Partiamo da una domanda quasi d’obbligo. Come giudica lo stato attuale del sistema bancario ticinese? Ritiene che la “cura dimagrante” portata avanti nel corso degli ultimi anni potrebbe ritenersi giunta al termine?

«Probabilmente abbiamo ottenuto attualmente un punto di equilibrio tra domanda e offerta a seguito dei profondi sconvolgimenti che hanno coinvolto nel sistema globale globale e non solo: pensiamo solo alla crisi iniziata nel 2007 ea quella dei Paesi dell’area dell’euro, nonché tutto ‘ abolizione del segreto bancario con tutte le conseguenze che ha generato. Tutto questo ha determinato nel corso degli anni una progressiva e consistente riduzione della redditività della gestione delle banche, particolarmente evidente in una situazione come quella ticinese dove era l’era per lo più finalizzato al Private Banking.Le cause di questa contrazione sono molti e vanno ricercate soprattutto in un aumento dei costi legati alla crescita delle norme regolatorie, alla fondamentale importanza delle masse amministrate».

Guardando in particolare alla situazione del Cantone, le banche ticinesi si dimostrano in grado di fare fronte alla nuova situazione?

«È proprio questa situazione di equilibrio instabile di cui precedentemente parlavo. Gli istituti svizzeri e ticinesi affrontano pesantemente la difficoltà di erogare prestazioni e servizi ad una tariffa prevalente italiana, ora diventa neutra a seguito delle diverse manovre di emersione fiscale promosse nel corso degli ultimi anni e che ha scelto di mantenere i propri averi nel deposito nel territorio elvetico, causa di un perdurante divieto per banche e gestori patrimoniali svizzeri di controllo sul territorio italiano. Da ciò nasce un’insoddisfazione da parte del cliente italiano e da una difficoltà per le banche ticinesi di mettere in campo tutte le competenze che sono all’interno del nostro sistema finanziario e che meriterebbero di essere valorizzate».

A suo giudizio, sono ipotizzabili soluzioni a breve-medio termine?

«Penso che un accordo definitivo tra i due Paesi sia sia tutta la materia non sia al momento probabile. Questa situazione condiziona pesantemente la qualità delle relazioni con i clienti italiani, una seconda della tipologia di clienti di ogni istituto, dove un lato i clienti “storici”, magari non più giovani, ricevono con piacere l’idea di presentare fisicamente un Lugano per incontrare il proprio gestore patrimoniale, le nuove generazioni (35-50 anni) sono invece fortemente orientati verso l’utente di una banca “digitale” nei confronti della quale vengono meno i conti per essere gestiti in Svizzera. Per contro il nostro sistema finanziario può offrire ancora interessanti opportunità, sia per il permanente di una certa “confidenzialita” nei confronti del proprio consulente,

In sintesi, dobbiamo attenderci ulteriori “scossoni” all’interno della piazza finanziaria ticinese?

«Direi proprio di sì. Per quanto riguarda gli istituti bancari, il peggio è probabilmente passato, con chiusure, le acquisizioni e le fusioni di cui abbiamo assistito negli scorsi anni, teniamo presente nel 2020 entrerà in vigore una nuova normativa molto più stringente per quanto riguarda i gestori patrimoniali associati e dunque è facile prevedere un nuovo assestamento della piazza».

In che misura le nuove tecnologie devono condizionare l’utente futuro del sistema finanziario?

«Prevederlo oggi con certezza è praticamente impossibile ma è sicuro che la modifica di queste nuove tecnologie costituisca una possibilità attraverso le quali, in tutto il mondo, si sta cercando di disegnare il futuro della finanza e dell’economia. Probabilmente le criptovalute – stante un’eccessiva volatilità e una tecnologia non scalabile – si diffonderanno in quegli ambiti in cui il sistema bancario e finanziario stenta è ancora sviluppato, e cioè nei Paesi in via di sviluppo e per tutte quelle quelle monetarie che oggi sono regolate cash e che domani potrebbero essere utilizzati in valuta virtuale. Resta il problema di definire attraverso quali canali si spiega esplicitamente la politica monetaria e come devono evolversi regolati e di vigilanza».

Ma l’essere di queste nuove tecnologie potrà davvero essere accessibile a tutti?

«È questo un punto di grande interesse e intorno a quale non mi sembra ancora maturata una prova su difficoltà da superare cui stiamo andando incontro. Gli investimenti da ricerca in ricerca e lo sviluppo per portare avanti i processi di digitalizzazione delle banche sono ingentissimi e solo da parte di grandi gruppi che richiedono sostituti ed eventualmente ottengono nel tempo un vantaggio competitivo. Siamo ancora di fronte a processi ancora in gran parte sconosciuti in tutti i loro meccanismi e che continuano a seguire con molta attenzioni, anche perché sono prevedibili false partenze, ripensamenti e cambiamenti di rotta.È comunque indubbio che un medio termine potrebbe avere un forte impatto sulla nostra attività e sulla nostra vita quotidiana: in ogni caso non è fuori luogo ipotizzare che in un non lontano futuro».

Da ultimo, quale sarà scelto dalla Brexit sul sistema finanziario mondiale?

«Secondo un approccio molto concreto, tipicamente britannico, credo nel Regno Unito si cerca di raggiungere accordi che consentano, dopo l’abbonamento, di garantire alcuni vantaggi di cui oggi godono le banche insediate sulla piazza londinese. Quali accordi sono garantiti raggiungere e oggi difficile prevedere, ma è molto probabile che la capitale inglese sarà in grado non solo di mantenere ma anche di estendere i suoi vantaggi competitivi. Non dimentichiamo che Londra è nelle condizioni di offerta tutta una gamma di servizi bancari e finanziari integrati e soprattutto, la forza della sua piazza non va solo in un’ottica europea, ma soprattutto planetaria, guardando tanto ad Occidente che ad Oriente delle isole britanniche e dove hanno sede i due colossi economici mondiali».