Cinquantenne, giurassiana, Stéphanie Lachat vanta esperienze in funzioni dirigenziali sia nelle amministrazioni pubbliche che nel settore privato. Un compito affrontato con entusiasmo ed energia, che si confronta ogni giorno con una realtà sempre più complessa, a una società sempre più stressata, competitiva e violenta.
La Svizzera non è immune dai femminicidi e dalla violenza domestica, fenomeno che anzi sembra in aumento. Cosa sta facendo l’Ufficio per contrastarlo?
«I dati sono effettivamente in aumento. In ogni caso ogni singolo caso è chiaramente un caso di troppo. La lotta contro la violenza domestica, sessuale e di genere rappresenta oggi una delle priorità dell’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo. Dal 2025 abbiamo definito, insieme ai Cantoni e ai Comuni e in collaborazione con le organizzazioni non governative (case di accoglienza, particolare attenzione nelle fasi di separazione e analisi sistematica dei casi per trarne insegnamenti per il futuro), una serie di priorità d’azione. Conduciamo inoltre la prima campagna nazionale di prevenzione “L’uguaglianza contro la violenza”, che mira a individuare e segnalare la violenza fin dai suoi primi segnali. Sosteniamo inoltre finanziariamente misure volte a prevenire la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica in tutta la Svizzera. Coordiniamo anche l’attuazione del Piano d’azione nazionale della Convenzione di Istanbul, una convenzione del Consiglio d’Europa che protegge le donne e le ragazze dalle diverse forme di violenza. In questo contesto, sempre in collaborazione con Cantoni, Comuni e organizzazioni non governative, la Confederazione sta attualmente elaborando una strategia nazionale comune per rafforzare in modo duraturo la prevenzione e la lotta contro queste forme di violenza. Gli assi portanti del lavoro sono l’uguaglianza e la sicurezza».
Davvero una maggiore ugualianza tra sessi riduce la violenza?
«Sì. L’uguaglianza rappresenta un importante fattore di protezione. Quando donne e uomini dispongono degli stessi diritti, delle stesse opportunità e della stessa autonomia economica, diminuiscono i rapporti di dominio e di dipendenza. Ed è proprio in questi rapporti che può nascere la violenza. Sappiamo che nelle coppie in cui le decisioni vengono prese congiuntamente e in cui entrambi i partner contribuiscono al reddito familiare, la violenza domestica è meno frequente. Promuovere l’uguaglianza significa quindi intervenire alla radice della violenza».
Recentemente sono stati chiesti più mezzi per la prevenzione: è davvero possibile prevenire la violenza domestica e di genere?
«Sì, la prevenzione funziona, ma richiede un impegno collettivo a lungo termine. La violenza non scompare grazie a un’unica misura. Occorre intervenire contemporaneamente su più livelli: sensibilizzazione della popolazione, protezione delle vittime, perseguimento degli autori di violenza, formazione dei professionisti e contrasto agli stereotipi. Ciò presuppone risorse adeguate e una stretta collaborazione tra tutti gli attori coinvolti, compresa l’intera popolazione. Ognuno e ognuna ha un ruolo da svolgere nel rifiutare ogni forma di violenza».
Si parla sempre di violenza sulle donne da parte di uomini. Esiste anche il fenomeno contrario?
«Sì, anche gli uomini sono vittime di violenza, in particolare di violenza domestica. Ogni forma di violenza è inaccettabile e richiede il nostro impegno. È proprio questo il senso della nostra azione. Tuttavia la realtà statistica è chiara: le donne sono di gran lunga le principali vittime delle forme di violenza più gravi, come la violenza sessuale o gli omicidi all’interno della coppia, commessi prevalentemente da uomini. Questo spiega la particolare attenzione rivolta a queste forme di violenza».
Negli ultimi anni, in generale, si assiste a un ritorno se non a forme di maschilismo per lo meno a una visione più tradizionale della società e della famiglia, dunque nei rapporti tra sessi. È solo un impressione, una narrazione su media e social, oppure lo constatate anche nella realtà? E quanto è davvero ampio questo fenomeno?
«Osserviamo queste tendenze all’interno della popolazione, sia in Svizzera sia in molti altri Paesi. In realtà rileviamo due tendenze parallele: da una parte vi sono persone che chiedono che l’uguaglianza si traduca finalmente nella realtà dei fatti; dall’altra alcune persone assumono come modello forme di mascolinità che favoriscono la violenza contro le donne. Constatiamo in particolare un divario crescente e preoccupante tra le posizioni dei ragazzi e delle ragazze sulle questioni dell’uguaglianza».
Si tratta solo a suo avviso di una fase temporanea, sintomo forse di un sentimento di frustrazione da parte degli uomini e di parte della società che fa fatica ad adattarsi e accettare una nuova realtà, o crede sia più duraturo?
«È difficile prevederne l’evoluzione nel lungo periodo. La storia dimostra che i progressi in materia di uguaglianza non seguono un percorso lineare: conoscono avanzamenti, ma anche resistenze. In ogni caso questa situazione, in particolare sui social media, richiede la nostra vigilanza. Il progetto del movimento maschilista è chiaramente antidemocratico. Ciò sottolinea l’importanza di proseguire il dialogo e il lavoro di sensibilizzazione affinché il rispetto reciproco e la valorizzazione della diversità continuino a far parte del DNA della Svizzera».
Veniamo al mondo del lavoro. Il suo ufficio è nato circa 40 anni fa soprattutto per eliminare le disuguaglianze salariali e di carriera. Che bilancio possiamo fare oggi?
«Il bilancio è complessivamente positivo. In quarant’anni la Svizzera ha compiuto progressi considerevoli: la Legge sulla parità dei sessi ha dato attuazione al principio della parità salariale sancito dalla Costituzione; sono stati introdotti l’assicurazione maternità e il congedo di paternità; sono stati fissati obiettivi di rappresentanza dei sessi nei consigli di amministrazione, solo per citare alcuni esempi. Tuttavia, sebbene la parità giuridica sia ormai in larga misura acquisita, la parità di fatto non è ancora stata raggiunta. I dati dell’Ufficio federale di statistica mostrano che il divario complessivo nei redditi da lavoro tra donne e uomini ammonta a quasi il 40%. La Carta per la parità salariale nel settore pubblico mira proprio a contribuire a colmare questa disparità. Gli enti del settore pubblico possono aderire a questa Carta, sottolineando così il proprio impegno a favore della parità salariale e professionale. Ad esempio, in Ticino il Consiglio di Stato ha invitato tutti i Comuni e gli enti parapubblici del Cantone a valutarne l’adesione. Quest’anno 30 nuovi Comuni ed enti parapubblici ticinesi hanno sottoscritto la Carta».
Le diseguaglianze persistono comunque: cosa bisognerebbe fare per ridurle ulteriormente?
«Le disuguaglianze nella vita professionale riflettono le diverse rappresentazioni dei ruoli attribuiti alle donne e agli uomini, in particolare alle madri e ai padri, nella nostra società. Le posizioni professionali di donne e uomini sono strettamente legate alla distribuzione di genere del lavoro di cura. L’uguaglianza è quindi un progetto di società che riguarda tutti: donne e uomini. Occorre pertanto intervenire in modo sistemico, agendo contemporaneamente su più livelli. Nel 2021 il Consiglio federale ha adottato la Strategia Parità 2030, che promuove l’uguaglianza nella vita pubblica e professionale, favorisce la conciliabilità tra famiglia e lavoro e contrasta la violenza e le discriminazioni. Le misure riguardano sia gli aspetti strutturali (leggi, condizioni di lavoro favorevoli alla conciliazione, orari scolastici, servizi di accoglienza extrascolastica, ecc.) sia il cambiamento delle mentalità. Progredire verso questo obiettivo richiede decisioni politiche concrete, sensibilizzazione fin dalla giovane età, raccolta di dati affidabili e interventi concreti sul territorio. Confederazione, Cantoni, Comuni, mondo economico e società civile hanno tutti un ruolo da svolgere».
Sarà mai possibile eliminarle del tutto?
«È questo il nostro obiettivo. Nutro grande rispetto e riconoscenza per tutte le persone che si sono impegnate per ottenere i progressi compiuti negli ultimi decenni. Questo dimostra che il cambiamento è possibile. La nostra motivazione è proprio quella di proseguire questo lavoro affinché le generazioni future possano vivere in una società realmente egualitaria».
Oggi una donna che fa carriera deve spesso rinunciare a qualcosa oltre a dover dimostrare capacità spesso maggiori rispetto a un uomo, spingendole a performance estreme. Sono le cosiddette “lady di ferro”. Esisterà mai una “gestione femminile” delle imprese, o sarà sempre e solo l’economia che detterà cosa e come comportarsi?
«L’obiettivo non è sostituire un modello con un altro, bensì favorire una rappresentanza equilibrata di donne e uomini a tutti i livelli di responsabilità. Gli studi dimostrano che team diversificati – non solo per genere, ma anche per origine, età, stato di salute e altri fattori – permettono di valorizzare i talenti e favoriscono l’innovazione. Essi risolvono meglio i problemi, rappresentando un vantaggio operativo concreto nei mercati competitivi. La diversità costituisce quindi un fattore determinante anche per la performance economica. L’Ufficio federale per l’uguaglianza contribuisce a questo obiettivo anche attraverso la concessione di aiuti finanziari a progetti che promuovono l’uguaglianza nella vita professionale. Questi progetti consentono di sviluppare e diffondere approcci innovativi ed economicamente sostenibili».
Quarant’anni fa si parlava solo di due generi, donne e uomini; oggi il movimento LGBT occupa sempre più spazio, e ci sono pure persone che si dichiarano “non binarie”. Vi occupate anche di queste persone? In che modo?
«Sì. L’Ufficio federale per l’uguaglianza è competente, a livello federale, anche per le questioni riguardanti le persone LGBTIQ. Ci occupiamo del trattamento dei mandati parlamentari, del coordinamento dei servizi federali attivi in questo ambito e del rafforzamento della collaborazione con Cantoni, Comuni e organizzazioni della società civile impegnate su queste tematiche. Quest’anno il Consiglio federale ha inoltre lanciato il primo Piano d’azione nazionale contro i crimini d’odio nei confronti delle persone LGBTIQ. Il piano si articola su tre assi principali: la protezione e l’accompagnamento delle vittime, la prevenzione e la sensibilizzazione, nonché il miglioramento della raccolta di dati affidabili per orientare le politiche pubbliche».
Lei è codirettrice assieme a un uomo: come va la convivenza? Soprattutto, come è stata accolta dai vostri collaboratori?
«Il nostro modello di codirezione con il signor Gian Beeli funziona in modo molto armonioso e complementare. Oltre a prospettive diverse legate ai nostri percorsi personali e professionali, apportiamo competenze linguistiche e professionali complementari. Questa diversità rappresenta una vera ricchezza per la nostra organizzazione. Possiamo inoltre contare su un team estremamente motivato. Come diciamo spesso: “Nessuno lavora all’Ufficio federale per l’uguaglianza per caso”».
Due anni di lavoro: un primo bilancio?
«Siamo riusciti a portare avanti progetti importanti, come l’introduzione di nuove misure contro i femminicidi. Grazie al sostegno del Parlamento la nostra campagna nazionale di prevenzione «L’uguaglianza contro la violenza» ha potuto essere notevolmente ampliata. Insieme ai miei colleghi considero particolarmente positiva la stretta collaborazione instaurata sia all’interno del nostro Ufficio, con le nostre collaboratrici e i nostri collaboratori, sia con i partner a livello federale, cantonale e comunale, nonché con le organizzazioni della società civile».
Progetti e visioni per il futuro?
«Stiamo attualmente lavorando all’aggiornamento della Strategia Parità 2030 e all’elaborazione di una nuova strategia nazionale contro la violenza domestica, sessuale e di genere. Anche la campagna di prevenzione dedicata a questo tema proseguirà nel lungo periodo. Sarà inoltre necessario porre maggiore attenzione alla conciliazione tra vita familiare e vita professionale, sviluppando ulteriori misure in questo ambito. Un’altra sfida, già attuale e destinata ad accompagnarci nei prossimi anni, riguarda la crescente diffusione delle ideologie mascoliniste».
Lei andrà in pensione tra una quindicina di anni: che società spera di trovare?
«Una società nella quale ogni persona possa scegliere liberamente come vivere la propria vita privata e professionale, senza essere limitata da stereotipi o discriminazioni. Una società nella quale un lavoro di pari valore sia retribuito in modo uguale. Una società nella quale ogni persona possa vivere in sicurezza, libera dalla violenza e dalle discriminazioni. Una società nella quale l’uguaglianza sia semplicemente un valore condiviso e dato per acquisito».



