Kay Horsch, originariamente ricercatore nell’ambito del cancro e dell’osteoporosi, ha deciso 15 anni fa di dedicarsi alla medicina rigenerativa e alla filantropa. Una decisione che si basava sul suo credo nel networking e nelle partnership strategiche come parte integrante dei processi di innovazione. Il suo motto infatti è “Innovation happens where people think different”.
Lei è il direttore della ON Foundation, che si occupa di medicina rigenerativa. Di che cosa si tratta?
«La medicina rigenerativa è un’area sempre più importante della medicina che mira a ripristinare i tessuti e gli organi danneggiati stimolando e sostenendo i meccanismi di riparazione del corpo. I tessuti o gli organi che in precedenza erano ritenuti irreparabili possono così guarire in modo funzionale e, se possibile, essere riportati al loro stato originale. Nel campo dell’ortopedia, per esempio, la cartilagine articolare danneggiata o i dischi intervertebrali vengono ricostruiti invece di sostituire l’articolazione con una protesi di titanio o irrigidire la colonna vertebrale. In questo possiamo parlare di “ortogenesi”. “ON” nel nostro nome sta appunto per Orthoregeneration Network».
Quali sono le principali tappe nella storia della fondazione e qual è il suo scopo?
«ON Foundation è una fondazione molto giovane, è stata infatti istituita nel 2019. Una pietra miliare nel dare vita a questa fondazione è stato, oltre alla visione del nostro filantropo, il fatto che alcuni prestigiosi luminari e pionieri del settore, si siano messi a disposizione con entusiasmo per fare parte del Consiglio di fondazione. Un grande riconoscimento del lavoro che abbiamo fatto finora è l’aver stabilito delle partnership strategiche con alcune delle più importanti società professionali in Europa e negli Stati Uniti: la nostra rete comprende già 2000 esperti in medicina e ricerca. Sulla base di questa rete in continua crescita, la nostra missione è quella di far progredire il campo dell’ortopedia rigenerativa. Vogliamo promuovere l’innovazione e, con l’aiuto dei medici, fornire ai pazienti nuove soluzioni rigenerative che migliorino permanentemente la loro qualità di vita».
Qual è la vostra strategia di cooperazione con altre fondazioni, e quella nei confronti dei mecenati?
«Nei tre anni dalla nostra istituzione, abbiamo costruito una rete di esperti nel campo dell’ortopedia rigenerativa e stabilito processi per promuovere la ricerca e consentire la formazione continua dei medici. Il nostro è un campo altamente dinamico, il numero di questioni aperte e di studi importanti supera le nostre risorse sia in termini economici che di capitale umano. Ma non si tratta solo di questo, siamo convinti che la collaborazione con altre fondazioni e mecenati, che credono anche nella rigenerazione e vogliono fare la differenza a beneficio del paziente, sia un’opportunità significativia. In un dialogo continuo e costruttivo con loro, non solo nascono processi di apprendimento reciproco, ma possiamo selezionare i progetti ideali e utilizzare i fondi in modo molto mirato (ad esempio la rigenerazione dei nervi dopo le lesioni spinali, la formazione continua dei medici dei paesi emergenti, ecc.)».
In quali aree è attiva la fondazione?
«Attualmente, siamo impegnati principalmente nell’area del finanziamento della ricerca e nello sviluppo di format di post-formazione innovativi e performanti che mettiamo a disposizione in formato digitale. Con le nostre borse di ricerca, sosteniamo principalmente progetti pilota di piccole e medie dimensioni che testano approcci terapeutici innovativi. In futuro, vogliamo aiutare i migliori approcci terapeutici a compiere una svolta. Non appena la pandemia lo permetterà di nuovo, siamo decisi a sostenere anche giovani medici e scienziati, in numero sempre maggiore, con borse di studio».
Perché, anche nel vostro settore, le fondazioni dovrebbero fare rete e quali sono i vantaggi per la società civile?
«L’innovazione in campo medico ha bisogno di una rete di esperti da un lato, e dall’altro di fondi sufficienti per permettere la ricerca. Con il calo degli investimenti da parte delle industrie farmaceutiche e delle istituzioni governative, le fondazioni stanno diventando sempre più importanti in questo settore. Il massimo impatto per la società civile può essere raggiunto quando fondazioni finanziariamente forti cooperano con fondazioni che hanno la massima competenza e le strutture necessarie negli ambiti che devono essere sostenuti».
Secondo lei, quali sono i temi più importanti che saranno al centro del dibattito sulla fondazione nel 2021?
«La pandemia ha dato vita ad una serie di profonde trasformazioni e questi processi continueranno per tutto il 2021. I cambiamenti in corso saranno dirompenti anche per molte fondazioni. Molte delle inizative che le fondazioni avevano deciso di sostenere non potranno essere realizzate quest’anno, pensiamo solo agli eventi culturali o, nel nostro ambito, ad alcune tipologie di seminari di formazione continua, borse di studio nella pratica clinica, ecc. Allo stesso tempo, c’è un bisogno accresciuto di fondi da parte delle fondazioni. Per tutte quelle organizzazioni del settore non profit che riescono ad essere agili e adattare i programmi, questa è un’opportunità. L’esplosione della digitalizzazione avrà anche un impatto positivo e può aumentare l’impatto delle nostre attività e ridurre i costi».