Susanne Schroff, lei è cresciuta nell’area di Karlsruhe e, in seguito, ha studiato e lavorato in diversi Paesi. In che modo le sue radici e il suo percorso internazionale hanno contribuito a forgiare la persona e il leader che è oggi?
«Sono nata in una famiglia in cui l’imprenditorialità era parte della vita quotidiana. Mio padre aveva fondato molto presto un’azienda di elettronica, e mia madre partecipava attivamente all’attività. Così, ancor prima di comprenderne la portata, osservavo dal tavolo della cucina il peso delle decisioni, il senso della responsabilità, la capacità di affrontare l’incertezza. Quelle conversazioni, ascoltate quasi di nascosto, hanno sedimentato in me un modo di guardare al lavoro e al dovere che non mi ha più abbandonato.
Dopo la maturità, il desiderio di scoprire il mondo è diventato irresistibile. Ho studiato e lavorato in Paesi diversi, lasciandomi affascinare da culture nuove, da modi di pensare che ampliavano il mio orizzonte. Ogni incontro, ogni città, ogni lingua ha contribuito a rendermi più aperto, più capace di comprendere e dialogare con persone lontane dalla mia esperienza originaria.
Alla fine dei vent’anni sono rientrata in Europa per assumere responsabilità nell’azienda di famiglia, la Rotronic, in Svizzera. Portavo con me non solo ciò che avevo imparato all’estero, ma anche una consapevolezza più matura: quella di essere cresciuto in un contesto privilegiato, e che proprio da quel privilegio nasce un dovere, un impegno verso gli altri e verso l’impresa che rappresento».
Quali valori fondamentali guidano le sue decisioni nella vita privata così come nel suo impegno imprenditoriale e filantropico?
«Al centro di tutto, per me, vi è l’autenticità: lo sforzo costante di rimanere quanto più possibile fedele a sé stessi. È un principio che considero irrinunciabile, una sorta di bussola interiore che orienta le mie scelte, grandi e piccole.
Accanto ad essa, attribuisco un’importanza altrettanto profonda al rispetto e alla tolleranza verso modi di pensare e di vivere diversi dal mio. Nel corso degli anni ho imparato quanto sia arricchente incontrare prospettive lontane dalle proprie certezze, e quanto sia necessario accoglierle con apertura e curiosità. Sono valori che cerco di incarnare non solo nella sfera personale, ma anche nel mio agire imprenditoriale e filantropico, dove il confronto con l’altro diventa occasione di crescita reciproca.3. Sie haben an renommierten Institutionen wie Mannheim, der Sorbonne und der Harvard Business School studiert».
Quali esperienze formative di quel periodo continuano ad accompagnarla ancora oggi e per quale motivo?
«Tutte quelle tappe hanno lasciato un’impronta profonda. Dopo gli studi in Germania desideravo conoscere consapevolmente altre culture e prospettive: poter svolgere una formazione all’estero è un privilegio raro. Ancora oggi sono intimamente convinto del valore dell’apprendimento lungo l’intero arco della vita. C’è qualcosa di straordinario nel lasciarsi coinvolgere sempre da ciò che è nuovo – e, per di più, mantiene giovani nello spirito.
Ogni tappa di quel percorso ha lasciato un segno profondo. Conclusi gli studi in Germania, avvertivo il desiderio consapevole di aprirmi ad altre culture, di confrontarmi con prospettive diverse dalle mie: poter svolgere una formazione all’estero è un privilegio che non ho mai dato per scontato. Ancora oggi rimango fermamente persuaso del valore dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita. C’è qualcosa di straordinario nel lasciarsi sorprendere dal nuovo, nel accogliere ciò che non si conosce: un esercizio che arricchisce, rinnova e, in un certo senso, mantiene giovani nello spirito».
Nel suo itinerario umano e professionale, la filantropia ha assunto un ruolo centrale. Come interpreta, in prima persona, l’atto di farsi sostegno per gli altri?
«Sono profondamente convinta che aiutare il prossimo renda felici. Forse, a ben vedere, questa motivazione contiene persino una sfumatura di sano egoismo. Ciò che davvero conta, tuttavia, è l’impatto concreto che il nostro aiuto può generare e la consapevolezza di compiere qualcosa di autenticamente utile per gli altri».
La SANNI Foundation è oggi una realtà pienamente consolidata. Qual è stato l’elemento scatenante della sua nascita e quale visione desiderava realizzare attraverso di essa?
«Circa venticinque anni fa mi recai per la prima volta in India, per visitare un progetto dedicato al diabete in Kerala, sostenuto allora dai miei genitori. Fu in quell’occasione che incontrai Father Jose – un’esperienza che ha lasciato un segno profondo. Conobbi persone animate da un desiderio autentico di aiutare il prossimo, e altre che, senza quell’aiuto ricevuto, non sarebbero sopravvissute.
Poiché ormai la mia vita si svolgeva principalmente in Svizzera e desideravo promuovere iniziative mie – in particolare, insieme a Father Jose, a favore dei bambini che vivono in condizioni di estrema povertà – decisi di fondare la SANNI Foundation. Oggi anche molte persone del mio entourage hanno scelto di impegnarsi, animate dalla volontà di garantire che le loro donazioni raggiungano direttamente chi ne ha più bisogno».
Gli obiettivi statutari della SANNI Foundation – istruzione, salute, autodeterminazione – sono estremamente concreti. Quale di questi ambiti le sta particolarmente a cuore e per quale motivo?
«Ritengo che ciascuno debba sostenere ciò che lo tocca davvero nel profondo. Per quanto mi riguarda, il confronto diretto con la povertà estrema mi ha reso evidente una verità semplice: senza salute e un’alimentazione adeguata, né l’istruzione né l’autodeterminazione possono diventare realtà».
C’è un progetto della SANNI Foundation che, più di altri, incarna il suo modo di concepire la filantropia?
«Il nostro Medical Village in Kerala rappresenta in modo emblematico il nostro approccio. Vi sorgono tre ospedali, un orfanotrofio, una casa per anziani e diversi programmi dedicati alla promozione delle donne. I pazienti più abbienti contribuiscono a sostenere quelli meno fortunati: un sistema che permette alla struttura di autosostenersi e di operare in modo duraturo.
In linea generale, perseguiamo il principio dell’aiuto che rende autonomi: vogliamo mettere le persone nelle condizioni di generare un proprio reddito. A Delhi sosteniamo diversi progetti nelle baraccopoli. In questo momento stiamo avviando una piccola sartoria in cui le donne confezionano uniformi scolastiche, mentre noi ci occupiamo della vendita. In questo modo non sono più costrette a lavorare innumerevoli ore in molteplici famiglie e possono contare su un reddito concreto. Il nostro obiettivo è promuovere dignità e indipendenza, non distribuire elemosine».
Quali esperienze, nel suo impegno filantropico, le hanno donato la più grande soddisfazione personale – quei momenti in cui ha percepito con chiarezza di poter davvero fare la differenza?
«Uno dei momenti più toccanti, per me, è stato partecipare lo scorso anno a due matrimoni di giovani che, pur essendo nati con l’HIV, sono cresciuti nel nostro orfanotrofio. Oggi conducono vite autonome, hanno figli sani e una buona formazione. Episodi come questi mostrano con forza ciò che un sostegno duraturo può rendere possibile – e sono, per me e per i nostri sostenitori, profondamente commoventi».
Ogni impegno sociale porta con sé anche momenti difficili. Quali frustrazioni o ostacoli ha incontrato nel corso degli anni e in che modo li ha affrontati?
«Per me l’impegno per il prossimo è qualcosa di naturale, soprattutto quando si è cresciuti in un contesto privilegiato. Non è necessario contribuire economicamente: anche il tempo donato ha un valore immenso. A volte, però, mi sorprendo a chiedermi perché questa sensibilità non sia più diffusa».
La SANNI Foundation opera in contesti complessi come l’India e il Myanmar. Quali sfide ha dovuto affrontare in questo percorso?
«Le differenze culturali sono naturalmente profonde e possono generare numerosi malintesi. L’India ha conosciuto uno sviluppo significativo, ma la distribuzione della ricchezza rimane estremamente diseguale – un aspetto che, per noi, non è sempre facile da comprendere fino in fondo. In Myanmar, invece, la situazione politica continua a essere molto difficile e instabile dopo il colpo di Stato del 2021, rendendo il lavoro sul campo particolarmente impegnativo».
Come descriverebbe oggi il suo stile di leadership in ambito filantropico? È più orientato alla visione, strutturato sul piano organizzativo o fortemente incentrato sulla vicinanza alle persone?
«Lo considero una sintesi di tutti questi elementi. È fondamentale non disperdere energie, ma seguire pochi progetti con continuità e profondità. In particolare, nelle nostre adozioni a distanza, oltre agli aspetti essenziali come salute, nutrizione e istruzione, entrano in gioco anche dimensioni più “soft”, legate all’affetto e alla cura: criteri umani, che richiedono attenzione e presenza».
Nel suo lavoro incontra spesso storie di vulnerabilità, ma anche di straordinaria resilienza. C’è un incontro, un volto, che l’ha particolarmente toccata o segnata?
«Nei bassifondi di Delhi incontrai un’anziana donna, dignitosamente avvolta in un magnifico sari, che viveva con la sua famiglia su una discarica. Quando le chiesi la sua età, scosse semplicemente il capo: non la conosceva. Quell’incontro mi ha ricordato ancora una volta quanto spesso ci soffermiamo su aspetti irrilevanti – come l’età di una persona – e quanta dignità e fierezza riescano invece a conservare gli esseri umani anche nelle condizioni più difficili».
La filantropia sta attraversando una fase di trasformazione: oggi si parla di impatto misurabile, sostenibilità ed empowerment. Come interpreta questa evoluzione e in che modo si riflette nel lavoro della sua fondazione?
«In quanto imprenditrice, cerco di guidare sia la SANNI Foundation sia la Schroff Stiftung con un approccio chiaro, strutturato e professionale, mettendo a frutto l’esperienza maturata nel settore privato. Accolgo con grande favore il fatto che la filantropia stia diventando sempre più orientata ai risultati e alla sostenibilità».
Guardando avanti, quali nuovi orizzonti desidera aprire, quali territori inesplorati della solidarietà sente pronti a trasformarsi in futuro concreto?
«Accanto al nostro lavoro in India e in Myanmar, stiamo attualmente valutando un impegno in Laos, uno dei Paesi più poveri del Sud Est asiatico. Per noi è fondamentale mantenere una chiara focalizzazione e costruire partenariati di lungo periodo».



