La sua nomina alla guida di ABT rappresenta a pieno titolo un ritorno a quel mondo finanziario che l’ha visto per tanti anni protagonista. Con quale spirito si accinge ad affrontare questo nuovo incarico?

«Con molto entusiasmo. Ho lasciato delle funzioni manageriali, dove è necessario dedicare molto tempo alla gestione quotidiana del business, per dedicarmi a funzioni dove ci si occupa di più di questioni che avranno un impatto a medio termine. C’è molto da fare e non mi sto certo annoiando».


Nel corso di questi anni, segnati da una grave crisi finanziaria internazionale, il sistema bancario svizzero ha subito non poche trasformazioni: quali sono i principali elementi strutturali di cui oggi occorre tenere conto?

«Per il private banking, certamente il passaggio da un mondo incentrato sul segreto bancario a un mondo dove la privacy del cliente resta importante ma dove sapere se i capitali sono dichiarati o meno al fisco di residenza non è più un tema, visto lo scambio automatico d’informazioni. La concorrenza fra piazze finanziarie resterà aspra e abbiamo vissuto sulla nostra pelle come ci siano Paesi che non hanno avuto remore a infliggere colpi sotto la cintola, a predicare bene e razzolare male.
Per il settore finanziario in generale, come d’altronde per tanti altri settori economici, l’impatto della digitalizzazione e delle nuove tecnologie in generale sarà nei prossimi 10 o 15 anni importante. Non si tratta solo dell’importanza dell’informatica (già oggi tantissimo ruota attorno all’IT) ma di un cambiamento radicale di paradigma. Il cliente fruirà in modo diverso dei servizi finanziari e le banche dovranno modificare radicalmente i propri processi.
Infine, tutta una serie di professioni nel settore sono destinate a sparire ma di nuove ne saranno create. La sfida a mio avviso sarà quella di riuscire a traghettare il maggior numero possibile di collaboratori da un mondo all’altro».


In questo contesto, quali ritiene che siano i punti di forza e quelli di debolezza del sistema bancario ticinese?

«I punti di forza sono quelli del sistema svizzero: un paese solido, affidabile, economicamente forte, giuridicamente stabile e un sistema bancario finanziariamente ben patrimonializzato, ricco di know how e esperienza, a tutt’oggi leader mondiale nella gestione patrimoniale offshore. I punti di debolezza sono un sistema troppo orientato ad un solo mercato, l’Italia. Paese che da anni ha un’economia stagnante (se l’economia non crea ricchezza, i patrimoni gestiti dalle banche non possono certo crescere) e che ultimamente non si può certo dire sia particolarmente aperto con le banche svizzere. La storia della Roadmap fissata con l’Italia e poi sistematicamente disattesa rappresenta un buon insegnamento».


Quali sono gli obiettivi che nel corso dei prossimi mesi e anni ABT dovrebbe perseguire?

«Al momento, seguiamo da vicino le trattative fra Svizzera e Italia per l’accesso al mercato cross border. Più in generale, come associazione di categoria, cerchiamo di seguire da vicino l’evoluzione della situazione (economica, normativa, regolamentare) e supportare i nostri soci». 


In particolare qual è il più importante progetto di ABT per il quale si sente di spendere tutte le sue energie?

«Il un mondo in profondo cambiamento, la cosa più importante è avere un personale sempre aggiornato e in grado di affrontare le sfide. La formazione diventa un fattore competitivo molto importante. Per una piazza finanziaria situata in un luogo relativamente piccolo (non siamo né Londra né New York, ma neanche Zurigo o Ginevra) sarà importante fare sistema fra istituzioni formative. USI, SUPSI, Centro Studi Bancari devono mettere in rete la loro offerta, evitare doppioni e collaborare per ottimizzare l’uso delle risorse, di per sé molto limitate se paragonate alle grandi piazza finanziarie e universitarie».


Da ultimo, nel corso della nostra più recente intervista lei aveva espresso il desiderio di diradare i propri impegni per concedersi più tempo per studiare e scrivere. Ritiene che questa nuova avventura professionale le consentirà di portare avanti questo progetto?

«Come dicevo prima, non si tratta tanto di lavorare meno (anche se, rispetto al passato, riesco a ritagliarmi più facilmente qualche momento solo per me o per la famiglia) ma di occuparmi di altre cose. Meno operatività, più tempo dedicato allo sviluppo della strategia e alle funzioni di controllo. Il mondo in cui mi muovo è sempre lo stesso, ma la prospettiva è diversa e l’esperienza arricchente».