Classe 1960, capitano dell’esercito e avvocato di professione (è stato anche presidente di tribunale distrettuale), il grigionese Stefan Engler è stato eletto lo scorso dicembre presidente del Consiglio degli Stati, coronamento di una passione per la politica che lo ha preso fin da giovane: sindaco di Surava, ora frazione di Albula, per 12 anni è anche granconsigliere a Coira; nel 1998 è poi stato eletto in Consiglio di Stato, dove fino al 2010 ha diretto il Dipartimento costruzioni, trasporti e foreste. L’anno seguente è stato infine eletto consigliere agli Stati, dove siede tuttora. Dal 2012 al 2020 ha inoltre presieduto con successo il PPD retico, riuscendo a fargli riconquistare il secondo seggio nel Governo retico. A inizio maggio infine l’atteso annuncio: dopo 40 anni dedicati alla politica Engler non si ricandiderà alle prossime elezioni federali del 2027. Il 65.enne grigionese ha parlato del momento giusto per lasciare: «Sono in età pensionabile. Davvero non voglio essere ancora al Consiglio degli Stati a 70 anni».
Da un piccolo comune grigionese alla presidenza del Consiglio degli Stati: se lo sarebbe mai immaginato?
«Una cosa del genere non si può pianificare; proprio per questo è ancora più affascinante quando accade».
Una vita dedicata alla politica: non ha mai avuto il desiderio di dedicarsi ad altro?
«Il virus della politica mi ha contagiato nel comune e da allora non mi ha più lasciato. È ciò che mi ha sempre dato soddisfazione dal punto di vista professionale».
Ci sono momenti in cui riesce a staccare da questa vita? In quei momenti cosa fa?
«Ognuno dovrebbe chiedersi continuamente: chi sono io senza il mio lavoro? Solo così si trova la giusta distanza e si evita di prendersi troppo sul serio. Trovo svago come tifoso dell’HC Davos, nella natura, con i miei colleghi del coro virile Surses e durante la caccia alta grigionese».
Può considerarsi un politico di milizia?
«Nell’esecutivo, come consigliere di Stato, si è politici professionisti; come parlamentari bisogna fare di tutto per non perdere il contatto con la popolazione e con le diverse realtà di vita. Ho imparato che cambiare prospettiva aiuta a comprendere le esigenze e le preoccupazioni degli altri».
È ancora possibile a certi livelli essere un politico di milizia?
«Nella politica federale è difficile confrontarsi alla pari con l’amministrazione. Ma è assolutamente necessario ed è ciò che la popolazione si aspetta. Di conseguenza, aumenta anche il carico di lavoro politico».
Cosa vuol dire per lei fare politica?
«Utilizzare influenza e potere affinché il maggior numero possibile di cittadine e cittadini del nostro Paese abbia la possibilità di trovare la propria felicità nella vita, indipendentemente dalla lingua che parla e dal luogo in cui vive».
In questi quasi 40 anni di attività, cosa è cambiato nella politica svizzera?
«Ho l’impressione che l’individualismo porti alla perdita del senso di comunità e che si perseguano sempre più interessi particolari. Sento più spesso di un tempo la domanda: “Che vantaggio ne traggo io?”. Inoltre constato che la paura di perdere qualcosa pesa più del coraggio di cogliere un’opportunità. Con l’aumento del benessere diminuisce anche la disponibilità ad assumersi dei rischi».
Il fatto che l’ha colpito di più?
«Mi impressionano uomini e donne che, come sindaci, membri di autorità scolastiche o di altre commissioni, mettono il bene comune al di sopra dell’interesse personale e condividono una parte del proprio tempo e della loro vita con la comunità. E soprattutto dopo eventi naturali percepisco una forza incredibile di solidarietà e resilienza, anche nelle valli più isolate e nelle piccole realtà. È qui che la Svizzera respira lo spirito della coesione».
Che cosa l’ha deluso di più?
«La disaffezione verso la politica porta le persone ad allontanarsi dalla politica stessa e anche dall’impegno civico. Dobbiamo renderci conto che, se non sosteniamo le nostre istituzioni e rifiutiamo la partecipazione politica, rischiamo nel lungo periodo che il potere del popolo venga delegato a pochi. Saper distinguere ciò che è vero dalle fake news rappresenta un serio pericolo per la democrazia».
Impegnato, diligente, profondo conoscitore dei dossier, calmo, riflessivo… per lei quasi esclusivamente elogi. Ce l’ha un difetto? Almeno uno…
«Ho dovuto imparare a dire di no, e a chi piace farlo? A volte sono anche un po’ ingenuo e dovrei essere più diffidente. Inoltre tendo a voler avere ragione. Devo aggiungere altri difetti? Non sempre riesco a distinguere tra umorismo, ironia e sarcasmo. E questo può ferire».
Più volte indicato come papabile al Consiglio federale, non si è mai candidato: davvero non è mai stato tentato di far parte dell’esecutivo federale?
«No. Non sarei mai stato disposto a subordinare la mia vita privata alla carica per ottenere un po’ più di prestigio e influenza».
In una intervista prima della sua elezione lei ha affermato di seguire sempre, sia nella vita privata che in quella politica, il principio romancio “igl ampresto fo chito” (“prendersi cura di ciò che è stato prestato”). Cosa significa per lei esattamente?
«Ciò che ci viene prestato – la vita, la lingua e la cultura, oppure una carica – non ci appartiene davvero. Arriverà il giorno in cui dovremo restituirlo, possibilmente senza averlo danneggiato; e tanto meglio se avremo utilizzato ciò che ci è stato prestato per una buona causa».
Guardando la sua scheda parlamentare si è colpiti delle poche relazioni di interesse dichiarate, di cui diverse non retribuite. Una scelta molto diversa da quella della maggioranza dei suoi colleghi: quale la ragione?
«Innanzitutto, anche per un parlamentare la settimana ha solo sette giorni. E chi accetta un mandato deve avere il tempo necessario e prevedere sempre un margine di riserva. Se infatti in un’impresa o in un’associazione sorgono difficoltà, bisogna poter dedicare il tempo richiesto. Inoltre la popolazione si aspetta che gli eletti siano innanzitutto al servizio dei cittadini e non di interessi particolari».
Senza entrare nel merito della polemica, hanno fatto notizia le accuse rivolte dalla consigliera federale Karin Keller-Sutter a UBS di “eccesso di lobbismo”. Dalla sua esperienza di parlamentare, le lobby hanno davvero tutto il potere che si attribuisce loro?
«No. Il lobbismo di per sé non è qualcosa di negativo. Nel sistema di milizia contribuisce ad acquisire conoscenze provenienti dalla scienza, dalla natura e dalla società. Questo aiuta a non dipendere esclusivamente dall’amministrazione. Il lobbying diventa problematico solo quando viene usato per trasmettere deliberatamente un’immagine falsa o incompleta».
Indipendentemente dal giudizio che si ha sulla loro attività, non sarebbe più corretto escludere i loro rappresentanti da Palazzo federale e dai corridori del Parlamento?
«No. È un errore credere che il lobbismo si svolga principalmente a Palazzo federale».
La sua lingua madre è il romancio: come ha vissuto questo fatto di essere la minoranza delle minoranze?
«Sono orgoglioso di appartenere a questa minoranza linguistica. Fa parte della mia identità. Se non fossi romancio sarei una persona diversa, con un’altra origine e un’altra realtà di vita».
“Le lingue minoritarie creano solidarietà”: l’ha affermato lei durante il suo discorso di investitura. Ce lo può spiegare?
«Le minoranze devono essere solidali tra loro se non vogliono essere ignorate o emarginate. Questo vale soprattutto per le minoranze linguistiche. Ho la sensazione che, quando incontro cittadini italofoni del mio Cantone, ci comprendiamo più rapidamente proprio perché dipendiamo gli uni dagli altri».
Il plurilinguismo elvetico, con l’egemonia del dialetto nella Svizzera tedesca e la voglia di abbandonare lo studio delle altre lingue nazionali a favore dell’inglese, non rischia di scomparire?
«Dobbiamo assolutamente impedirlo. La croce svizzera ha quattro bracci della stessa lunghezza, collegati tra loro. Nel plurilinguismo risiede una delle ricchezze del nostro Paese».
In che modo si può assicurare la coesione del paese al di là di tutti i confini, dunque le divisioni, che l’attraversano?
«L’immagine della croce svizzera non è una dichiarazione romantica o nostalgica. È la ragion d’essere della stabilità e della coesione del nostro Paese. Lingue, culture, natura e paesaggi, tradizioni, usanze, diversità economica, realtà di vita e persone: tutto questo, e molto altro, trova posto nei quattro bracci della croce».
In Ticino abbiamo l’impressione che i Grigioni riescono sempre ad ottenere quello che vogliono dalla Berna federale. Impressione o realtà?
«È un mito, anche se a noi grigionesi piace sentirlo dire. Credo però che in passato le minoranze avessero tendenzialmente più facilità a ottenere qualche attenzione in più».
Ha qualche suggerimento da dare per migliorare i rapporti, spesso piuttosto tesi, tra Ticino e Berna?
«Non voglio dare consigli, ma uno sì: aiuterebbe se i Cantoni di confine, indipendentemente dalla lingua, si unissero maggiormente e coordinassero meglio le loro rivendicazioni».
Lei ha rinunciato ai festeggiamenti per la sua nomina, affermando che preferisce incontrare la popolazione nelle regioni. La vedremo mai nel nostro Cantone?
«Il Moesano, la Bregaglia e la Val Poschiavo fanno parte della mia patria. Ci sarà sicuramente ancora un’occasione per incontrare la loro popolazione. Se arriverò anche in Ticino, non lo so ancora. Ma il modo in cui la popolazione del Moesano e della Vallemaggia si è sostenuta reciprocamente dopo le alluvioni e ha affrontato insieme la ricostruzione meritava senz’altro una mia visita».



