«La guerra di aggressione russa cambierà definitivamente l’ordine mondiale ed economico globale. Per il potere e il ruolo della Cina nell’ambito di quest’ordine, molto dipende da come Pechino si posizionerà nei confronti della Russia e dell’Occidente nelle prossime settimane. In ogni caso, le relazioni commerciali con l’UE e gli USA sono molto più intense che con la Russia. Gli USA stanno acquisendo sempre maggiore potenza con le loro riserve di petrolio e gas, l’economia competitiva, le alleanze globali e i vantaggi geografici. Mentre l’UE dovrebbe mostrare una maggiore disponibilità a cooperare – specialmente sulle questioni pressanti dell’energia, del clima, della sicurezza e della politica fiscale. Questa settimana analizziamo le tendenze a lungo termine del nuovo ordine mondiale in termini di globalizzazione, catene di fornitura e libero scambio.
Complessità: quando commercio e cambiamento non si armonizzano
La globalizzazione sta chiaramente entrando in una nuova fase – non solo dal 24 febbraio di quest’anno, quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Ad esempio, il commercio mondiale, rispetto al risultato economico globale, si è già ridotto di circa 5 punti percentuali dalla crisi finanziaria del 2008. E ancora: dall’inizio della politica all’insegna dell’«America first» dell’ex presidente americano Trump, gli investimenti internazionali di capitale a lungo termine si sono dimezzati. Oltre alla guerra commerciale USA-Cina, anche un cambiamento della consapevolezza a livello dei consumi, la Brexit e la pandemia hanno inciso negativamente sulla globalizzazione. Tuttavia la campagna della Russia in Ucraina dovrebbe portare a un profondo ripensamento – sia in termini di dipendenze a livello di politica economica tramite le catene di fornitura globali che per quel che riguarda autonomia di approvvigionamento, geostrategia e politica industriale. Nelle ultime settimane, paesi come l’Indonesia, l’Ungheria, l’Argentina e la Turchia hanno iniziato a limitare le loro esportazioni alimentari – avvertiamo nell’aria una ventata di protezionismo. Che non si fermerà qui. La guerra della Russia, l’irremovibile solidarietà dell’Occidente, le massicce sanzioni economiche contro la Russia e gli ostentati avvertimenti a tutti gli amici di Mosca modificano le condizioni quadro della globalizzazione. Le implicazioni per l’economia e i mercati sono profonde.
«Déjà-vu»? L’ascesa delle autocrazie
Di primo acchito, molti aspetti ci ricordano la Guerra fredda. Ma allora era soprattutto una questione di rivalità militare-ideologica, che si esprimeva prevalentemente in una corsa agli armamenti e in guerre per procura. Economicamente, non esisteva una seria competizione con l’Occidente, né un commercio mondiale significativo al di là degli scambi di petrolio col Medio Oriente. A titolo di raffronto: è solo negli anni Cinquanta che l’Unione Sovietica riuscì ad aumentare il suo prodotto interno lordo (PIL) pro capite a un livello superiore al dieci % del PIL pro capite degli USA.1 La quota al commercio mondiale era sempre inferiore al quattro %, poiché l’URSS non produceva quasi alcun prodotto esportabile e semplicemente non aveva le infrastrutture per esportare le riserve di petrolio e gas. Come ha analizzato recentemente la rivista inglese «The Economist», la piccola quantità di commercio estero consisteva fondamentalmente negli scambi con gli Stati simpatizzanti del COMECON e in accordi isolati con l’Occidente: si siglò un importante accordo per il grano nel 1972 e a uno scambio Pepsi con vodka nel 1974. Le riserve di petrolio e di gas si poterono commercializzare solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica e grazie al forte sostegno sul piano dei capitali dell’Europa – non a caso. Perché in Occidente, all’epoca, si faceva affidamento sull’idea del «cambiamento tramite il commercio». Che si basa sulla formula «cambiamento attraverso il riavvicinamento», con cui il politico socialista della SPD Egon Bahr aveva introdotto la formula per la nuova politica orientale della Germania occidentale nel 1963. Si sperava che, con l’avvicinamento economico, un regime autoritario come l’Unione Sovietica si sarebbe aperto anche politicamente e socialmente. All’epoca, il concetto portò a dei miglioramenti nelle relazioni tra le due Germanie – ma, alla luce del conflitto odierno in Ucraina, sembra superficiale. Le condizioni economiche nella Cina di Mao e nei vicini Stati del Sud-Est asiatico erano ancora più precarie che in URSS. Ma, a differenza dell’Unione Sovietica, un’apertura economica di successo venne avviata in Cina sotto il successore di Mao, Deng Xiaoping (1904–1997). Quest’ultimo riconobbe presto il dilemma politico di un’integrazione economica con l’Occidente, accettando cioè il cambiamento tramite il commercio. Il suo aforisma «chi apre la finestra per far entrare aria fresca, deve aspettarsi che entrino anche le mosche» risuona ancora oggi a Pechino, e il corso è stato portato avanti. L’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) nel 2001 ha poi stabilito una simbiosi a livello economico tra la Cina e gli USA («Chimerica»), un unicum per entrambi i paesi. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno beneficiato enormemente dei bassi salari della Cina, delle esportazioni di merci a basso costo e del reinvestimento delle eccedenze di valuta estera cinesi in titoli di Stato statunitensi. La Cina ha così consentito di ridurre i tassi d’interesse e i tassi d’inflazione negli USA. Era l’epoca d’oro della globalizzazione. Dall’inizio degli anni Novanta, gli investimenti esteri globali sono aumentati di sei volte. Le esportazioni cinesi verso gli USA sono cresciute di 125 volte tra il 1985 e il 2015. Le enormi eccedenze di valuta estera hanno reso la banca centrale cinese il secondo più grande creditore estero degli USA, dopo il Giappone. La quota di persone che vivono in estrema povertà rispetto alla popolazione mondiale si è ridotta del 60 % dal 1990 – anche grazie all’ascesa della Cina.
Scosse nel «villaggio globale»
Ma dopo la «Chimerica» almeno tre shock hanno prodotto crepe irreparabili nella globalizzazione. In primo luogo, la crisi finanziaria del 2008 ha esposto il governo cinese a un rischio strategico correlato al suo investimento, totalmente non diversificato, di più di 1000 miliardi di dollari in titoli di Stato USA. In secondo luogo, la guerra commerciale USA-Cina del 2018 di Donald Trump ha colto Pechino sul piede sbagliato. Poco dopo, la pandemia ha reso evidenti al pubblico mondiale le dipendenze precarie delle catene di fornitura globali «just-in-time» durante un lockdown. Inoltre, si sta già manifestando un ripensamento della relazione tra economia, valori e visione del mondo tra i consumatori e i governi occidentali. Attualmente, l’economia globale è più grande, interconnessa, competitiva e interdipendente. L’ascesa della Cina, secondo alcuni, ha inaugurato un decennio asiatico. Ma le differenze ideologiche tra la Cina e l’Occidente sono in irritante contrasto con la loro. I piccoli e medi Stati del Sud-Est asiatico, da Singapore all’Indonesia, cercano di perseguire i propri interessi tra questi poli politici. Rivalità, alleanze e dipendenze rendono la costellazione globale complessa. È vero che la dipendenza economica, almeno secondo quanto si crede, favorisce il comportamento cooperativo. Ma la storia insegna che gli Stati non sempre si orientano agli interessi economici. La guerra commerciale tra gli USA e la Cina è avvenuta principalmente a spese dei consumatori americani. I consumatori britannici hanno pagato la Brexit con un’inflazione importata e una sterlina debole. La guerra della Russia in Ucraina farà arretrare a livello economico il più esteso paese del mondo per anni. Effettuando una valutazione dei dati della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e di altri studi, «The Economist» stima che oggi il cosiddetto mondo autocratico – che include autocrazie chiuse come la Cina, il Vietnam o l’Arabia Saudita e autocrazie elettorali come la Turchia o la Repubblica Democratica del Congo – rappresenta più del 30% del risultato economico globale. Una cifra che è più del doppio della rispettiva quota alla fine della Guerra fredda. La percentuale di questi Stati sulle esportazioni globali è salita alle stelle durante questo periodo. Nel 1989, il valore di mercato combinato delle società quotate in borsa in tali paesi rappresentava solo il tre % del valore totale globale. Oggi è il 30%.
Rivalità di pari livello
Nel 2020, le autocrazie hanno investito circa nove bilioni di dollari statunitensi e le democrazie indicativamente dodici bilioni di dollari statunitensi in infrastrutture per mobilità, produzione, acqua ed energia. Tra il 2018 e il 2020, le autocrazie hanno ricevuto più investimenti diretti esteri delle democrazie, spesso a causa dei loro bassi salari o delle materie prime. Ma le autocrazie ci hanno anche guadagnato proponendosi come luoghi d’innovazione. La loro quota sulle domande di brevetto globali è aumentata dal 1990 dal 5 % a oltre il 60 % – anche se a predominare è la Cina. 5/8 Si stima che un terzo delle merci importate dalle democrazie liberali proverrebbe da paesi meno democratici. Una maglietta su due indossata dai consumatori europei viene fabbricata in paesi dove i lavoratori hanno pochi diritti. La situazione è simile per il tè e il caffè. La maggior parte dei metalli preziosi o delle terre rare utilizzate nei nostri smartphone proviene da autocrazie. Inoltre, negli ultimi anni, le aziende delle democrazie hanno realizzato impianti di produzione per circa tre milioni di persone in paesi meno democratici. Complessivamente, le riserve valutarie degli Stati autocratici dovrebbero ammontare a quasi sette miliardi di dollari statunitensi. In sintesi: raramente la posta in gioco per la globalizzazione è stata più alta di oggi. A livello mondiale, le interdipendenze economiche creano un’immensa complessità, che le recenti interruzioni delle catene di fornitura hanno esemplificato. Nonostante la crescente sfiducia politica, non ci si deve però aspettare una fine della globalizzazione. Il mondo è troppo dipendente dalla divisione globale del lavoro, che ha creato molti vincitori, almeno sul piano economico. D’altra parte, è prevedibile che i grandi paesi come la Cina e gli USA si sforzeranno di ridurre la loro dipendenza dalle catene di fornitura straniere. Al contempo, gli accordi commerciali regionali o quelli tra Stati politicamente alleati stanno crescendo, a scapito delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Nel 2020, ad esempio, 15 paesi hanno sottoscritto la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), che mira a integrare economicamente il 30 % della popolazione mondiale nella regione Asia-Pacifico. Gli USA e il Giappone hanno suggellato la partnership CoRe al fine di promuovere la cooperazione tecnologica tra i due paesi. L’Arabia Saudita sta recentemente considerando di accettare anche lo yuan cinese per i suoi affari petroliferi. In Africa, l’African Continental Free Trade Area mira a promuovere il libero scambio regionale. Il boom degli accordi commerciali regionali dovrebbe proseguire. Conclusione? Rileviamo più attività affiancate che interconnesse.
Resiliente?
L’amicizia russo-cinese L’appello del governo statunitense a Pechino di condannare la guerra della Russia in Ucraina dovrebbe essere una sorta di «domanda decisiva» per il futuro della globalizzazione. Poiché il commercio di merci tra gli USA, l’Europa e la Cina costituisce ancora l’asse economicamente più importante della globalizzazione. La Cina consegue un totale di circa il 26 % del suo commercio estero con gli USA e l’UE. Questa cifra è undici volte di più del 2,4 % circa del commercio estero cinese con la Russia.
Anche se in futuro la Cina dovesse acquistare più petrolio russo (a prezzo scontato), non può ottenere altro gas dalla Russia a breve termine perché, semplicemente, non ci sono pipeline corrispondenti. Inoltre uno sguardo superficiale all’andamento economico delle due economie interne fa sembrare la Russia più un «junior partner».
Piuttosto promettente: la regionalizzazione crea nuove opportunità
Il nuovo ordine mondiale che deve ancora emergere avrà implicazioni sulle catene di fornitura e il libero scambio. Cinque pensieri sembrano particolarmente rilevanti per gli investitori in questo contesto:
- Il nuovo apprezzamento delle catene di fornitura regionali ha inizio con la costruzione di edifici per la produzione e la logistica a livello regionale. Dovrebbero beneficiarne imprese di costruzione specializzate, così come i produttori di impianti e macchinari. Non c’è dubbio che la tecnologia di costruzione intelligente, i nuovi materiali e le vie di trasporto brevi contano di più oggi che anni fa nel «vecchio» mondo. È probabile che gli insediamenti regionali saranno addirittura rilevati e sostenuti attivamente nell’ambito della nuova politica industriale.
- In questo decennio, l’espansione complessiva delle energie rinnovabili e una maggiore efficienza energetica diventeranno centrali per ogni nazione industrializzata. Lo ripetiamo: il tema degli investimenti ha molto futuro, ha opportunità di crescita e le valutazioni hanno margini di rialzo.
- La tendenza generale relativa ai consumatori responsabili influenzerà sempre di più le strategie commerciali dei produttori multinazionali di beni di consumo. Per esempio, nelle «farm verticali» l’agricoltura può risparmiare fino al 90 % di acqua, elettricità, pesticidi e fertilizzanti rispetto ai metodi agricoli convenzionali – e al contempo la produzione è più vicina ai consumatori.
- Si spalancano aree economiche parallele: la strategia della «dual circulation» della Cina esemplifica come i grandi paesi cercheranno in futuro di sfruttare gli aspetti migliori della globalizzazione – essendo allo stesso tempo economicamente autosufficienti per essere preparati ai conflitti sul piano politico. La tecnologia è un buon esempio di quest’andamento. Le grandi ondate di innovazione e sviluppo registreranno alti e bassi in Cina così come negli USA. Ma poiché non sono sincrone, creano ulteriori opportunità di diversificazione.
- Mentre la guerra e il protezionismo alimentano l’inflazione, la politica monetaria è ancora lontana dalla posizione sostenuta da Paul Volcker nel 1979. Il risultato potrebbe essere il mantenimento di tassi d’interesse reali negativi nelle nazioni industrializzate. A nostro giudizio, le partecipazioni in aziende redditizie su base duratura sono sempre state la migliore protezione contro un’espropriazione strisciante».