Può fornirci uno scenario di quanto è avvenuto in questi ultimi mesi?

«Non c’è dubbio che la crisi abbia avuto un profondo impatto a diversi livelli: economico e psicologico. Per mesi siamo stati confrontati con notizie che hanno causato paura e incertezza e, al momento, non vediamo ancora una conclusione definitiva. Tutto ciò ha influenzato e continua a influenzare pesantemente il comportamento degli artisti e di chi fruisce di arte e cultura. “Gli stessi operatori culturali sono, per definizione, confrontati con una solitudine lavorativa che diventa tanto più difficile quando non c’è la possibilità di presentare al mondo i frutti di un impegno creativo”. Come giustamente fa notare Massimo Vicari, docente di musicologia al Conservatorio di Lugano, non si tratta solo di una questione di reddito, ma anche di identità. Abbiamo un mondo artistico che non riesce a esprimere adeguatamente la propria identità, e un pubblico che non è ancora pronto a godere della cultura. La crisi ha mostrato quanto sia diventata fragile la base economica del settore culturale: fondamentalmente, è in gioco la pluralità della creazione artistica. Dobbiamo affrontare questa sfida e ripensare a fondo i modelli di finanziamento culturale esistenti, trovare nuove vie che aiutino la cultura in Svizzera a lungo termine. Questo è un compito delle istituzioni pubbliche, del settore privato e della società civile nel suo insieme».

L’elasticità della filantropia e la resilienza delle fondazioni (spesso più agili delle istituzioni pubbliche e del mercato), hanno permesso di dare risposte immediate alle molte fasce di popolazione in difficoltà sia nei singoli territori sia a livello globale. Che cosa ci ha insegnato questa crisi?

«L’operato delle fondazioni durante la crisi è stato ammirevole. Fra i tanti esempi mi vengono in mente i voli organizzati da Fondazione CRT che hanno permesso gli arrivi di centinaia di respiratori e mascherine all’inizio della crisi in Italia. Miracolosa è stata anche la capacità di molte fondazioni erogative a rivisitare la loro vocazione e trasformarsi in fondazioni operative al servizio dei territori in emergenza. Penso che le fondazioni escano da questo scenario con tante esperienze e molti learnings: hanno compreso di aver bisogno di un maggior grado di flessibilità e velocità per rispondere ai continui cambiamenti e alle sfide nelle loro aree programmatiche. La nuova situazione richiede più trasparenza su ciò che viene finanziato, processi più veloci, tempi di decisione più brevi, drastica semplificazione del processo di richiesta di contributo per i richiedenti. Ma la cosa più importante è che, ora come ora, ai molti scettici della filantropia, che sulle pagine dei giornali ridiscutono la sua utilità pratica con toni polemici e affermazioni perentorie (spesso suffragate da cifre decontestualizzate e usate pro domo loro) è stato dimostrato in modo lampante che la filantropia è un settore chiave per il benessere e la resilienza di una società civile».

Se guardiamo al corpo sociale come a un ecosistema, sembra che le fondazioni rappresentino quell’elemento vitale in grado di inglobare e promuovere valori gentili, inclusivi e sostenibili. È possibile identificare la “personalità” di una fondazione?

«Certo. Per personalità di una fondazione si intende l’insieme delle caratteristiche, comportamentali e visive, che definiscono gli asset distintivi che fanno di quella fondazione una realtà unica e inconfondibile. Come nel caso delle personalità umane, è la ricchezza di dettagli che fa la differenza. Individuare e comunicare la personalità di una fondazione è un processo delicato: si tratta di definire quale sia il nucleo portante di valori della fondazione, lo stile di comunicazione, il tipo di dialogo che si intende costruire con la società civile e con i richiedenti. Elementi che vanno dai dettagli visivi ai progetti fattuali, passando per i caratteri tipografici, le immagini, la narrazione, la trasparenza. Ed è così che a seconda delle capacità visionarie di chi la guida, una fondazione può sbocciare come un bocciolo di rosa oppure inaridirsi e diventare una macchina burocratica per distribuire denaro più o meno strategicamente».

Come si lega la personalità della fondazione a quella del suo fondatore e ai suoi membri direttivi?

«Fra la personalità del fondatore e la personalità della fondazione c’è un legame indissolubile. Il fondatore compie un gesto creativo per eccellenza e costruisce la fondazione a sua immagine e somiglianza. Questo processo è legato anche a elementi di contesto, come l’esercizio delle libertà individuali e il sistema giuridico di riferimento. All’atto dell’istituzione della fondazione, il fondatore valuterà quale paese può massimizzare le sue attese e potenzialità. Per esempio, può essere preferito un paese che permetta al fondatore di adattare e modificare lo scopo statutario dopo aver sperimentato per qualche anno esperienze diverse. In Svizzera, personalità straordinarie come Ernst Göhner o Andreas Reinhart, hanno lasciato un’impronta indelebile in questo senso. Se pensiamo ad altri organismi benefici, come il Percento Culturale della Migros, ci viene in mente quella personalità formidabile che fu Gottlieb Duttweiler il cui spirito filantropico vive ancora oggi, portando il bene nella vita di migliaia di persone. La sfida per il Consiglio di fondazione è innanzitutto quella di un gesto di umiltà, vale a dire di non sovrapporsi al fondatore ma di rivitalizzare continuamente e attualizzare l’attività della fondazione».

Di quali valori e bisogni si alimenta una fondazione?

«L’anima di una fondazione si esprime attraverso la sua cultura organizzativa, cioè quell’insieme di valori e orientamenti comuni in cui tutte le persone che collaborano all’attività della fondazione si riconoscono. Potremmo dire che si tratti della visione trasmessa dal fondatore all’atto dell’istituzione della fondazione, condivisa con le persone che operano nella fondazione e trasmessa all’esterno. Spesso, tuttavia, questa cultura organizzativa si costruisce nel tempo e si esteriorizza in ambiti come lo stile manageriale, le decisioni strategiche e quelle più operative. Una fondazione, poi, si alimenta dei bisogni della società civile e dei soggetti richiedenti. In base ai cambiamenti, alle disuguaglianze, alle sfide di natura sociale, si attiva con tempi e ritmi che vengono definiti dal suo management.
Durante la pandemia abbiamo potuto assistere a come questi tempi e questi ritmi, che sembravano inesorabilmente fissati, addirittura marmorei nella loro consistenza, si siano polverizzati di fronte alle esigenze delle persone in difficoltà e nell’emergenza.
Questo è un termometro potente di quanto sia necessaria anche una porzione di autoironia, di giusto distacco dall’operato della propria fondazione, per rendersi conto della fragilità di tanti processi ed essere pronti a reagire con flessibilità a tutti gli impulsi esterni».

E se parlassimo di sogni?

«Il sogno originario è quello del fondatore, o della fondatrice, e la sua personalità rimane sempre la principale fonte di ispirazione per la vitalità di una fondazione.
Nel corso del tempo, però, anche altre figure possono incidere e determinare cambiamenti, come direttori generali e/o membri di consiglio di fondazione che con il loro carisma riescono ad attualizzare e rendere sempre il vivo il sogno di un fondatore moltiplicando e differenziando l’impatto di una fondazione sul territorio, rivitalizzandola e rendendola competitiva.
A suo tempo Pier Mario Vello, Segretario Generale di Fondazione Cariplo, portò una visione innovativa in fondazione non solo modernizzandone tutti i processi, applicando metodi manageriali, ma rivisitando la cultura interna fondata su valori quali la semplicità, ampliando a tutti i livelli delle gerarchie i processi di creazione dei nuovi progetti, la generosità nelle relazioni interpersonali e infine la gentilezza che ha permeato e contraddistinto ogni suo comportamento. Leggendo il libro Biologia della gentilezza (2020) di Immaculata De Vivo, docente di Medicina alla Harvard Medical School, e Daniel Lumera, che ha dato vita in Italia a un “Movimento per la gentilezza” coinvolgendo oltre 200mila persone, ritrovo molti dei principi che Vello, da precursore, aveva già adottato in Cariplo».

Le persone sono vicine alle fondazioni?

«Direi di no. Oggi le fondazioni erogative non sono ancora percepibili dalle persone comuni: appaiono come organismi lontani e astratti. Questo è dovuto al fatto che il settore è ancora poco trasparente. Basti pensare che in Svizzera solo una quota ridotta di fondazioni ha un sito internet e anche quando esiste, molte informazioni continuano a rimanere tacite. Le fondazioni che comunicano in modo trasparente informazioni precise sulle loro erogazioni si contano sulla punta delle dita. Questo costringe i soggetti richiedenti a un lavoro immenso, del tutto eccessivo se pensiamo che le fondazioni esistono proprio per erogare contributi».

E le fondazioni hanno bisogno delle persone?

«Le fondazioni di pubblica utilità hanno senso solo se sono al servizio delle persone. In Svizzera esistono due ragioni sostanziali per estinguere una fondazione erogativa: se questa esaurisce il suo patrimonio, oppure se risolve definitivamente il suo scopo, cioè se non ci sono più soggetti richiedenti nel suo ambito di intervento. È proprio la natura di utilità sociale a spingere gli stati a garantire situazioni legislative e fiscali favorevoli per le fondazioni. Per questo è bene che queste ultime di tanto in tanto facciano esercizio di autocritica e aumentino lo sforzo di avvicinarsi alle persone aprendo i loro uffici a chi ne ha bisogno, riducendo le distanze e chiedendosi sempre “siamo davvero al servizio della società e lo facciamo in modo adeguato ai tempi e alle circostanze”?».

Per supportare lo sviluppo delle relazioni tra le fondazioni e le persone, come si può costruire un clima favorevole alla filantropia?

«In una società regolata dall’agire economico e dalle dinamiche di interazione sociale, è importante che tutti si impegnino a promuovere azioni e programmi che rispondano alla logica del dono. Questo vale per gli individui e le organizzazioni, ma soprattutto per quei soggetti del Terzo Settore che lo prevedono come scopo istitutivo, come le fondazioni erogative.
Un clima favorevole alla filantropia si costruisce con la cooperazione, la comunicazione e la condivisione di un disegno strategico. Quando le fondazioni si allineano ai bisogni del loro territorio, espresse dalle amministrazioni pubbliche, dalla cittadinanza, dalle imprese, dalle organizzazioni non profit, allora possono supportare la società civile anche nei processi di capacity building, di networking e di creazione di impatto sociale positivo. Solo in questo modo la generosità può essere una potente scintilla di cambiamento e radicarsi in una comunità continuando a crescere con ramificazioni capaci di portare nutrimento e prosperità alle persone e alle generazioni future».