Quali sono le principali incognite relative alle conseguenze economico-finanziarie derivanti dal diffondersi della pandemia?¨
«Sono molte e, sebbene possa sembrare particolare, per certi versi sono direttamente legate all’incertezza medica che accompagna il virus. Le poche conoscenze di questo virus oggi non ci permettono di capire come questo reagirà alle condizioni meteorologiche, quali siano le misure di protezione più indicate – vedi la diatriba legata alle mascherine – e come si comporta il virus nelle diverse fasce di popolazione, ad esempio nei bambini. Queste mancanze di conoscenza si traducono direttamente nell’incertezza sulla durata della pandemia, sul tempo necessario per trovare cure o vaccini e in ultima analisi sulla durata delle limitazioni che toccheranno l’economia. E, questo non lo scopriamo oggi, l’incertezza è veleno per le imprese poiché toglie l’opportunità di pianificare investimenti, riduce la fiducia dei consumatori e induce così ad un circolo vizioso che poterà più che verosimilmente ad una recessione nel 2020. L’essere umano non è fatto per vivere in condizioni di incertezza e questa nostra debolezza si manifesta in tutta la sua intensità nel sistema economico. Che è fatto di persone rispettivamente di attese e stati d’animo».
L’impossibilità di mantenere scadenze e termini di consegna a causa dell’emergenza, creerà danni alle aziende e all’economia del Cantone?
«Sì, anche se non solo alle imprese alle nostre latitudini. Sarebbe molto problematico se ad essere colpita fosse solo una regione o un continente poiché clienti e fornitori avrebbero la possibilità di rifornirsi altrove e modificare a lungo termine le proprie relazioni commerciali. Colpendo tutto il mondo il rischio di perdere definitivamente clienti è inferiore. Il problema è un altro: i clienti non sono più in grado di mantenere il livello degli ordinativi come in precedenza. Questo a cascata di traduce in minor lavoro per fornitori e fornitori di fornitori. Sono toccati tutti. Vincerà chi esce prima dalla crisi e chi avrà il fiato abbastanza lungo per non fallire».
Gli imprenditori, di fronte a questa grave e complessa situazione che ha colpito indistintamente tutti i settori, si aspettano dalle istituzioni un segnale forte in loro sostegno?
«Dobbiamo ammettere che, considerata la gravità della situazione, il Governo e il Parlamento hanno agito “alla Svizzera”: in modo mirato e veloce. Immettendo subito molta liquidità le misure hanno permesso a molte imprese di non fallire per questioni di insolvenza, mentre lo strumento del lavoro ridotto – sperimentato già in precedenti crisi, come quella del franco forte – ha permesso di mantenere una buona parte degli impieghi. Quello che è più preoccupante è ora “l’onda lunga” della crisi. Non sarà possibile ristabilirsi in poche settimane e non è possibile pretendere che lo Stato aiuti ad oltranza. Ora sono necessarie la capacità imprenditoriale, l’innovazione e la flessibilità. Come imprese di famiglia abbiamo il vantaggio che l’azionariato ha una visione a lungo termine e dunque un calo prevedibile come quello che stiamo affrontando non modifica sostanzialmente la strategia e l’impegno. Si tratta di un vantaggio enorme rispetto ad imprese il cui azionariato è mosso da riflessioni sul breve periodo».
Da più parti sono stati evidenziati i limiti di un’economia globalizzata nell’affrontare la pandemia. Quando l’emergenza sarà superata, quali trasformazioni si potrebbero manifestare nell’organizzazione del sistema economico mondiale?
«È molto facile e scontato imputare ora la colpa alla globalizzazione. Questa ha permesso nel corso degli anni una suddivisione del lavoro e una crescita economica senza pari, che è andata a beneficio anche di regioni in via di sviluppo. Come ogni modello, ha anche un prezzo da pagare. Una probabile casualità su un mercato del pesce a migliaia di chilometri da noi ha messo in ginocchio la nostra economia come quella di tutti gli altri. Più che il modello economico da rivedere, questa crisi ci mostra quanto siamo cagionevoli come società – a tutti i livelli. Vi sono comunque ampi margini per trarre insegnamenti da questo momento storico: la digitalizzazione beneficia di una grande spinta e non solo a livello commerciale. Abbiamo capito molte cose: le competenze informatiche e digitali sono necessarie a tutti, dalla nonna in videocontatto con il nipote, alle aziende che possono ridurre le distanze con fornitori e clienti. O ancora, l’abilità di lavorare sotto pressione, le diverse forme di telelavoro che permettono guadagni di efficienza non solo in tempi di coronavirus. Come imprenditori non possiamo voltarci indietro a cercare colpevoli: guardiamo avanti e cerchiamo opportunità».