La scorsa estate il Governo italiano ha varato un decreto legislativo che di fatto obbliga le banche extracomunitarie ad aprire una succursale in Italia per poter operare con la clientela locale. Nonostante la MiFID (la legislazione europea in materia) lasciasse uno spazio di manovra il Ministero dell’economia e delle finanze ha optato per la via protezionistica, chiudendo la porta agli operatori esteri.
La reverse solicitation, cioè l’iniziativa che assume la persona già cliente in forma esclusivamente personale nel richiedere un servizio, senza un intervento attivo dell’intermediario finanziario, può applicarsi alla clientela già esistente ma non risolve la questione delle strategie per il domani della piazza finanziaria e del suo sviluppo.
La via della costituzione della filiale con dipendenti e consulenti locali, nonché soggetto fiscale italiano e con esclusione di commistioni transfrontaliere, è l’unica operativamente praticabile, e tutte le altre forme ibride non hanno solidità, anche se vengono talvolta evocate. Il tema dei servizi finanziari cross-border con l’Italia è stato oggetto di un recente seminario al Centro di Studi Bancari a Vezia, durante il quale sono stati analizzati gli scenari e i rischi dell’attuale situazione che esclude la possibilità di conseguire nuova clientela. Altri rischi possono venire dalla clientela stessa, cioè i clienti post voluntary disclosure smaliziati che vantano più pretese rispetto a prima nei confronti degli intermediari.
Possono intentare azioni legali ed effettuare segnalazioni ad organi quali Consob o Bankitalia e, in base alla Convenzione di Lugano, è facile per loro agire presso i tribunali dei loro luoghi di residenza, forti della normativa comunitaria Mifid II, vedendo applicati non il Codice civile o quello delle obbligazioni svizzeri ma le leggi italiane, con tutte le conseguenze del caso.
Due sono le strategie estreme: una «svizzerizzazione» totale del business od assimilare pienamente gli standard comunitari, accontentandosi della reverse solicitation e gestendo al meglio il rischio cross-border. Cosa non semplice, però, in quanto criticità e zone d’ombra non mancano anche per questa soluzione. Sono vietate promozioni ed inviti, anche a distanza, stimoli e comunicazioni «personalizzate», pubblicità non istituzionale. Delicato è l’uso del web, l’interagire con professionisti e fiduciarie italiane e la cautela è d’obbligo anche per i viaggi oltre frontiera del gestore e del consulente.
Le soluzioni, se vi saranno, non verranno da Roma, ove mancano gli interlocutori e comunque si rimanda a Bruxelles. Potrà intervenire semmai l’ESMA, l’agenzia europea di supervisione dei mercati, ma solo dopo la Brexit, che potrebbe rappresentare peraltro per la Svizzera un’opportunità, qualora Londra riesca a spuntare buone condizioni di operatività nei mercati comunitari, a cui noi potremmo «accodarci».
Anche lo scambio automatico d’informazioni, che avrebbe dovuto rappresentare una contropartita per l’accesso al mercato italiano, prospettiva rivelatasi poi fallace, presenta aspetti critici. Se il cliente italiano ottiene un credito lombard, la banca dovrebbe pagare in Italia le tasse sui relativi interessi, per non dire delle diverse regolamentazioni della materia successoria.
Se i clienti italiani sono rimasti fidelizzati agli istituti ticinesi, come indica la forte percentuale di permanenza dopo scudi e voluntary disclosure, per i loro eredi le scelte potrebbero essere diverse. Anche in questo senso, i prossimi anni risulteranno critici per il private banking ticinese: gestori e consulenti saranno chiamati a scongiurare conflitti familiari e a mantenere le relazioni pianificando le soluzioni più opportune, dal testamento alle polizze vita, dalla società semplice al trust, con un occhio all’intero patrimonio del cliente.
Ticino for Finance
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Istituti bancari e Finanza
Accesso al mercato italiano
26 Luglio 2018