Alberto Rugiano ci accoglie nel suo showroom in via Trevano a Lugano, e la prima impressione è davvero strabiliante: nulla è lasciato al caso, tutto si fonde alla perfezione, le luci, i materiali, i colori. Per chi è appassionato di design e di arredamento, il mondo Rugiano fa veramente accelerare il battito del cuore. Il padrone di casa ci mostra i due piani dello showroom, due spazi espositivi molto diversi tra loro, ma allo stesso tempo complementari : «Al piano inferiore, oltre all’esposizione ed una sala materioteca, ho voluto creare La Lounge, un luogo d’incontro per i professionisti del settore, dove davanti ad un caffè possono trovare sinergie, lasciandosi ispirare da ciò che li circonda. È un concetto innovativo, e sono fiero di esserne il precursore qui in Ticino».
Partiamo dall’inizio facendo un salto indietro nel tempo di circa 20 anni: qual è il tuo primo ricordo d’infanzia legato all’azienda di tuo padre? C’è un rumore o un profumo che ti riporta subito lì?
«Guarda, pensando a questa intervista, mi è venuto in mente proprio questo: per me l’azienda era il simbolo dell’inizio del weekend. Finivo scuola il venerdì e non vedevo l’ora che fosse sabato per andare con mio papà in ditta, dove mi divertivo a svolgere lavori manuali. Mi distinguevo dai miei coetanei perché fino ai 12 anni ho passato il tempo a creare una mia collezione, “Rugiano Junior”. Prima usavo il compensato e il traforo, poi sono passato alla pelle. Vivevo di entusiasmo, da un weekend all’altro, contando le ore per ritornare in laboratorio e poter proseguire con le mie creazioni. Lo sai che avevo persino venduto diversi pezzi su eBay?».
Mi sembra evidente che l’indole per il design e l’artigianato, uniti ad un certo spirito affarista, fossero già presenti fin dalla tenera età.
Domanda a bruciapelo: a questo punto immagino che per te sarebbe stato impensabile fare altro nella vita a livello professionale?
«Hai ragione, credo che la mia strada professionale fosse ben delineata sin da subito, ma posso anche dirti che l’ho cercata con molta determinazione. Ti confesso che avrei voluto fare il liceo artistico, ma sono stato un po’ condizionato verso lo scientifico. Però all’università ho ripreso il comando: ho fatto un anno di architettura a Mendrisio, ed è stato lì che è scoccato l’amore per il Ticino. Ho scoperto un territorio che sentivo affine alla mia personalità. Poi ho terminato gli studi allo IED di Milano in interior Design, ma la mia testa era già qui. Nonostante avessi un’azienda di famiglia già affermata, ho sempre voluto la mia indipendenza. Ho scelto di aprire la mia attività qui per legarla a quella di famiglia, ma con un’identità personale, autonoma, che rappresentasse il mio modo di vedere il mondo».
Hai citato Mendrisio e il Ticino. Spesso i giovani cercano città “elettrizzanti”, tu invece hai scelto una realtà più tranquilla come la Svizzera. Cosa ti ha impressionato?
«Mi ha colpito subito la mentalità e il modo di vivere. Sono legatissimo all’Italia per l’adolescenza e gli affetti, ma per la mia vita cercavo una serenità e una sicurezza — anche geopolitica — che qui sono ai massimi livelli. Professionalmente, poi, ho visto un’ “opportunità” nel mio settore in Ticino. Ho intuito la possibilità di potermi introdurre nel mercato dell’altissima gamma in modo più incisivo rispetto all’Italia. Oggi ci riteniamo un caso unico qui. Parlando di design, c’è molto spazio da colmare, sia in ambito residenziale sia in quello dell’hospitality di lusso, e la mia scelta è stata dettata proprio dalla voglia di essere un punto di riferimento locale con un respiro internazionale. Questo mantenendo sempre un approccio familiare, in cui la proprietà si interfaccia con il cliente, ci si conosce, si costruisce qualcosa di speciale insieme. Trovo che le aziende a conduzione familiare abbiano sempre quel qualcosa in più nel mantenere dei legami unici con il cliente».
So che la tua giornata inizia presto e spesso oltre confine. Ci racconti la tua mattinata tipo?
«La mia giornata inizia alle 6.30, colazione, mi preparo ed esco verso le 7.15 direzione Mariano Comense dove c’è la nostra sede principale. Verso le 8.00 inizia la riunione con mio padre e i collaboratori più stretti, poi ognuno inizia la sua giornata lavorativa occupandosi dei vari settori. Il mio è più quello commerciale, sia residenziale che legato all’Hospitality, settore nel quale a Lugano ci siamo specializzati. Un esempio è il bellissimo progetto e relativa fornitura per i ristoranti Federale e Meta».
Quest’ultimo porta la firma Rugiano a 360 gradi, dai rivestimenti a parete in noce canaletto posato a lisca di pesce, attraverso tavoli, sedie e librerie, fino ad arrivare agli oggetti decorativi come vasi e sculture. Protagonista del progetto, è sicuramente il celino della sala principale, concepito come un’ istallazione artistica che funge da illuminazione attraverso numerosi pezzi di plexiglass di differenti dimensioni e colori disposti a pioggia. Rugiano è presente sul mercato da diversi decenni, arrivando ad essere un punto di riferimento per molte altre aziende che si ispirano alle sue linee.
E tra una fiera e un catalogo, intravedere dei mobili di netta ispirazione “Rugiano” immagino non sia qualcosa di raro, come reagisci davanti all’evidenza, sei fiero o ti cadono le braccia?
«Mi rende orgoglioso, se ti copiano è perché stai facendo bene. Oltre a questo, ci sono anche i cosiddetti falsi, quelli che si spacciano per l’originale ma non lo sono. E qui posso dirti che il nostro cliente affezionato non acquisterebbe mai un mobile simile, non avrebbe senso. I nostri clienti sanno quanta ricerca si cela dietro ogni pezzo, e ne apprezzano la sua unicità».
Partendo dalle copie, per inferenza, vorrei farti una domanda un po’ provocatoria: nell’era in cui siamo, in cui l’AI sta prendendo sempre più piede in vari settori, non hai paura che un software possa elaborare un divano perfetto in pochi istanti sostituendosi all’artista in carne ed ossa?
«In effetti questo è un tema che dobbiamo affrontare, fa parte della nostra realtà. Io voglio essere positivo a riguardo, e credo che l’intelligenza artificiale vada sfruttata a proprio vantaggio, per essere più efficenti in alcuni passaggi. Ma un prodotto 100% frutto di un processo industriale, a mio avviso non potrà mai competere con un prodotto artigianale. Credo nella sartorialità, e confido che non venga mai a mancare».
Porti un cognome che è un brand mondiale: reputi sia stato un acceleratore o a volte ti è pesato?
«Ho sempre cercato di vedere il lato positivo. Rugiano è una realtà che mio papà ha creato dal nulla, e io sono cresciuto immerso nella cultura del dettaglio e del bello. Ma la scommessa era proprio questa: prendere quel bagaglio immenso e portarlo qui con un’attività che fosse mia al 100%. Oggi la mia realtà vuole valorizzare il brand di famiglia espandendolo nei mercati svizzeri e di lingua tedesca, creando al contempo uno spazio indipendente nel mondo dell’hospitality e delle residenze private di alto standing. È un acceleratore, certo, ma io sono sempre stato l’Alberto che voleva ritaglliarsi una fetta di mondo con le proprie mani. Aerre Design Projects è proprio questo: il mio progetto, la mia strada, il mio guizzo che si fonde perfettamente con la visione dell’azienda fondata da mio padre».
E i fatti al giorno d’oggi gli danno completamente ragione. Ambizioso al punto giusto e con grande rispetto per ciò che suo padre ha creato da zero, con il capo famiglia condivide anche una passione che permette loro di passare del tempo di qualità assieme, senza per forza confrontarsi su ciò che succede in azienda.
Una delle tue più grandi passioni, oltre al design, la porti al polso vero?
«Sì, esatto: gli orologi, fra me e mio padre sono un vero e proprio linguaggio. Sono molto grato di poter condividere questa passione con lui, lavorando nella stessa azienda non è sempre facile staccare e trovare altri argomenti sui quali confrontarci, gli orologi per noi invece sono proprio questo: stare insieme ed emozionarci per qualcosa che scinde dala sfera professionale».
Una vita che va veloce, quella di Alberto. Tra un meeting, i clienti, gli artigiani da seguire, un viaggio di lavoro e gli impegni extra lavorativi, il ticchettio dell’orologio scandisce per forza di cose ogni minuto della sua giornata.
Quando il mondo professionale diventa troppo rumoroso, dove vai a cercare un po’ di silenzio?
«Sul green, da sempre. Il golf per me è fondamentale. È uno sport che richiede una disciplina mentale incredibile, molto simile a quella necessaria negli affari. Nel Golf sei solo, te stesso contro il campo e questo mi aiuta a svuotare la mente. Mentre cammino tra una buca e l’altra, spesso arrivano le idee migliori per un progetto e non ti nascondo che sui green ho spesso trovato anche dei nuovi clienti».
Usciamo dalle aree di svago e torniamo in azienda: il confine tra classe e “too much” può essere davvero sottile. C’è qualche trend attuale nel design che ti infastidisce?
«In quasi dieci anni in questo mondo ho visto di tutto. Siamo passati da un’epoca sfarzosa, quasi ostentata — il classico “bling-bling” dove il brand doveva essere urlato — a una tendenza molto più pulita, il cosiddetto Quiet Luxury. Oggi il cliente cerca un prodotto senza tempo. Che unisca materiali ricercati e lavorazioni raffinate; in questo sta il dettaglio visibile solo ad occhi esperti. Mi infastidisce lo sfarzo fine a se stesso, quello che non ha sostanza. La nostra collezione per esempio ha un’identità contemporanea e internazionale che non ha bisogno di gridare per farsi notare. La classe, oggi, è saper togliere, non aggiungere cosi da rimanere negli anni».
A proposito di bling-bling e di marchi ostentati, vedi parallelismi tra il tuo mondo e quello della moda?
«La moda è sempre un passo avanti, è la nostra guida ispiratrice. Arriva anni prima con i colori, le trame e i ricami. Ricordo quando andavano di moda i mobili con i rombi ricamati, chiaramente ispirati a Chanel. Ma c’è una differenza fondamentale: la velocità. La moda è stagionale, frenetica, passa in un soffio. Il design invece deve creare pezzi che si affermano e restano sul mercato per anni. Noi prendiamo ‘ispirazione dalla passerella, ma dobbiamo tradurla in qualcosa che sia eterno. È questa la vera sfida: essere contemporanei senza diventare obsoleti dopo una stagione». L’abito sartoriale di grande classe come dress code nelle giornate lavorative, ed il lusso di potersi concedere degli outfit più casual nei giorni liberi, ma l’attenzione alla scarpa ed all’orologio anche in vacanza non vengono mai a mancare «Credo che nell’uomo siano il tocco di classe dal quale non si può prescindere».
Si conclude così la nostra chiacchierata nel mondo di Alberto Rugiano, un giovane imprenditore che porta il cognome di un grande brand, ma ha avuto il coraggio di aggiungere un tocco personale mirando ad un’ulteriore espansione.



