazie alla loro sensibilità, possano dare seguito a qualcuna delle nostre iniziative sempre finalizzate all’aiuto dell’infanzia vulnerabile.

Per quanto riguarda gli errori da evitare, dobbiamo fare molta attenzione a non accodarci acriticamente alle mode passeggere e mantenere invece un solido legame con la tradizione della Fondazione e i suoi valori, consolidandoli ogni giorno; tutto questo per permettere uno sviluppo il più sano possibile dei giovani che ospitiamo e, si spera, anche per alleviare le sofferenze che stanno dietro a tante difficili condizioni familiari».