Gabriela Preisig Karnouk, nel suo ruolo di presidente e co‑fondatrice della Gamil Stiftung, come ripercorrerebbe le esperienze che l’hanno condotta alle responsabilità che oggi ricopre?
«Sono nata e cresciuta a Zurigo. Ho frequentato la Scuola Interpreti della città, dove ho studiato inglese, francese e spagnolo, coltivando un interesse particolare per quest’ultima lingua, insieme alla cultura e allo stile di vita del mondo ispanico. Dopo diversi soggiorni all’estero e il conseguimento di un master in ispanistica, ho intrapreso l’attività di insegnante di lingue e traduttrice. La mia passione si è così trasformata nella mia professione. Insegnare a giovani adulti e trasmettere loro il mio entusiasmo per le lingue – e in modo speciale per la lingua, la storia e la letteratura spagnole – è stato per me fonte di grande soddisfazione».
Che cosa l’ha spinta a impegnarsi in filantropia?
«Poiché mio marito ed io non abbiamo figli, dopo la scomparsa dei miei genitori mi è parso naturale destinare una parte del patrimonio ereditato al bene della collettività, in particolare a favore dei giovani meno privilegiati rispetto a quanto lo fossi io nella mia giovinezza. L’istituzione di una fondazione mi è sembrata la via più efficace per realizzare questo proposito. Invece di dover cercare con fatica progetti e organizzazioni che rispecchiassero i miei valori, una fondazione offre la possibilità di selezionare, tra una vasta gamma di richieste, quelle che appaiono più meritevoli e più in sintonia con i propri intenti».
Quali esperienze personali o valori influenzano il suo operato come presidente della Gamil Stiftung?
«Ciò che apprezzo maggiormente nel mio impegno all’interno della fondazione è il dialogo diretto con i giovani. Il loro entusiasmo è spesso contagioso, e continuo a sorprendermi della passione con cui trasformano le loro idee in progetti concreti: non per un tornaconto materiale, ma per generare un autentico valore sociale. Quando la nostra fondazione riesce a contribuire alla realizzazione di un’iniziativa animata da tanto impegno e che ci convince nel merito, ne ricavo una profonda soddisfazione».
Come descriverebbe oggi la missione della Gamil Stiftung e in cosa si distingue da altre istituzioni di sostegno?
«La missione principale della nostra fondazione è la promozione dell’infanzia e della gioventù. Quando, vent’anni fa, decidemmo di istituirla, rimasi profondamente turbata dall’aumento della violenza giovanile. Per molti ragazzi, la violenza rappresentava una sorta di eccitazione momentanea in un’esistenza percepita come vuota, priva di orientamento e di senso. Quando i genitori non riescono a coltivare nel bambino qualità naturali come curiosità, desiderio di conoscere ed entusiasmo, e non sono in grado di offrirgli attenzione, riconoscimento, protezione e sicurezza, allora è necessario che altre figure assumano questo compito.
Per questo la Gamil Stiftung sostiene istituzioni e progetti che mirano a permettere ai giovani di sviluppare il proprio potenziale intellettuale, creativo e umano, sia individualmente sia all’interno di un gruppo. A ciò si affianca la trasmissione di valori etici fondamentali per una convivenza pacifica e non violenta in una società democratica.
Non siamo certo gli unici a perseguire tali obiettivi: in Svizzera esistono numerose fondazioni con criteri di sostegno analoghi. Per noi è particolarmente importante mantenere un contatto personale con i beneficiari; tuttavia, ritengo che anche sotto questo profilo non ci discostiamo in modo sostanziale da molte altre realtà filantropiche».
Secondo quali principi la fondazione decide quali progetti sostenere?
«Sosteniamo la formazione dei giovani attraverso l’assegnazione di borse di studio e promuoviamo progetti rivolti a bambini e adolescenti. Tali iniziative dovrebbero, come già ricordato, stimolare le capacità intellettuali e creative, ma anche rafforzare le competenze sociali, il senso di comunità, il rispetto, la tolleranza e la responsabilità nei confronti delle persone, degli animali e dell’ambiente. Questo obiettivo può essere perseguito in molteplici modi: tramite le arti, attraverso campi di formazione e workshop, oppure mediante esperienze di scoperta nella natura.
La nostra attività di sostegno si concentra su progetti di piccole dimensioni in Svizzera, privi di finalità lucrative e non già finanziati in misura significativa da enti pubblici. All’estero sosteniamo soltanto poche organizzazioni di nostra conoscenza diretta, sottoposte a supervisione svizzera, che accolgono bambini di strada e orfani, offrendo loro nutrimento e un percorso educativo».
Quali temi culturali o sociali le stanno particolarmente a cuore?
«Arte e cultura, lingua e comunicazione rivestono per me un’importanza essenziale. Letteratura, musica, teatro, cinema, ma anche storia e filosofia, nutrono la mia mente e i miei sensi, ampliando il mio orizzonte interiore. Ne ho bisogno come dell’aria che respiro. Una società in cui arte e cultura non possano esprimersi liberamente rischia di soffocare.
Per continuare a “respirare” anche in futuro, è però indispensabile preservare la natura. Per questo attribuisco grande valore all’educazione ambientale, sostenendo programmi che sensibilizzano i giovani a un uso rispettoso e consapevole delle risorse naturali».
In che modo la strategia di sostegno della fondazione si è trasformata nel corso degli anni dalla sua istituzione, e quali processi di apprendimento ne hanno guidato l’evoluzione?
«Fin dall’inizio la promozione dei giovani ha rappresentato per noi una priorità, pur sostenendo anche progetti destinati a un pubblico più ampio, purché di rilevanza sociale. Con il tempo, la notorietà della fondazione è cresciuta e, con essa, il numero delle richieste. Ciò ci ha indotti a restringere progressivamente i nostri ambiti di intervento, concentrandoci esclusivamente sulla promozione dell’infanzia e della gioventù.
Poiché il volume delle domande continuava comunque ad aumentare, abbiamo deciso di distribuire i fondi disponibili su un numero maggiore di progetti, anziché sostenere pochi beneficiari con contributi più consistenti. Abbiamo così imparato che, spesso, anche un aiuto modesto può rivelarsi decisivo per la realizzazione di un’iniziativa».
Quale funzione dovrebbe assumere una fondazione come la Gamil Stiftung nell’attuale scenario di rapido mutamento?
«Le fondazioni come la Gamil Stiftung sono chiamate a svolgere un ruolo di responsabilità sociale e civica. La nostra si adopera dunque per offrire le condizioni finanziarie necessarie alla realizzazione di progetti e programmi educativi capaci di fornire ai giovani strumenti e orientamento per affrontare una realtà sempre più complessa e difficile da interpretare. A ciò si affianca la sensibilizzazione ai rischi connessi all’uso dei media digitali e dell’intelligenza artificiale, così come la promozione della lettura e delle competenze linguistiche, indispensabili per entrare in relazione con il mondo e orientarsi al suo interno. Anche iniziative che favoriscono una comprensione approfondita delle dinamiche politiche ed economiche, delle strutture e delle regole che governano la vita collettiva, possono offrire un sostegno prezioso per non smarrire punti di riferimento in un contesto in continuo mutamento».
In che modo immagina l’evoluzione del panorama culturale futuro e quale contributo può offrire la sua fondazione alla sua realizzazione?
«Uno scenario culturale ideale è, per sua natura, in costante fioritura. Nelle nostre società altamente tecnologizzate e profondamente meccanizzate, l’essere umano rischia di delegare alle macchine – o di subordinare all’intelligenza artificiale – le proprie facoltà intellettuali e creative. Arte e cultura costituiscono una controforza essenziale, capace di preservare e alimentare la dimensione creativa dell’uomo, impedendole di inaridirsi. È dunque fondamentale averne cura, sostenendole tanto attraverso politiche pubbliche quanto mediante iniziative private».
Quali nuove forme di collaborazione tra arte, scienza e società ritiene necessarie per favorire cambiamenti duraturi?
«Assistiamo a un numero crescente di esperimenti interdisciplinari in cui arte e scienza convergono. Di particolare valore sono, a mio avviso, le collaborazioni tra realtà teatrali e prestigiosi istituti di ricerca, che consentono di sviluppare iniziative comuni in grado di tradurre e comunicare a un pubblico ampio saperi scientifici altrimenti riservati agli ambienti accademici.
Attraverso una traduzione artistica dei contenuti scientifici, arricchita da interrogativi filosofici e riflessioni critiche sulla società, è possibile rendere percepibili in modo immediato anche le questioni più complesse. Una cooperazione tra arte e scienza può illuminare da prospettive diverse i grandi problemi del nostro tempo – dal cambiamento climatico alla perdita di biodiversità. Sono convinta che sinergie di questo tipo possano favorire un profondo ripensamento nel pubblico e contribuire a modificare in modo duraturo i comportamenti di consumo».
Se potesse dare forma alle sue visioni più audaci, senza alcun limite di risorse o condizioni, quali progetti vorrebbe realizzare?
«Le visioni, spesso, sfiorano l’utopia. E tuttavia mi piacerebbe immaginare un mondo in cui, disponendo di mezzi illimitati, sia possibile garantire a ogni essere umano istruzione, benessere e pari opportunità. E sogno che, in un futuro non lontano, si possano sviluppare tecnologie capaci di assicurare una vita dignitosa e prospera senza compromettere l’ambiente né le basi naturali della nostra esistenza».



