Claudia Zorloni, prima di parlare del suo impegno sociale, come si presenterebbe e quali aspetti della sua storia personale ritiene importanti?
«Mi considero una donna attiva ed entusiasta, che ama la vita, le persone e il lavoro. Il piacere di dare, di offrire senza attendere un grazie, la gioia di chi riceve hanno sempre dato senso alla mia esistenza. Per questo ho scelto il settore alberghiero, che richiede e consente il contatto autentico con gli altri. Nell’ambito dell’accoglienza, la cura e l’attenzione alle esigenze soggettive sono infatti valori essenziali».
Nel suo percorso di vita, c’è qualcuno che considera un mentore, anche se non si è mai definito tale, e che ha influenzato il suo modo di guardare agli altri e al mondo?
«Fin dall’infanzia, nei nostri viaggi familiari in India, ho visto in Madre Teresa di Calcutta l’insuperabile modello di dedizione agli altri, soprattutto ai meno fortunati. Nella quotidianità, invece, ho potuto assorbire costantemente il potente esempio di mia madre. Con la massima disponibilità, si è sempre prodigata ad accompagnare le persone che percepiva nel bisogno, non solo finanziariamente, ma dedicando loro il tempo necessario per l’ascolto, per una telefonata e per un gesto di vicinanza».
Quando pensa alla parola generosità, qual è il primo gesto concreto, piccolo o grande, che le viene spontaneamente alla mente?
«Il sorriso, un saluto dal cuore, una pacca sulla spalla, un abbraccio sincero sono per me gesti di pura generosità. Ma la disponibilità più efficace si manifesta nel sostenere ogni persona nel proprio percorso di crescita interiore e sociale, nella prospettiva della piena realizzazione di sé. Autonomia, competenza, relazione: per vivere intensamente e per mantenerci umani, abbiamo tutti bisogno di sperimentare le nostre attitudini, raggiungere obiettivi, condividere sogni, progetti, sentimenti, riflessioni e provare la gioia dell’incontro».
La filantropia non è fatta solo di grandi iniziative, ma anche di scelte quotidiane. Qual è un esempio di filantropia semplice e concreta che l’ha ispirata profondamente?
«L’amore per la persona, la solidarietà e la cura verso il genere umano implicano sempre un impegno pratico, altrimenti restano pure intenzioni. Mentre la beneficenza può far fronte a un’emergenza contingente, la filantropia richiede strategie mirate e iniziative strutturate e protratte nel tempo, in modo da contenere, prevenire ed eliminare alla radice le cause dei problemi sociali, attraverso investimenti a lungo termine di energie, lavoro e denaro. Ma i risultati, sempre superiori alle aspettative, gratificano in misura esaltante tanto chi dà quanto chi riceve aiuto.
La scelta di vita degli amici Adriana e Alberto Eisenhardt, che conosco da 35 anni, di occuparsi concretamente di bambini e ragazzi delle favelas brasiliane è per me il miglior esempio di solidarietà sociale, di una dedizione quotidiana che si trasforma in ricchezza umana, in luce per il futuro. Mi sono perciò appassionata al loro progetto, sostenendo le varie iniziative di Casa dos Curumins».
Guardando al suo percorso personale, quale momento l’ha portata a capire che sostenere gli altri avrebbe fatto parte del suo modo di vivere?
«Quando ero bambina provavo gioia e allegria nel condividere con gli altri ciò che avevo e le esperienze che vivevo: ho sempre amato le persone con cui entravo in contatto. Per me, quindi, non c’è stato un momento specifico di presa di coscienza delle varie realtà sociali, ma piuttosto un’evoluzione continua, maturata negli anni, del senso di appartenenza all’umanità, soprattutto quella deprivata e dolente. Ora vivo nella felice e grata consapevolezza che agire in ogni occasione con altruismo, aprendo orizzonti di speranza per chi non ha sufficienti strumenti per la propria sopravvivenza, rende l’esistenza più significativa e i legami affettivi più profondi».
L’associazione Casa dos Curumins opera nella Pedreira, una delle zone più fragili di San Paolo. Come descriverebbe che cosa rappresenta questa Casa per i bambini, i giovani e le famiglie che la frequentano?
«Dal punto di vista umano, un prezioso riferimento per un radicale cambiamento di rotta, cioè per la concreta possibilità di riscatto dal degrado e dalla miseria di un crescente numero di persone in condizione di vulnerabilità che, negli anni, hanno trovato davvero “casa”, cioè affetto, nutrimento, cura, istruzione e possibilità di espressione per crescere, emanciparsi e affermarsi nella vita. Per chi ha creduto fin dall’inizio a questa sfida, tessendo efficaci sinergie per offrire protezione dalla violenza e dall’abbandono, sostegno, educazione, ma soprattutto fiducia e amore, la Casa rappresenta la conferma che occorre investire costantemente e con passione sull’enorme potenziale che ogni persona può sviluppare per diventare protagonista della propria esistenza e contribuire così al benessere della società».
Durante la celebrazione dei vent’anni, nel vostro albergo di Villa Castagnola sono state condivise storie di giovani che, grazie al progetto, sono diventati ingegneri, dentisti, infermieri o musicisti. Quali testimonianze l’hanno toccata maggiormente?
«Accogliere, coinvolgere e orientare bambini, adolescenti e giovani – ma anche anziani, intere famiglie e comunità – a una migliore qualità della vita, attraverso opportunità di cambiamento di natura educativa, culturale, artistica, sportiva e umana: a distanza di due decenni, l’esito della costante azione dei fondatori e della crescente partecipazione dei sostenitori è evidente nell’esaltante mosaico di storie di vita e di rivincita personale e sociale.
La Casa, gli atelier, i programmi e gli spazi abitativi hanno trasformato l’assenza di prospettiva di bambini lasciati a sé stessi e di giovani cresciuti in strade polverose e case fatiscenti, in realizzazioni professionali e relazionali tali da riuscire a fondare, fuori dalla favela, nuove famiglie con un futuro dignitoso e sicuro.
Tutte le testimonianze raccontate dai protagonisti mi hanno profondamente commossa: avendo accompagnato il progetto fin dall’inizio e ospitando iniziative, presentazioni e opere dei ragazzi, Villa Castagnola è diventata il punto d’incontro tra due mondi apparentemente lontani, ma accomunati da una speranza attiva e dalla reciproca fiducia nell’umanità».
L’ Atelier Pipilù ha permesso a molti giovani di scoprire talenti e costruire un futuro diverso. In che modo, secondo lei, la creatività può diventare uno strumento di riscatto anche in contesti difficili?
«L’Atelier Pipilù della Casa dos Curumins è un progetto artistico sociale. La sua funzione principale è offrire una formazione umana completa, attraverso l’educazione artistica e un’istruzione di qualità, consente realmente ai ragazzi di superare ristrettezze, emarginazione e povertà, scoprendo le proprie abilità per realizzarle pienamente nel percorso di vita. Sono iniziative necessarie e doverose di vera trasformazione sociale, che rinnovano il mondo.
Molto gratificante per allievi e insegnanti è stato, per esempio, il successo della band musicale che si è esibita sul palco di Festival Jazz a Lugano. Molti ragazzi trovano infatti nella musica una professione, altri una possibilità di espressione e di condivisione, tutti un’esperienza di vita.
La creatività è dunque un forte valore, un’immensa risorsa poiché offre a ogni persona modi e spazi per estrinsecare la propria personalità e rimarginare le ferite profonde. Alcuni ex-allievi raccontano come l’esercizio della manualità praticato nei laboratori li ha qualificati come vetrinisti in grandi negozi di San Paolo, mentre altri espongono in mostre collettive, oppure, grazie a borse di studio mirate, frequentano università di belle arti, altrimenti inaccessibili.
L’Atelier Pipilu, il laboratorio artistico fondato nel 2019, rappresenta quindi un modello vincente per valorizzare l’estro individuale, incentivare la voglia di vivere e di condividere con gli altri il senso e il gusto della bellezza e dello stile».
Casa dos Curumins segue ogni anno centinaia di bambini, adolescenti e anziani. Quali aspetti del progetto considera oggi più urgenti da sostenere e quali speranze nutre per il futuro della comunità della Pedreira?
«Innanzitutto, è necessario assicurare la continuità di un impegno che premia con risultati eccellenti: l’iniziativa familiare dei fondatori ha aperto la strada a una vera e propria impresa solidale che si è consolidata negli anni tra la nostra realtà svizzera e quella brasiliana. I numeri parlano chiaro: sono oltre 600 i bambini e gli adolescenti seguiti ogni anno con progetti nell’ambito dell’istruzione, della musica, dell’arte, della cultura e dello sport, mentre più di 100 anziani vengono coinvolti in programmi sociali e del tempo libero».
Il progetto è nato da un gesto profondamente umano e continua a vivere grazie a legami personali. Che ruolo ha, secondo lei, la spiritualità nel modo in cui ci si avvicina alla filantropia e si sostiene una comunità così lontana geograficamente, ma così vicina nei valori?
«Secondo Adriana e Alberto Eisenhardt, una comunità solidale come la Casa «vive grazie ai legami, alle persone che credono che anche la bellezza – nei luoghi, nei gesti, nei colori – possa essere un atto sociale». La dedizione a una causa così nobile e umana non può che attingere un inesauribile slancio dalla verità evangelica e universale: la parola di Gesù “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare”, incarnata nella cura e nell’attenzione globale ai più piccoli, diventa per tutti nutrimento e vita».



