Quando si parla di carriere nate per vocazione, quella di Giorgio Pasotti rappresenta quasi un’eccezione. Non c’è stato un sogno infantile di palcoscenico né un percorso lineare verso il cinema. Al contrario, tutto nasce da un altrove geografico e umano, lontanissimo dai riflettori.
Partiamo dalle origini: com’è iniziato tutto?
«In modo completamente casuale. Da giovane volevo diventare medico, nello specifico medico sportivo. Studiavo medicina tradizionale cinese applicata allo sport a Pechino, nei primi anni ’90. Il mio progetto era chiaro: tornare in Italia e proseguire gli studi. E invece il destino mi ha portato a cambiare rotta. Una produttrice di Hong Kong cercava un ragazzo occidentale per un film. Mi proposero un provino e, più per curiosità che per convinzione, accettai. È stato l’inizio di una nuova vita».
Un cambiamento radicale, senza rimpianti?
«Nessuno. La medicina è stata una tappa importante, ma evidentemente non era la mia strada. Quando ho scoperto la recitazione me ne sono innamorato. È stato un percorso anche da autodidatta, fatto di tentativi e di studio personale. Il vero punto di svolta è arrivato quando il regista Daniele Lucchetti mi ha coinvolto nel film I piccoli maestri. Allora ho capito che poteva diventare un mestiere. Da quel momento è iniziato un viaggio che non si è più fermato».
Nel corso degli anni lei ha costruito una carriera che attraversa generi e geografie, lavorando molto anche all’estero: che tipo di esperienza è stata?
«Molto formativa. Ho girato negli Stati Uniti, in Europa dell’Est, in produzioni internazionali. In passato erano frequenti le coproduzioni e questo mi ha permesso di lavorare in inglese e confrontarmi con realtà diverse. Un bagaglio che va oltre la tecnica. Ogni esperienza all’estero ti costringe a uscire da te stesso. È una crescita culturale, prima ancora che professionale».
E per quanto riguarda i generi? Ha delle preferenze?
«Mi piace spaziare. La commedia e il dramma sono due mondi diversi ma complementari. Il privilegio di questo mestiere è poter vivere tante vite: interpretare persone lontanissime da te ti arricchisce profondamente. Negli ultimi anni il sistema produttivo italiano ha conosciuto una nuova vitalità, anche grazie all’arrivo di produzioni straniere. Le condizioni produttive rendono l’Italia molto attrattiva per le grandi produzioni internazionali. Questo crea opportunità per tutti: attori, tecnici, registi. È un’apertura importante verso una dimensione più globale».
Se il cinema è stato il primo amore professionale, il teatro rappresenta oggi il centro della sua identità artistica. Che cosa significa per lei il palcoscenico?
«Il teatro è la casa dell’attore. È lì che ci si misura davvero. Io ci sono arrivato tardi, facendo un percorso inverso rispetto a molti colleghi, ma oggi non potrei farne a meno. La differenza con il cinema è netta. Il pubblico presente ogni sera cambia tutto. È un confronto diretto, senza mediazioni. Se non fai teatro, secondo me, non puoi dirti davvero attore. Tra i progetti più cari, la regia di Otello, che continua a portare in tournée. È un lavoro a cui tengo moltissimo, e che continuerà a girare nei grandi teatri».
Tra cinema, televisione e regia, quali sono i progetti per il futuro?
«Uscirà presto un film per il cinema, Io non ti lascio solo, e una commedia su Rai 1. Poi sto lavorando al mio terzo film da regista, Sotto a chi tocca, e ad altri progetti che spero di portare a termine presto. Accanto al lavoro artistico, anche l’impegno istituzionale. Continuo la mia attività con il Teatro Stabile d’Abruzzo, che è una realtà a cui sono molto legato».
Nel suo percorso non manca un legame con la Svizzera, in particolare con il Ticino. Che rapporto ha con questi luoghi?
«Ho girato a Lugano un film tratto da Tolstoj, Quale amore, con Vanessa Incontrada. È stata un’esperienza bellissima. Il lago ha una doppia anima: può essere rassicurante ma anche generare inquietudine, ed è perfetto per certe atmosfere narrative. La Svizzera ha un territorio che mi affascina anche a livello personale. Amo la montagna e quei paesaggi. Mi trasmettono serenità, energia, una dimensione intima. Sono luoghi dove riesco a ritrovarmi».
Le piacerebbe tornare a lavorare in Ticino?
«Assolutamente sì. C’è una vicinanza culturale con l’Italia, ma allo stesso tempo una differenza che rende tutto interessante. È un equilibrio unico».



