Vorrei iniziare questa conversazione domandandole di provare a definire, con un solo aggettivo, quale aspetto della personalità di suo patre meglio lo rappresenta?
«Direi senz’altro che era un uomo dinamico. Era una persona dotata di una straordinaria energia, assolutamente indispensabile per riuscire a realizzare tutto ciò che ha fatto in ambito imprenditoriale. Ma ho detto dinamico anche per sottolineare la sua non comune velocità di reazione di fronte ai problemi che in casa, in famiglia o sul lavoro si trovava ad affrontare. Gli bastava pochissimo tempo per raccogliere tutti gli elementi di giudizio necessari, elaborarli e prospettare subito una soluzione che quasi sempre si dimostrava poi essere quella più opportuna».
Come si conciliava questa sua propensione al “fare” con un contesto economico e sociale non certo troppo “dinamico” qual era quello ticinese dell’immediato dopoguerra, epoca in cui iniziò a dare vita ai suoi progetti?
«È questo uno dei paradossi della sua storia personale. Mio padre ha dato vita a quasi tutte le sue imprese e raggiunto il successo soprattutto all’estero, eppure è sempre restato profondamente legato al Ticino. O forse bisognerebbe dire che era legato ad una sua certa idea tradizionale e “romantica” del Ticino. Ancora ai tempi della mia gioventù Lugano era una piccola comunità, per strada ci si conosceva tutti, i Mantegazza erano una famiglia molto numerosa, nelle sue varie ramificazioni, e quando ci si riuniva al completo, in occasione di festività o ricorrenze, si era soliti ritrovarsi a tavola davanti ad un tradizionale risotto. Mio padre ha frequentato i più raffinati ristoranti internazionali, ma non disdegnava mai i formaggini della Velle di Muggio. Allo stesso tempo, però, ha compreso bene presto che per realizzare qualcosa di concreto e duraturo bisognava allargare gli orizzonti e non aver paura di confrontarsi con altre realtà economiche più evolute e competitive. Quando tornava in Ticino, magari dopo un lungo periodo di tempo trascorso all’estero per lavoro, avvertiva tutti i limiti di un campanilismo e di rivalità spesso esasperate e ne era profondamente amareggiato».
Proviamo a riavvolgere il nastro della storia e torniamo agli anni dei suoi esordi nel mondo del lavoro. Con alle spalle quale formazione ha iniziato a realizzare i suoi progetti?
«A questo riguardo non c’è dubbio che la sua esperienza sia maturata tutta “sul campo”, a contatto con persone che hanno avuto una forte influenza su di lui e dalle quali ha appreso molto riguardo al modo di organizzare un’impresa e alla capacità di sviluppare relazioni per far crescere i propri affari. Tutto ebbe inizio nel 1928 quando mio nonno Antonio diede vita ad una attività di trasporti commerciali sul lago di Lugano con barche e motoscafi, e più tardi di noleggio di pullman ad uso turistico, che crebbe in modo importante fino allo scoppio della guerra, quando si affacciò l’ombra di una crisi che poteva travolgere ogni futura prospettiva. Ma proprio in quegli stessi anni, per un intreccio di vicende famigliari, ebbe inizio uno stretto rapporto di collaborazione con Werner Albek, di origini zurighesi, che già vantava una solida esperienza nell’organizzazione di viaggi internazionali. Fu così che il nonno, uomo di grande intuito ma che fino ad allora si era mosso all’interno di un orizzonte solo ticinese, riuscì ad accedere a una ben più vasta platea di turisti della Svizzera interna che potevano riversarsi sulle assolate rive del lago di Lugano, salvando in tal modo le sorti della sua impresa. E mio padre, che tra il 1933 e il 1943 aveva studiato presso l’Istituto Elvetico (conseguendo poi il diploma di commercio alla Gademann Handelsschule di Zurigo), nel 1944, quando aveva poco più di 16 anni, iniziò ad andare ogni giorno nell’ufficio di famiglia, mentre ancora si preparava per ottenere il diploma, nel 1946, in Business Management. La sua vera scuola fu dunque a fianco del “signor Albek” da cui apprese il modo di approcciare e gestire una clientela internazionale, creando le basi di quel sodalizio tra le famiglie Mantegazza e Albek sviluppatosi poi nel corso dei decenni successivi».
A quali specifiche capacità imprenditoriali di suo padre attribuisce il successo delle imprese cui nel corso degli anni ha dato vita?
«Per chi non ha vissuto in prima persona, come è stato invece nel caso mio, tutto il percorso imprenditoriale di mio padre potrebbe sembrare semplicistico, e forse anche banale, rispondere che un primo indubitabile punto di forza è stata la capacità di fondere l’etica, la disciplina e il senso dell’organizzazione tipicamente svizzero-tedesche apprese da Werner Albek, con alcune sue naturali doti come intuizione e immaginazione, unite a una straordinaria energia nell’elaborare i propri progetti e poi, soprattutto portarli a compimento. Un altro aspetto non meno determinante è stato poi l’aver accettato da subito la prospettiva di trascorrere lunghi periodi all’estero, in Inghilterra e negli Stati Uniti soprattutto, dimostrando una grande volontà e capacita di organizzare la propria vita adeguandola se necessario a mentalità e modalità di lavoro diverse dalle nostre. A ciò si aggiunga la circostanza di avere di fatto creato una famiglia internazionale, per l’abitudine a spostarsi senza problemi laddove esigenze professionali lo richiedevano, ma anche in virtù del fatto che mia madre Aristela era originaria delle Canarie e tutti parlavamo correntemente lo spagnolo, elemento questo che ci ha agevolato non poco nella penetrazione in quel mercato».
Il successo negli affari è molto spesso determinato da grandi intuizioni che consentono di bruciare i tempi e anticipare la concorrenza. Quali sono stati i momenti di svolta in cui le convinzioni di suo padre sono risultate decisive per il successo delle vostre imprese?
«Potrei citare parecchi episodi, ma ci sono alcuni cambiamenti di strategia che sono stati senza dubbio determinanti. Penso per esempio, agli inizi degli anni Sessanta quando avvenne il passaggio da pacchetti di viaggio da noi creati, ma poi inseriti nei prospetti di altri tour operator, ad una gestione diretta attraverso una nostra rete autonoma di distributori. Oppure la scelta, fortemente sostenuta da mio padre, di abbandonare l’utilizzo di una flotta di pullman di nostra proprietà a vantaggio di un noleggio di vettori di altre aziende, con conseguente notevole risparmio dei relativi costi di esercizio. Un’altra decisione di grande rilievo, pienamente condivisa dopo una attenta valutazione anche da parte del socio Albek, fu poi quella di separare le attività svolte sul mercato americano da quelle portate avanti su quello inglese, prendendo atto e ottimizzando le caratteristiche, le richieste e le esigenze delle diverse clientele. Questa suddivisione, e l’autonomia attribuita alle due distinte gestioni, unite al reciproco rispetto nonostante le differenze di temperamento e di carattere, consentirono poi alle due famiglie di stabilire e mantenere una comunanza di intenti conservatasi integra per interi decenni.
E, ancora, una sua grande intuizione fu quella di sfruttare tempestivamente talune opportunità creatasi nel trasporto aereo, con la scelta di entrare in prima persona in quel mercato utilizzando una flotta proprietaria, per convogliare da tutta Europa decine di migliaia di turisti che in precedenza dovevano sottoporsi a lunghi, e per noi onerosi, viaggi in pullman prima di iniziare il proprio tour verso le destinazioni previste. Questi cambi di strategia, e molti altri succedutesi nel tempo, sono la testimonianza della sua costante attenzione all’evoluzione dei mercati, ma anche della capacità di trasformare occasioni, magari non direttamente cercate ma presentatesi spontaneamente, in nuovi progetti di business, messi in atto con quella rapidità di decisione e concretezza di esecuzione che rappresentavano tratti salienti del suo carattere. E poi, vorrei aggiungere, un aspetto da non sottovalutare, riguarda il suo istinto nel valutare con precisione i meriti delle persone, dalle quali esigeva indubbiamente molto, ma alle quali era disposto a delegare, nonostante la sua mentalità fortemente accentratrice, incarichi e responsabilità».
A proposito di capacità di cogliere nuove opportunità di investimento, una operazione di straordinario successo fu il rinnovamento tecnologico della compagnia Monarch…
«Quello è stato senza dubbio uno dei suoi maggiori successi. La modifica della nostra politica nel settore coincise con un cambio generazionale alla testa della Monarch. A guidarla per portare a compimento le strategie future fu chiamato Alan Snudden, proveniente dalla Dan Air e persona conosciuta e rispettata negli ambienti della City londinese e del «Trade». Mio padre, dimostrando una buona dose di coraggio, si convinse della bontà di un investimento che doveva portare nel volgere di pochi anni la compagnia a disporre di una flotta di aerei di nuovissima generazione (Boeing 757), tecnologicamente all’avanguardia e altamente performanti che ci ha consentito, per molto tempo e fino alla trasformazione dell’industria delle costruzioni aeronautiche e all’avvento dei voli low cost, di godere di una posizione molto vantaggiosa e competitiva nel panorama dei voli a corto raggio tra alcuni Paesi europei e varie destinazioni turistiche del Mediterraneo».
Come affrontò suo padre le trasformazioni tecnologiche, prima fra tutte la rivoluzione informatica, che dagli anni Ottanta cambiarono anche il mondo del turismo?
«L’informatizzazione dei sistemi di organizzazione e di gestione aziendale ha rappresentato una fase evolutiva delle attività assolutamente fondamentale. È stato un processo che, all’interno delle nostre aziende, ha visto un mio personale coinvolgimento e anche un momento di confronto tra due visioni che erano espressione di diverse generazioni. Mio padre riconosceva tutte le potenzialità di uno strumento, il computer, che tuttavia lui si rifiutava di usare. Allo stesso tempo era restio, almeno all’inizio, nei confronti di un investimento che, oltre ad essere molto consistente, implicava la trasformazione di tutti quei sistemi di gestione e di organizzazione del lavoro che avevano funzionato benissimo in passato e che, aggiungo io, gli consentivano di controllare e dirigere ogni situazione. Sono stati mesi e anni di discussioni e in un certo senso anche una sorta di sfida da parte mia, ma alla fine lui ha dovuto riconoscere essere stata un’evoluzione indispensabile per la continuità delle nostre attività».
Nel 2003 Sergio Mantegazza diede vita alla Fondazione Metis. Come arrivò a maturare questa scelta?
«Nella sua formazione e nella conduzione degli affari, mio padre ha sempre cercato di essere coerente rispetto a quei valori etici che fanno parte della tradizione della nostra famiglia. Ciò ha significato anche dare vita nel 2003, al momento del suo definitivo rientro in Ticino, ad una fondazione attraverso la quale esprimere la sua responsabilità sociale con l’obbiettivo di restituire alla comunità ticinese parte del benessere che questo territorio gli aveva consentito di creare. Da quando è stata costituita la Fondazione Metis ha sostenuto numerose iniziative che operano nell’aiuto sociale, nello sviluppo del territorio e nella cultura, individuando campi d’azione particolarmente strategici per lo sviluppo economico-sociale e la qualità della vita in Ticino: in particolare, quello dell’eccellenza delle cure sanitarie e della ricerca scientifica. Una grande sfida che ha contribuito a portare avanti è stata quella di realizzare e sviluppare l’Università della Svizzera italiana. E poi ancora, il prezioso sostegno nei confronti di un campo della ricerca come il calcolo computazionale e l’insegnamento dell’informatica, di grande attualità e potenzialità per il futuro».
Abbiamo molto parlato della sua vocazione imprenditoriale. Come era invece nel ruolo di padre di famiglia?
«La sua concezione della famiglia era senz’altro molto tradizionale ed era profondamente convinto che il suo compito principale fosse quello di creare il nostro benessere economico, anche se questo voleva dire essere per lungo tempo assente da casa. Ciò ha significato anche desiderare che noi figli, una volta terminati gli studi, entrassimo direttamente nella conduzione delle nostre aziende, nei ruoli che a lui sembravano essere più adatti e convenienti. Ciò ha comportato, almeno per quanto mi riguarda, anche talune incomprensioni che tuttavia penso mi abbiano poi portato ad essere il suo più valido collaboratore. L’intesa, durata per molti decenni, è stata trovata sulla base di un preciso accordo, non scritto ma cementato nell’affetto e nel reciproco rispetto: lui indicava le scelte che andavano fatte e gli obbiettivi da raggiungere, ma poi doveva lasciare che fossi io a fare in modo che le cose accadessero e funzionassero, senza nessuna pretesa da parte sua di imporre il suo modo di gestire fatti, persone e aziende».
In Ticino, i fratelli Mantegazza sono stati molto spesso indicati come un duo inscindibile. Ma quali erano i rapporti che lo legavano a Geo?
«I due fratelli sono sempre stati legati tra loro da un fortissimo sentimento di stima e di affetto, nonostante le differenze di personalità e carattere, e la loro complementarietà ha fatto sì che la loro immagine pubblica venisse spesso associata. All’inizio poi hanno anche unito le loro attività, tanto che Geo, prima di dedicarsi totalmente al settore immobiliare, ha partecipato alla gestione diretta della flotta di pullman di nostra proprietà. Entrambi poi hanno sempre manifestato il loro attaccamento alla propria terra d’origine, seppur in maniera diversa. Se Sergio era un po’ il “ministro degli esteri”, Geo ha rappresentato da sempre la famiglia in Ticino, tenendo anche conto della popolarità acquisita attraverso il suo coinvolgimento nelle vicende dell’Hockey Club Lugano».
Al termine di questo incontro così ricco di spunti e memorie, come vorrebbe che fosse ricordato suo padre?
«Come un uomo sicuramente dotato di molte marce in più. Energia, equilibrio e fantasia, anzi direi creatività disciplinata, gli hanno sempre consentito di essere fortemente focalizzato sul suo lavoro, ma al tempo stesso non gli hanno impedito di godere di tutti i piaceri che una condizione di benessere poteva garantirgli. Ha affrontato la vita senza mai risparmiarsi, nel dare come nel ricevere, a cominciare dall’amicizia che per lui rappresentava un valore insostituibile. E poi, mi piacerebbe fosse ricordata la sua dimensione autenticamente internazionale, con i piedi saldamente ancorati nel suo Ticino, ma la testa libera di spaziare nel mondo».