Tashi Albertini, se non dovesse descriversi attraverso titoli o ruoli, ma attraverso un ricordo, un valore o un’immagine a lei particolarmente cara, cosa sceglierebbe per presentarsi?
«Sono giunta in Svizzera da bambina nel 1962, insieme a mio fratello Dukar, dopo essere fuggita dal Tibet e aver trovato rifugio in India nel 1960. La fuga del Dalai Lama e del nostro popolo dalle truppe cinesi – così come il suo atteggiamento in esilio a Dharamsala, in India – hanno segnato profondamente la mia vita.
C’è un’immagine che si è impressa in me in modo indelebile: mostra il giovane Dalai Lama, appena fuggito dal Tibet, mentre osserva l’ampio paesaggio dell’esilio in India e pronuncia un discorso dicendo: “Non ho un Paese, non ho denaro, non ho potere”.
Ciò che non si vede in quell’immagine è che il Dalai Lama possedeva già una visione e la profonda convinzione “che noi tibetani, con la verità, la giustizia e il coraggio come armi, avremmo un giorno riconquistato la libertà del Tibet. Se devo menzionare una immagine, un ricordo senza dubbio è questa».
Potrebbe raccontarmi il suo percorso formativo e professionale, e le influenze familiari che hanno contribuito a definirla?
«Sono cresciuta, insieme a mio fratello, in una famiglia della buona borghesia, quella di Giuseppe e Vera Kaiser Steinmann, i miei genitori adottivi. Dopo aver seguito diversi percorsi formativi in ambito commerciale e linguistico, mi sono diplomata come fisioterapista presso la Clinica Universitaria di Zurigo, specializzandomi poi nella riabilitazione neurologica. In seguito al mio matrimonio con Fausto Albertini, ho assunto nel suo studio di fisioterapia a Locarno la responsabilità del settore dedicato ai pazienti neurologici.
Da mio padre sono stata introdotta al mondo degli investimenti privati e delle partecipazioni nelle imprese familiari. L’ho accompagnato in numerose trattative con aziende e nelle sue operazioni finanziarie presso le banche. Ricordo ancora con nitidezza la passione e la pazienza con cui mi spiegava le sue operazioni di borsa: lui completamente immerso nei calcoli e nelle analisi, io più attratta dal suo entusiasmo che dai numeri. Quella pazienza ha portato i suoi frutti: oggi mi occupo della gestione degli investimenti dei patrimoni delle fondazioni e coltivo un vivo interesse per la politica economica del nostro Paese.
Da mia madre, Vera Kaiser Steinmann, ho imparato la contemplazione della natura, l’osservazione attenta degli uccelli e dei fiori. Era profondamente devota all’estetica, che esprimeva nel suo modo di essere e nei gesti quotidiani. Da lei ho appreso la misura nel comportamento e la capacità di distinguere tra ciò che è e ciò che appare».
C’è stato un momento decisivo nella sua vita in cui ha capito che la filantropia non era solo un compito, ma una vocazione e un percorso interiore?
«Non c’è stato un momento decisivo: è stato un percorso graduale, fatto di incontri, responsabilità e riflessioni che si sono sedimentate nel tempo. In questo cammino, il Dalai Lama – per me un importante punto di riferimento spirituale, che ricorda l’essenzialità di valori universali come la compassione e la generosità – insieme a molte amicizie significative mi ha spinta a impegnarmi per il nostro popolo. Per me la filantropia significa destinare una parte delle proprie risorse al benessere della società, come manifestazione di un’attitudine che mette al centro il bene comune. Credo profondamente che ciascuno di noi abbia la possibilità di contribuire a questo. Fin da giovane ho partecipato a diverse organizzazioni tibetane. Nel 1997, insieme ad amici ticinesi, ho fondato l’associazione Ticino Tibet, che ho diretto fino al 2016 con Francesca Machado. L’associazione sostiene i diritti del popolo tibetano e, più in generale, la democrazia, la libertà di espressione e i diritti umani. Con le mie fondazioni porto avanti questo impegno ancora oggi. Gestire il loro patrimonio nel rispetto della volontà dei loro fondatori è un privilegio e una grande responsabilità: un’autentica arte del “dare”, da esercitare con cuore e saggezza»
Nel 2001 ha fondato insieme a suo padre la Fondazione Giuseppe Kaiser, attiva anche nel campo dell’integrazione sociale. Qual è stato il motivo della fondazione e quale idea ne era alla base?
«Mio padre, nato nel 1919, è arrivato in Svizzera a due anni: era un orfano italiano ed è stato adottato da una famiglia zurighese. Nonostante le difficili circostanze iniziali, è riuscito a costruirsi una vita di grande successo.
La generosità dei suoi genitori adottivi gli ha aperto molte porte, permettendogli di guardare al futuro e di cogliere le opportunità che ha incontrato lungo il suo cammino. Con la Fondazione Giuseppe Kaiser, mio padre ha voluto sostenere persone che hanno affrontato sfide simili, affinché anche loro possano accedere a opportunità che altrimenti sarebbero rimaste precluse. La fondazione promuove talenti, cultura e sostegno sociale, aiutando giovani meritevoli e persone in difficoltà, una scelta nella quale mi ritrovo completamente».
In che modo principi come l’inclusione e la dignità umana influenzano il suo impegno nelle fondazioni?
«Faccio parte di diverse fondazioni impegnate in ambito sociale, culturale e umanitario. Presiedo la Fondazione Giuseppe Kaiser e la Staub Kaiser Stiftung, sono vicepresidente della Stiftung Kimongo Hilfe. Questi impegni riflettono il mio desiderio di sostenere persone, progetti e comunità che lavorano per creare opportunità e costruire ponti tra mondi diversi. Molti gruppi sociali svantaggiati restano esclusi dai sistemi di assistenza pubblica, spesso perché i loro bisogni vanno oltre ciò che è previsto per la maggioranza delle persone. Le mie fondazioni devono avere il coraggio di sostenere, nel rispetto dei loro scopi, progetti innovativi anche quando il successo non è garantito. Le iniziative che supportiamo puntano a rendere il mondo più solidale e dignitoso per tutti. È in questo ambito che vogliamo fare la differenza. Un esempio è il progetto “Freizeitangebot” (attività ricreative) della Fondazione Wagerenhof, che offre alle persone con disabilità attività e programmi di tempo libero personalizzati, andando oltre i servizi standard e valorizzando davvero la loro umanità».
Le sue fondazioni supportano anche realtà come TruePicture. Come è maturata la decisione di sostenere questa organizzazione e quali motivazioni hanno orientato questa scelta?
«I reportage fotografici e le immagini di Manuel Bauer, fondatore di TruePicture, mi hanno profondamente colpita da sempre. Manuel Bauer è il fotografo di riferimento del Dalai Lama, noto per la sua capacità di cogliere con profondità e rispetto i momenti più intimi e significativi della vita del leader spirituale tibetano. Alla sua sensibilità visiva e al suo sguardo preciso dietro la cinepresa si deve anche il successo del film sul Dalai Lama Wisdom of Happiness, la cui première mondiale si è tenuta l’8 ottobre 2024 nell’ambito dello Zürich Filmfestival di Zurigo. Dal mio punto di vista questo film è una testimonianza viva della saggezza di Sua Sanità, un mezzo che permette anche alle generazioni future di avvicinarsi ai suoi insegnamenti.
Quattro anni fa Manuel Bauer ha fondato TruePicture, è un programma di sostegno con mentoring dedicato a giovani foto giornaliste e foto giornalisti impegnati. Il suo obiettivo è rafforzare il loro percorso professionale e permettere la realizzazione di fotoreportage con una chiara rilevanza sociale e legata ai diritti umani. L’obiettivo è formare una nuova generazione di fotogiornalisti impegnati a difendere i diritti umani e la democrazia – un obiettivo che coincide perfettamente con la missione delle nostre fondazioni».
Perché per lei è personalmente importante sostenere il fotogiornalismo e quale impatto spera possa avere in futuro sulla società?
«TruePicture invita le nuove generazioni a osservare la realtà con rigore, a documentarla con responsabilità e a portare alla luce storie che spesso rimangono invisibili. Attraverso workshop, mentoring, premi e un programma culturale dedicato, offre strumenti concreti per sviluppare uno sguardo critico e consapevole, capace di dialogare con temi globali.
TruePicture è un invito ad agire in prima persona e ad avere il coraggio di guardare dove altri preferiscono non guardare, in Svizzera e nel resto del mondo(www.truepicture.org).
Credo che proprio qui risieda una delle chiavi per un mondo più democratico e pacifico. Nel mandato di questa organizzazione è racchiuso anche il ricordo legato alla storia del Dalai Lama che ho menzionato all’inizio e il mio credo personale: guardare con attenzione, agire con coraggio e ispirare gli altri ad agire».
La costellazione di fondazioni in cui Tashi Albertini Kaiser ricopre un ruolo
Giuseppe Kaiser Stiftung
Sostiene persone in difficoltà e giovani talenti nei campi culturali, artistici e scientifici. Promuove progetti e premi che favoriscono crescita, formazione e inclusione sociale.
Staub Kaiser Stiftung
Sostiene iniziative sociali, educative e intergenerazionali che rafforzano la coesione e il benessere delle comunità, con particolare attenzione ai progetti locali ad alto impatto sociale.
Stiftung Kimongo Hilfe
Opera nella regione di Kimongo, RD Congo, sostenendo istruzione, salute e sviluppo locale. Collabora con realtà del territorio per migliorare le condizioni di vita delle comunità più vulnerabili.



