C’è chi dice NO, citava una famosissima canzone di Vasco Rossi, che potrebbe essere la colonna sonora dell’iniziativa che riunisce esponenti di partiti politici diversi, rappresentanti del mondo agricolo, economico, patriziale e turistico.
Il 27 settembre le cittadine e i cittadini svizzeri saranno chiamati a esprimersi sull’iniziativa popolare per un’alimentazione sicura. In Ticino, il confronto entra nel vivo con la costituzione di un ampio schieramento favorevole al No, la cui posizione è stata presentata mercoledì 26 agosto durante una conferenza stampa moderata da Omar Pedrini, presidente dell’Unione Contadini Ticinesi. Il messaggio emerso dagli interventi è netto: secondo il Comitato ticinese per il No, gli obiettivi dichiarati dall’iniziativa non tengono sufficientemente conto delle caratteristiche del territorio svizzero e delle conseguenze economiche che potrebbero derivare dalla sua applicazione.
Nel mirino degli oppositori vi sono, in particolare, l’obiettivo di portare il grado netto di autoapprovvigionamento alimentare ad almeno il 70 per cento, le modifiche richieste alla produzione agricola e il maggiore orientamento verso gli alimenti di origine vegetale. Il Comitato sostiene che un cambiamento di questa portata, concentrato in un arco temporale relativamente breve, rischierebbe di incidere sull’intera catena agroalimentare.
La questione dei prezzi e del potere d’acquisto
Uno dei principali argomenti portati dal fronte del No riguarda le possibili ripercussioni sui costi. Alessandra Alberti, intervenuta in rappresentanza della Federazione delle industrie alimentari svizzere e della Camera di commercio ticinese, ha richiamato l’attenzione sulle conseguenze di una trasformazione strutturale del sistema.
Secondo questa lettura, eventuali nuovi vincoli coinvolgerebbero non soltanto la produzione agricola, ma anche la trasformazione, la logistica, la distribuzione e la ristorazione. Una parte dei costi aggiuntivi potrebbe quindi riflettersi sui prezzi finali.
Il tema è stato ripreso da Daniele Piccaluga, coordinatore della Lega dei Ticinesi e Gran Consigliere, che ha collegato il dibattito alle preoccupazioni quotidiane delle famiglie: salari, premi di cassa malati, inflazione e aumento generale del costo della vita. Dal suo punto di vista, la priorità dovrebbe essere quella di evitare un ulteriore indebolimento del potere d’acquisto.
Per gli oppositori, la sicurezza alimentare non riguarda soltanto la qualità e la disponibilità dei prodotti, ma anche la possibilità per la popolazione di acquistarli a prezzi accessibili.
Agricoltura di montagna e realtà ticinese
Una parte importante della discussione ha riguardato la specificità delle regioni alpine. Alessandro Corti, vicepresidente della Società Ticinese di Economia Alpestre e Gran Consigliere del Centro, ha sostenuto che l’iniziativa rischierebbe di applicare criteri uniformi a territori caratterizzati invece da condizioni produttive molto differenti.
In Ticino, in particolare, una vasta parte delle superfici agricole di montagna è costituita da prati e pascoli. Si tratta di aree che non possono essere semplicemente convertite alla coltivazione di cereali o di altre produzioni vegetali. L’allevamento svolge quindi una funzione economica e produttiva che coinvolge, oltre agli agricoltori, caseifici, macellerie, trasportatori, artigiani, alberghi e ristoranti.
Secondo Corti, una riduzione della produzione animale senza una corrispondente diminuzione dei consumi potrebbe tradursi in un aumento delle importazioni, con il rischio di trasferire all’estero valore aggiunto e posti di lavoro.
Una posizione, per alcuni aspetti, condivisa anche da Lea Ferrari, Gran Consigliera del Partito Comunista. Ferrari ha sottolineato che il rafforzamento della sovranità alimentare resta un obiettivo importante, ma ha contestato le modalità previste dall’iniziativa.
Il sostegno alle filiere locali, secondo la sua analisi, dovrebbe partire dalle caratteristiche concrete dei territori e dalle produzioni che essi sono in grado di garantire, evitando di imporre modelli produttivi che potrebbero generare costi difficilmente sostenibili soprattutto nelle realtà periferiche e montane.
Anche la produzione vegetale teme nuovi vincoli
L’alleanza del No contesta l’idea che una maggiore attenzione ai prodotti vegetali rappresenti automaticamente una soluzione favorevole all’intero settore agricolo. Giacomo Bassetti, presidente dei Giovani Contadini Ticinesi, ha evidenziato che anche le aziende orientate alla produzione di frutta, verdura e cereali potrebbero essere confrontate con nuove restrizioni.
Nel suo intervento ha richiamato le difficoltà già affrontate dal settore, dalle condizioni meteorologiche estreme alla diffusione di nuovi parassiti, e ha posto l’accento soprattutto sulla necessità di garantire stabilità alle aziende.
Il tema dell’incertezza è considerato centrale: le famiglie contadine effettuano investimenti destinati a durare decenni, mentre il quadro normativo e le politiche agricole sono oggetto di continui cambiamenti. Sullo sfondo vi è anche il dibattito sulla futura Politica Agricola 2030+, che dovrà definire nuove condizioni per il settore.
Il traguardo del 70 per cento
Tra i punti più discussi figura il raggiungimento di un grado di autoapprovvigionamento netto del 70 per cento. Gli oppositori ritengono che il traguardo sia difficilmente compatibile con le attuali caratteristiche territoriali e demografiche della Svizzera.
Denis Vanbianchi, membro dell’Alleanza Patriziale Ticinese, ha richiamato anche il confronto storico con il Piano Wahlen, sviluppato durante la Seconda guerra mondiale per aumentare la capacità produttiva del Paese. Secondo i dati citati durante la conferenza, nemmeno in quelle condizioni eccezionali la Svizzera era riuscita a raggiungere il livello richiesto dall’iniziativa.
Il ragionamento proposto dal Comitato è che, con una popolazione oggi più numerosa, una maggiore urbanizzazione e diversi vincoli ambientali, l’obiettivo potrebbe richiedere interventi molto incisivi sulle modalità di produzione e di consumo.
Il confronto politico e il precedente del 2021
Roberta Soldati, Gran Consigliera UDC, ha invece concentrato il proprio intervento sul rapporto tra la nuova iniziativa e precedenti consultazioni popolari. Ha ricordato la bocciatura, nel giugno del 2021, dell’iniziativa «Acqua potabile pulita e cibo sano», respinta dal 60,69 per cento dei votanti.
Secondo Soldati, il fatto che alcune delle questioni tornino a breve distanza davanti al corpo elettorale rischia di alimentare disaffezione nei confronti della democrazia diretta. Una valutazione politica che il Comitato ha inserito tra le ragioni del proprio No.
Dagli interventi emerge inoltre un consenso trasversale sul fatto che la sostenibilità e la sicurezza alimentare rappresentino obiettivi condivisi. La divergenza riguarda piuttosto gli strumenti individuati dall’iniziativa per raggiungerli.
Turismo, alberghi e ristorazione
Le possibili conseguenze non riguarderebbero soltanto l’agricoltura e l’industria alimentare. Federico Haas, vicepresidente di Hotelleriesuisse Ticino e membro dell’UP della Camera di commercio ticinese, ha evidenziato le ricadute che nuove limitazioni potrebbero avere anche sull’albergheria e sulla ristorazione.
Il settore turistico, ha sostenuto, deve rispondere alle esigenze di una clientela internazionale e non può rinunciare alla disponibilità di prodotti che non sono coltivabili o reperibili in quantità sufficienti in Svizzera.
Secondo Haas, il sistema alimentare dispone già di norme e strumenti di regolamentazione e l’introduzione di ulteriori obblighi potrebbe accrescere la pressione sui margini di imprese già confrontate con costi elevati.
Il tema della libertà di scelta
Uno degli aspetti politicamente più rilevanti della campagna riguarda il rapporto tra gli obiettivi costituzionali proposti e le abitudini alimentari individuali.
Il Comitato ticinese per il No sostiene che, per raggiungere il livello di autoapprovvigionamento previsto, sarebbe necessario ridurre in modo significativo la produzione e il consumo di alimenti di origine animale. Da qui l’accusa di un possibile intervento dello Stato sulle scelte alimentari della popolazione.
È una delle interpretazioni che gli oppositori pongono al centro della campagna: l’iniziativa viene descritta come un progetto capace di modificare non soltanto il sistema produttivo, ma anche il comportamento dei consumatori attraverso nuovi vincoli e condizioni economiche.
La Giornata dell’ultimo cervelat
Al termine della conferenza stampa, il dibattito politico ha lasciato spazio a un momento conviviale legato alla «Giornata nazionale dell’ultimo cervelat», iniziativa organizzata in diverse località svizzere nell’ambito della campagna contro il testo in votazione.
Il pranzo ha proposto cervelat, accompagnati da verdure e patate ticinesi e svizzere, trasformando uno dei prodotti più associati alla tradizione alimentare del Paese in un simbolo della campagna referendaria.
Sul sito della campagna è disponibile anche una mappa interattiva dedicata agli eventi della Giornata dell’ultimo cervelat, con le iniziative organizzate nelle diverse regioni della Svizzera.
Un No che attraversa schieramenti diversi
L’elemento forse più evidente della conferenza ticinese è stata la composizione del fronte contrario all’iniziativa. Dalla Lega all’UDC, dal Centro al Partito Comunista, passando per rappresentanti dell’agricoltura, dell’economia, dei patriziati e del turismo, il Comitato ha riunito posizioni politiche che su altri dossier difficilmente si trovano dalla stessa parte.
L’accordo riguarda il giudizio sullo strumento proposto, non necessariamente la visione generale del futuro dell’agricoltura o delle politiche alimentari. Le ricette restano differenti, così come le priorità dei singoli partiti e delle associazioni coinvolte.
In vista della votazione del 27 settembre, il fronte ticinese del No punta però su una linea comune: difendere la produzione locale tenendo conto delle caratteristiche delle regioni di montagna, evitare nuovi costi per le famiglie e le imprese e lasciare maggiore spazio alla libertà di scelta dei consumatori.
Sarà ora il voto popolare a stabilire se l’iniziativa riuscirà a convincere la maggioranza degli elettori. Da parte sua, il Comitato ticinese invita a respingere il testo, giudicandolo troppo oneroso e poco adatto alla realtà produttiva del Paese.



