La storia occidentale è ricca di grandi e potenti famiglie che hanno portato avanti una considerevole tradizione filantropica, vedendola non solo come un’opportunità per fare del bene e restituire alla società parte della propria fortuna, ma anche come una potente risorsa per rafforzare i propri legami familiari, per trasmettere valori di responsabilità sociale alle nuove generazioni, per perpetuare il prestigio del proprio nome nel tempo.
A quando risale il fenomeno della filantropia di famiglia?
«Se consideriamo il mecenatismo come una forma di filantropia a favore delle arti e della cultura e come leva di crescita collettiva, allora il fenomeno risale all’Italia delle corti rinascimentali: pensiamo alla strabiliante raccolta d’arte dei Gonzaga a Mantova, i capolavori commissionati dagli Este a Ferrara, oltre naturalmente all’operato dei Medici a Firenze. Urbino divenne famosa in tutta Europa per opera dei Duchi di Montefeltro e dei Della Rovere; a Genova i principali mecenati furono i Doria, a Torino i Savoia, a Napoli la famiglia reale degli Aragona, a Milano gli Sforza e poi i Trivulzio, a Roma i banchieri come il senese Agostino Chigi, i papi come Giulio II e i principi come i Colonna. Passeggiando in qualsiasi città italiana non faremo fatica a imbatterci nei nomi delle famiglie protagoniste della storia di quel luogo: l’immenso patrimonio culturale italiano è costellato di ville, castelli, parchi, giardini, collezioni d’arte, biblioteche e archivi che sono stati creati da capostipiti di grandi famiglie e mantenuti nel tempo grazie ai loro discendenti».
Come si è formata la filantropia familiare in Svizzera?
«Anche la tradizione filantropica familiare svizzera risale al XIV secolo e da allora moltissime famiglie facoltose hanno continuato a impegnarsi nella creazione e nel sostegno di istituzioni culturali e per il benessere sociale come musei, ospedali e teatri, che lo Stato sovvenziona solo sussidiariamente. Per citare un esempio, nel 1862 le tre sorelle Anna Elisabeth Burckhardt-Vischer, Charlotte His-Vischer e Juliana Birmann-Vischer inaugurarono la Fondazione Kinderspital, il pionieristico ospedale pediatrico di Basilea, e, dopo la loro morte, lasciarono alla fondazione tutti i loro beni».
Quali sono le grandi famiglie filantropiche in Svizzera?
«Famiglie come i Reinhardt a Winterthur, i Bührle a Zurigo, gli Oeri, gli Hoffmann e i Sarasin a Basilea, i Mantegazza a Lugano, sono filantrope da generazioni: tutte sono state in grado di trasmettere un forte valore di responsabilità sociale nel tempo. Il loro impegno a favore della società ha prodotto risultati tangibili nella conservazione e valorizzazione dei beni culturali, nello sviluppo dell’istruzione e nel sostegno alla salute, offrendo uno strumento integrativo, se non addirittura sostitutivo, ai finanziamenti pubblici. È importante sottolineare che, nonostante la filantropia possa esercitare una potente forza unificatrice tra i membri di una famiglia, il piacere e i significati che scaturiscono dal donare originano sempre dalle motivazioni e dai valori propri di un individuo. Quindi, il successo nella filantropia di famiglia non si misura unicamente rispetto al raggiungimento di una data missione, o nell’impatto economico degli investimenti, ma soprattutto dall’impegno che i singoli membri della famiglia investono nei progetti filantropici e dalla soddisfazione che ricevono impegnandosi tutti insieme. Pensiamo, ad esempio, all’opera della famiglia Bertarelli. Attraverso la Fondazione Bertarelli operano tutti i rami della famiglia in tre contesti contemporaneamente: in Svizzera si concentrano gli investimenti a favore della ricerca medico-scientifica in stretto contatto con le università, in Italia si persegue una vocazione artistica e culturale, in particolare con l’Amiata Piano Festival, in Inghilterra l’impegno è rivolto all’ambiente e alla natura».
Quali sono i passi fondamentali per un corretto coinvolgimento dei figli nell’attività filantropica di famiglia?
«Educare alla filantropia significa condividere con i figli la passione per un tema di utilità sociale e, soprattutto, renderli consapevoli dei progetti fin dall’infanzia creando per loro una connessione con i beneficati. È utile prepararli alla gestione del capitale filantropico, che non è solo finanziario, ma anche relazionale e intellettuale, attraverso un processo educativo graduale che comprenda anche la consulenza di specialisti. L’organizzazione non profit Rockefeller Philanthropy Advisors negli Stati Uniti e associazioni dedicate alla filantropia istituzionale come Assifero in Italia, SwissFoundations e ProFonds-Associazione mantello delle fondazioni svizzere di pubblica utilità oltre a specialisti specificatamente dedicati a questa tematica, possono costituire un utile punto di riferimento».
Come si inseriscono in questo quadro le fondazioni benefiche di famiglia?
«In generale le fondazioni filantropiche familiari uniscono i tratti tipici della famiglia, intesa come comunità di valori e relazioni forti, alle capacità professionali e imprenditoriali del management familiare, ma non sempre la famiglia e le realtà filantropiche da essa generate sono capaci di evolvere simbioticamente. La virtuosità del processo dipende dalle visioni e dalle competenze messe in gioco dai diversi componenti. La creazione di una fondazione risponde al desiderio di persistere nel tempo, oltre la vita fisica: di lasciare un segno tangibile al di là della dimensione spazio-temporale della famiglia. Le fondazioni di pubblica utilità familiari rendono possibile l’idea di perpetuare il nome e la propria storia nel tempo, consentendo alla famiglia di amplificare il patrimonio accumulato, creando un ponte tra le potenzialità economiche attuali e delle future generazioni. Queste fondazioni sono caratterizzate da un’indipendenza e un’autonomia finanziaria che le rende molto agili nella sperimentazione di nuovi approcci di gestione dei progetti e, soprattutto, presentano una straordinaria attenzione ai legami locali, “personali”, storici, con l’area nella quale nascono. Il legame con il territorio è un asset particolare della filantropia di famiglia, che sa rispondere in maniera chiara alle sollecitazioni sociali ed economiche che provengono dalla sua comunità di riferimento».
Quali sono gli aspetti più rilevanti nella successione dell’attività filantropica di famiglia?
«La transizione generazionale è spesso un momento critico. Non sempre è agevole per il fondatore o la fondatrice individuare i continuatori della realtà filantropica con tranquillità. Le difficoltà sono a volte di carattere oggettivo, a volte di carattere morale. Spesso viene sottostimato un problema: la volontà di preservare la tradizione filantropica della famiglia e la capacità di conservare e accrescere il patrimonio e destinato alle attività di mecenatismo. A seconda dell’attitudine della famiglia a conservare la tradizione familiare dopo il passaggio generazionale, le attività filantropiche rimangono sotto il controllo della famiglia sia nella governance che negli aspetti esecutivi. In assenza di discendenti o nel caso in cui nessuno di essi abbia capacità o interessi filantropici, il fondatore può decidere di coinvolgere gradualmente terzi, in modo più o meno significativo a seconda delle necessità e della sua volontà. Gli accordi di famiglia per le attività filantropiche rappresentano un primo passo per gestire in modo semplice e strutturato il passaggio generazionale: non mancano nella storia liti celebri, come il caso dei nipoti francesi di Peggy Guggenheim che lottarono a lungo per riappropriarsi dei quadri della nonna anche se, come sappiamo, la vicenda si è risolta a favore del museo. In ogni caso, la filantropia di famiglia rappresenta un mezzo molto efficace per diffondere la cultura della generosità, un valore che se viene tramandato nei secoli diviene parte integrante del DNA delle nuove generazioni, che per questo possono raggiungere risultati straordinari a favore della società civile, impensabili se operati singolarmente. È dunque fondamentale in questo particolare momento storico, che si innesti questa continuità temporale e che si colga l’opportunità di trasmettere ricchezza accompagnandola sempre con una trasmissione di valori forti e con l’intenzione di innescare reti virtuose, generando ricadute positive per il benessere collettivo».