Possiamo fare il punto sullo stato dei lavori di restauro del complesso sacro che nasce intorno alla chiesa della Madonna d’Ongero di Carona?

«L’elenco dei lavori già portati a termine è senza dubbio molto lungo. Nella prima fase dei restauri le scale di legno per accedere al campanile sono state sostituite con solide scale di metallo, stessa sorte è toccata ai solai lignei del campanile. È stato altresì ricostruita la struttura di ferro (cosiddetto castello) delle campane tramite una ditta specializzata del sistema ambrosiano ed è stato messo in sicurezza strutturale l’intero campanile. Fra i lavori che sono già stati svolti possiamo annoverare la lanterna che si trova alla sommità del tiburio (all’interno si percepisce la volta a stucco, ora anche illuminata con strisce led, secondo i corretti canoni tecnici). L’intero volume edificato era profondamente ammalorato dal tempo e si è provveduto a un risanamento totale (sia per la volta muraria che per il rivestimento in rame). Quella situazione di precarietà è stata anche la causa principale dei percolamenti di acqua sugli stucchi».

Nello specifico, quali parti del complesso e quali elementi architettonici sono stati invece interessati nel corso della seconda fase dei lavori di restauro?

«Lo stato di conservazione dello stucco era estremamente preoccupante. Evidenti erano le marcate presenze di sali che hanno disgregato la struttura stessa dello stucco degradandolo sino in profondità. Il restauro è consistito nella riadesione dello stucco, nella pulitura delle superfici, nell’eliminazione dei sali, nel consolidamento degli stucchi, le loro ridipinture, i risarcimenti delle lacune e l’integrazione pittorica. Anche la lanterna e la cuspide della torre campanaria richiedono ora un intervento mirato e deciso per manutenere le coperture delle navate. Inoltre, ispezioni e misurazioni hanno mostrato un evidente quadro fessurativo sulle murature del campanile e della sagrestia riconducibili a fenomeni di carattere statico quali spinte non adeguatamente contrastate provenienti dalla copertura e da archi preesistenti. L’intervento richiederà l’inserimento di tiranti in spessore di muratura degli ultimi due livelli del campanile e nella muratura perimetrale della sagrestia».

L’edificio è un piccolo capolavoro dell’arte barocca. Quali pregiate opere artistiche vi sono custodite?

«Notevole è la decorazione in stucco, condotta in gran parte da Alessandro Casella (circa 1620 – 1661): Dio Padre sopra l’altare maggiore, San Gregorio Magno, le figure di Fede e Carità, San Gerolamo, Santa Maria Maddalena e numerosi Angeli, nonché SS Andrea e Giorgio, Mosè e David. La lista è lunga e la cosa migliore è recarvisi di persona per vederli dal vivo. Ora che gli stucchi sono visibili da vicino grazie ai ponteggi, si può solo meravigliarsi della grazia, della cura del dettaglio e dell’armonia di queste opere. Per quanto riguarda gli affreschi, i più famosi sono di Giuseppe Antonio Petrini (1677-1758). Alla Madonna d’Ongero si possono ammirare due scene: la Disputa di Gesù con i Dottori della legge e La Presentazione al Tempio. Poi si può anche scoprire la scena della lotta tra Caino e Abele, nascosta in monocromo, in basso a destra dell’opera». 

Perché questa «chiesetta sulla montagna», come l’aveva definita Hermann Hesse in un suo scritto, risulta tanto cara agli abitanti di Carona e delle zone circostanti ma anche a visitatori e pellegrini provenienti da tutto il Ticino e oltre?

«Le origini della devozione popolare risalgono ad un miracolo avvenuto nel corso del ‘600 quando una bambina sordomuta venne guarita presso una cappelletta a circa 300 metri dalla chiesa della Madonna d’Ongero.  C’è anche un’altra tradizione che risale agli anni di una pestilenza, quando gli abitanti di Gentilino invocarono la Madonna per protezione e vi si recarono in processione per ringraziare della grazia ricevuta. Questo pellegrinaggio esiste tutt’ora. Il Santuario è collocato in mezzo ad un bosco, ed oggi tante persone vi si recano semplicemente per immergersi nella natura. Il bosco di faggi e castagni che porta alla Madonna è infatti un luogo di pace e un luogo del Ticino che emana una particolare energia».

Quale è stato il contributo della locale Parrocchia nella promozione di questo restauro e nella raccolta del necessario contributo finanziario?

«La Parrocchia è proprietaria del Santuario e quindi garante, anche per le generazioni future della sua salvaguardia del Santuario. La prima tappa dei restauri è iniziata nell’urgenza di intervenire per contrastare la caduta di alcuni stucchi. Il Consiglio parrocchiale di allora ha avviato i lavori e lavorato sodo per permettere la messo in sicurezza e fermato il problema di risalita dell’umidità. Poi la pandemia ha bloccato tutto, al pari della mancanza di fondi. Carona, piccola parrocchia di 600 fedeli, ha ben 4 chiese da mantenere. Il desiderio di lunga data del parroco di ridare splendore al Santuario, l’incontro con un generoso donatore pronto a sostenere parte del finanziamento, la frustrazione di avere sotto gli occhi un Santuario chiuso per sicurezza, la nomina di un nuovo Consiglio parrocchiale sono state le opportunità per il ripartire con il restauro, iniziando con la ricerca di fondi. La generosità degli abitanti di Carona e di tantissimi abitanti dell’Arbostora, della Collina d’Ora, il contributo della città di Lugano, di numerose fondazioni, i sussidi del Cantone e della Confederazione, tutto questo ha permesso di portare avanti il restauro».

Come festeggerete la conclusione dei restauri?

«La fine del cantiere dovrebbe coincidere con la festa della Madonna, nel settembre 2024. Ora siamo ancora lontani dalla fine. In più, la terribile grandinata del 30 maggio ha danneggiato il tetto e dovremmo rimettere i ponteggi che erano già stati tolti. Facciamo un passo alla volta e il traguardo ci riempie il cuore di gioia. Abbiamo già tante idee di come la vogliamo inaugurare. E quel giorno potremo sicuramente dire che il nostro sentimento e quello di un’enorme gratitudine per tutte le persone coinvolte in questo restauro, i nostri generosi donatori, tutta l’equipe degli operai sotto la guida attenta dell’architetto Luca Giordano e dei suoi partners dello studio d’architettura Tecnoclima di Lugano».